Back to the Start

ARTE, MUSICA E SPETTACOLI – Che cosa centra uno video sugli allevamenti sostenibili in uno dei più importanti eventi di musica a livello mondiale? È successo la settimana scorsa alla 54-esima edizione degli Oscar per la musica (www.grammy.com).

Durante le premiazioni dei tanti volti noti del panorama musicale internazionale è stato proiettato Back to the start, un video di animazione sulla storia di un allevatore che lentamente traforma la sua fattoria tradizionale in un azienda industriale, fino a rendersi conto dei suoi sbagli e scegliere di ritornare a un modo più tradizionale e sostenibile di allevare i suoi animali.

Il video, della durata di due minuti, realizzato dal film-maker irlandese Johnny Kelly, è stato montato sulla cover della famosa canzone The Scientist dei Coldplay, interpretata per l’occasione dal cantante country Willie Nelson. Back to the Start, che dal mese di agosto su youtube ha collezionato più di 5 milioni di visualizzazioni, è stato commissionato dalla Chipotle Cultivate Foundation, fondazione americana impegnata nel promuovere l’importanza dei metodi agricoli tradizionali e della produzione biologica del cibo.

Che uno spot di questo tipo trovi spazio addirittura ai Grammy Awards fa pensare che negli Stati Uniti, roccaforte dei fast food, più di qualcuno inizi a pensarla diversamente.

4 Commenti su Back to the Start

  1. icittadiniprimaditutto // 20 febbraio 2012 alle 18:34 // Rispondi

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. Molto bello questo corto animato.
    Una domanda sorge spontanea, però: in un mondo sempre più affollato in cui la domanda di alimenti cresce e la capacità di sopperire alla richiesta diventa sempre minore (e continuerà a diminuire col tempo) come si può abolire il sistema industriale di produzione in favore di un’agricoltura/trasformazione più ‘naturale’ e dalle rese decisamente minori?
    Penso soprattutto agli effetti dei cambiamenti climatici sui raccolti, sul rischio rappresentato dalla diffusione di micotossine e, di conseguenza, sulla sicurezza alimentare: l’eliminazione dei principi chimici attualmente concessi (una piccola parte di quelli concessi in passato) in agricoltura renderebbe le produzioni decisamente più vulnerabili. Puntare sul biologico e quindi sulla lotta biologica può essere un passo importante, vero, ma sarà sufficiente a garantire rese sufficienti?

  3. Certo quando si parla di ritornare a delle forme di produzione tradizionali c’è da considerare che probabilmente le rese saranno più basse ma forse sarà la qualità a crescere. Se poi il ritorno a dei metodi tradizionali coinvolge 10, 100 aziende è un conto ma se via via si forma una ragnatela di migliaia iniziative produttive “più lente” ma più rispettose dell’ambiente ecco che la prospettiva cambia. E credo sia proprio questa la sfida che deve partire a livello culturale, ecco perchè sono importanti strumenti comunicativi come questo spot. Vi lascio anche un altro spunto sempre legato all’agricoltura e al cibo. Preferire cibi meno lavorati, meno artificiali, al di là dei benefici per la salute, significa ridurre l’impatto ambientale soprattutto per il consumo dell’acqua.Vedetevi questo sito sull’Impronta in acqua degli oggetti http://www.waterfootprint.org/?page=files/home!!

  4. Innanzitutto la rigrazio per la risposta e l’attenzione che mi ha dedicato.
    Per rispondere al suo intervento, so che c’è molto da discutere sull’argomento e io sono uno di quelli che preferirebbe mangiare il cosiddetto ‘cibo sano’; quando però si tira in ballo la ‘qualità’ le cose diventano complicate, perché si discute di un aspetto che, per quanto ben definito, resta, come dire, ‘nebbioso’.
    La definizione di qualità è malleabile, personale e non generalizzabile. I prodotti agricoli/alimentari dei quali ci cibiamo oggi, provenienti anche da tecniche di agricoltura tradizionali, sono totalmente sicuri sulla base di costatazioni scientifiche e su una Regolamentazione che non ha pari al mondo (mi riferisco ovviamente a quella europea). Il livello qualitativo maggiore del prodotto biologico rispetto al prodotto da agricoltura tradizionale è una sorta di ‘illusione’, così com’è illusione il fatto che il prodotto biologico sia nutrizionalmente migliore (quando è più probabile che sia peggiore rispetto ad un prodotto convenzionale) o più sicuro dal punto di vista salutistico. Se nel contesto qualitativo inseriamo l’aspetto della sostebilità , vien fuori un discorso ancora più complesso, in virtù del fatto che siamo costretti a considerare non solo l’aspetto ambientale della sostenibilità, ma anche quello economico e, infine, sociale. In altre parole: quanto è fattibile da un punto di vista ambientale/economico/sociale? Purtroppo anche gli aspetti economici e gli impatti sociali sono importanti.
    Ora, con questo giro di parole non sto dicendo che il biologico sia un male, anzi. Dico solo che l’estensione di questo approccio produttivo potrebbe portare anche a degli svantaggi notevoli (l’accessibilità dei prodotti in primis: il biologico costa di più).
    Un compromesso importante si raggiunge coi prodotti da agricoltura integrata, mirata alla riduzione dell’utilizzo delle risorse ambientali, i quali risultano essere potenziali successi commerciali. Il successo commerciale funzionerebbe da incentivo per l’estensione di questo approccio. Come si vede non è un approccio totalmente ‘tradizionale’ alla produzione, ma un’evoluzione delle tecniche che mira alla riduzione dei costi di produzione e al rispetto ambientale.
    Tra biologico e integrato, direi che la produzione integrata abbia maggiori possibilità di sopravvivenza.
    Mi scuso per il papiro!

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