CRONACA

Si fa presto a dire bradipo

CRONACA –  Quando ho visto il video qui sopra (che poche settimane fa impazzava in rete) la prima domanda che mi è venuta in mente è stata: ma come diavolo fa questo animale a esistere (data la selezione naturale)? (È ironica, per l’amor del cielo, non vorrei stuzzicare un infinito dibattito fra i lettori sui fondamenti teoria darwiniana, come tanto spesso accade sulla pagine di questa rivista).

Se qualcuno comunque fosse curioso di capire come la natura ci abbia fatto pervenire un animale tanto bizzarro, qualche risposta la può trovare in un recente paper pubblicato sul Journal of Mammalian Evolution, firmato da John Nyakatura.

La storia è un po’ complicata. Prima di tutto bisogna sapere che sotto il nome comune di bradipo si celano in realtà due generi diversi di animali, i Choloepus (bradipi bidattili, con due dita) e i Bradypus (bradipi tridattili). La parentela fra i due non è molto stretta. Anzi, dalle ultime analisi genetiche si dimostra che i Bradypus sono più strettamente imparentati a Megalonyx (un bradipo gigante estinto) di quanto non lo siano i Choloepus, che invece appartengono a un sottogruppo  che include altre specie giganti estinte come il Megatherium.

Qui la storia si fa interessante: secondo i biologi le due specie viventi di bradipo rappresenterebbero un caso notevole di convergenza evolutiva (così si dice quando specie molto diverse evolvono caratteri con funzioni simili, per esempio le pinne negli squali e nei cetacei).

Faccio notare che le specie di bradipo gigante primitivo non stavano appese sugli alberi come fanno quelli attuali, si muovevano a terra ed erano piuttosto poderosi. Com’è che a un certo punto questi animali si sono ritrovati a salire sugli alberi e anzichè muoversi sopra i rami, come fanno per esempio le scimmie e gli scoiattoli, hanno scelto di muoversi (poco e lentamente) sotto? Nyakatura offre una spiegazione evolutiva. I bradipi bidatti e tridattili attuali fanno parte dell’ordine degli edentati (si proprio cosi, sdentati), animali con arti anteriori poderosi e grosse unghie per scavare (questo almeno per formichieri e armadilli). Un antenato comune dei due generi di bradipo potrebbe aver avuto le stesse caratteristiche (anche se al momento la prova fossile di questo anello di congiunzione non esiste), suppongono gli scienziati. Nyakatura fa l’esempio del formichiere setoso, usandolo come un esempio (grezzo) di congiunzione fra Bradypus e Choloepus. Questa specie di formichiere infatti si muove normalmente a terra e usa gli arti anteriori per scavare, ma può anche arrampicarsi sugli alberi muovendosi sopra e sotto i rami.

Ma perché i bradipi allora si muovono solo sotto, appesi come dei sacchi? Il segreto, secondo Nyakamura è energetico. Il metabolismo dei bradipi attuali è molto lento, e risparmia energia al msssimo. Per muoversi sopra ai rami serve stare in equilibrio, per stare appesi sotto (muovendosi lentamente) no (lo sa bene chi pratica l’arrampicata sportiva come me, che quando te ne stai su una parete strapiombante e sei sfinito la cosa migliore è piegarsi sulle gambe e starsene appesi a braccia stese per riposare e riprender fiato, sembra scomodo, ma giuro funziona). Dunque i bradipi primitivi per sopravvivere hanno occupato una nicchia ecologica sguarnita: sono saliti sugli alberi, dove nessun altro stava e probabilmente per restarci hanno ridotto la minimo il dispendio energetico (almeno questa è la testi di Nyakatura).

La cosa singolare è che lo abbiamo fatto in maniera del tutto simile due generi diversi di bradipo, pervenendo a una forma corporea e ad abitudini molto simili. Nyakatura ipotizza che questa convergenza si stata determinata oltre dal fatto di essersi mossi verso una nicchia ecologica comune anche da alcuni constraint fisici simili (e cioè la presenza delle “unghione”). In parole povere la loro fisiologia iniziale ha limitato il modo in cui si sono adattati alla vita arborea.

Dopo questa lettura mi rimane ancora una domanda: ma Sid che diavolo di bradipo era?

Immagine: roblisameehan (CC)

Federica Sgorbissa
Federica Sgorbissa è laureata in Psicologia con un dottorato in percezione visiva ottenuto all'Università di Trieste. Dopo l'università, ha ottenuto il Master in comunicazione della scienza della SISSA di Trieste. Da qui varie esperienze lavorative, fra le quali addetta all'ufficio comunicazione del science centre Immaginario Scientifico di Trieste e oggi nell'area comunicazione di SISSA Medialab. Come giornalista free lance collabora con alcune testate come Le Scienze e Mente & Cervello.

8 Commenti

  1. grazie mille, ho scelto l’articolo per presentarlo all’esame di biomeccanica!molto interessante…anche se la parte sul movimento degli arti la trovo un pò complicata….

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