AMBIENTEULISSE

Il mare intorno al relitto

AMBIENTE – A vederlo lo scafo della nave da crociera Costa Concordia, buttato lì su un fianco, a dominare la vista dal porticciolo dal paesino di Giglio Porto (se decideste di andare a farvi le vacanze al Giglio sarebbe praticamente impossibile non vederla) fa pensare a una balena spiaggiata e agonizzante. Non è un bel vedere, sia per la bruttezza in sè, sia per l’onnipresenza, ma soprattutto perché fa pensare continuamente all’incidente e ai morti. E non è un bel vedere anche perché la sensazione è quella di trovarsi di fronte a una bomba a orologeria ambientale: lo scafo resta infatti una minaccia per l’ambiente marino in cui si trova immerso.

A sei mesi dall’incidente qual è lo stato del mare intorno a questo meraviglioso tratto di costa italiana?

Fin dai primissimi momenti dopo in naufragio la situazione ambientale è stata monitorata da ISPRA congiuntamente con ARPAT. “Come ISPRA siamo stati chiamati immediatamente dopo l’emergenza, abbiamo partecipato ai tavoli iniziali quando la situazione non era ancora chiara, ” spiega Luigi Alcaro, responsabile per le emeregenze marine di ISPRA. “Insieme ad ARPAT abbiamo elaborato un piano di monitoraggio ambientale, sia sulla stato dell’acqua che dei fondali.”

Come spesso avviene in incidenti simili l’attenzione era inzialmente focalizzata sul rilascio di combustibile, quindi idrocarburi, nell’acqua: “nella nave erano presenti circa 2.200 metri cubi di combustibile, di cui la gran parte era costituita da un olio particolarmente denso e viscoso, che può anche affondare e interessare i fondali, che poi sono difficilmente bonificabili in questo senso,” continua Alcaro. Fortunatamente il rilascio non c’è stato. “Abbiamo osservato soltanto fenomeni di iridescenza in occasione di mareggiate, iridescenza che denuncia la sospensione di piccole quantità di idrocarburi, probabilmente dovuta all’azione di risciacquo delle onde che entravano nello scafo.”

Nelle settimane successive all’incidente quasi tutto il carburante nei serbatoi della nave è stato rimosso. “Ne rimangono ora all’interno circa 160 metri cubi, che sono stati giudicati impompabili”.

Superata l’emergenza immediata dovuta al combustibile è iniziato poi un monitoraggio “strutturale” che continuerà fino a che la nave non sarà rimossa (e anche una fase successiva). “Due volte alla settimana raccogliamo campioni in tre punti diversi, due vicino allo scafo e un altro più lontano, per tener conto degli effetti delle correnti,” ci racconta Marcello Mossa Verre, dirigente di ARPAT. “Le analisi si basano su una ricognizione merceologica che abbiamo fatto sulle sostanze presenti nella nave.”

Infatti il combustibile non è l’unico inquinante che desta preoccupazione. Ci sono altri oli minerali (per esempio usati come lubrificanti per le macchine) solventi e sostanze chimiche varie , e c’è inoltre tutta la parte della nave definita “hotel” dotata di detersivi, saponi di vario genere, e non ultimi degli alimenti , che rappresentano anch’essi una fonte di inquinamento (pensate che c’è un sacco di olio d’oliva che potrebbe sversarsi nell’acqua). I risultati dei monitoraggi sono disponibili sul sito di ARPAT e sono incoraggianti:”per il momento la situazione appare sotto controllo. I livelli delle sostanze sono abbondantemente sotti i limiti stabiliti dalla legge e anche l’analisi batteriologica dà risultati soddisfacenti,” conclude Mossa Verre.

Un altro tipo di inquinamento è invece quello dovuto alla semplice presenza dello scafo, che impedisce a fauna e flora marina di svilupparsi normalmente. “Soprattutto per i fondali” commenta Alcaro. “Questo oggetto posto sopra crea quantomeno un danno fisico, la presenza fisica che evita, dove è appoggiata la nave lo sviluppo degli organismi del fondo”. L’impatto è dunque localizzato.” Ci sono segni di sofferenza sulla praterie di posidonia oceanica,” spiega Alcaro. “Ci sarà bisogno, ed è già previsto nel progetto di rimozione, di un’azione di ripristino dell’ambiente. Si prevede il reimpianto della posidonia morta  e di verificare nel tempo il ripristino dei fondali. Si parla di anni per il recupero.”

Se il quadro complessivo al momento è abbastanza buono, non c’è comunque tempo da perdere. “Fino a che i contenitori delle varie sostanze reggono, la situazione rimarrà stabile, ” continua Mossa Verre. “Per questo motivo è necessario rimuovere al più presto lo scafo danneggiato,” precisa Alcaro. “Bisogna agire in fretta.” I lavori di rimozione sono stati finalmente assegnati alla Titan Micoperi, una ditta USA/italiana che sta iniziando le fasi preliminari dell’operazione tutt’altro che leggera o priva di ulteriori rischi per l’ambiente. “Noi di ISPRA monitoreremo ogni fase dei lavori, ma quello che credo sia importante che il pubblico capisca è che lasciare là la nave è un pericolo anche maggiore di quelli che derivano dalle operazioni per la rimozione. Stiamo cercando di avere il minor danno possibile da questa situazione di emergenza.”

Alla ditta sono naturalmente state chieste garanzie sulla sicurezza delle operazioni, ma va da sè che rimettere a galla e trasportare un gigante di ferro come la Concordia è di per se un’azione impattante. Tanto per far capire: verranno piantati degli enormi pali di cemento nel fondale sotto alla nave e verrà poi creato una specie di fondale artificiale su cui “far sedere” la nave per rimetterla in galleggiamento e portarla via.

Oltre ai fattori inquinanti (o potenzialmente inquinanti) già citati, se ne aggiungerà a questo punto un altro: il rumore dovuto alle preforazioni, rumore che è noto dar fastidio alla fauna marina, con impatti notevoli scientificamente provati per esempio sui cetacei (il Tirreno conta una comunità nutrita), ma non solo. ISPRA comunque seguirà tutte le operazioni e parteciperà dando consulenza per minimizzare l’impatto dei lavori, per esempio suggerendo luoghi più adatti a impiantare i pali.

La portata di tutto ciò è evidente: la rimozione, il monitoraggio, il ripristino dell’ambiente. Ma chi paga? “Adesso le varie attività degli istituti come ISPRA sono a carico degli istituti stessi, con il coordinamento della Protezione Civile e poi saranno tutti costi che saranno imputati all’inquinatore,” conclude Alcaro. Speriamo bene. Il processo sull’affondamento della Costa Concordia è al momento in corso.

La nave dovrebbe essere rimossa definitivamente dal Giglio il prossimo gennaio 2013.

Crediti immagine: Rvongher

Federica Sgorbissa
Federica Sgorbissa è laureata in Psicologia con un dottorato in percezione visiva ottenuto all'Università di Trieste. Dopo l'università, ha ottenuto il Master in comunicazione della scienza della SISSA di Trieste. Da qui varie esperienze lavorative, fra le quali addetta all'ufficio comunicazione del science centre Immaginario Scientifico di Trieste e oggi nell'area comunicazione di SISSA Medialab. Come giornalista free lance collabora con alcune testate come Le Scienze e Mente & Cervello.

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