AMBIENTEESTERI

La febbre dell’avorio. E ciò che resta

AMBIENTE – Facciamo fuori due rinoceronti al giorno. Nel 2011 ne sono stati uccisi 448, mentre, nello stesso anno, ammonta a 2.629 il numero di elefanti morti a causa del bracconaggio. Ad alcuni paesi del mondo piace l’avorio, la polvere di corno di rinoceronte e, perché no, anche qualche souvenir di tigre.
Secondo i dati raccolti nel dossier “Wildlife Crime Scorecard”, presentato a Ginevra dal WWF in occasione del meeting per esperti della Convenzione di Washington, la situazione non è affatto facile.

Il dossier mette in luce la situazione attuale nel mondo e raccoglie i dati ottenuti in seguito alle modifiche legislative di buona parte dei Paesi coinvolti nel traffico di parti di animali, come l’India, il Laos, la Malesia, la Russia, il Sudafrica, lo Zimbabwe e, naturalmente, la Cina, principale cliente di questo genere di mercato.
Ma che si fa con corni e “ritagli” animalier? L’avorio, lo sappiamo ormai da decine di anni, viene utilizzato per realizzare monili e soprammobili, così come le zanne di tigre. Poi ci sono anche tappeti di pelle di tigre e zampe “ornamentali”, mentre le corna di rinoceronte vengono utilizzate per realizzare dei pugnali a lama ricurva, molto di moda in alcuni Paesi, oppure sbriciolate. La polvere che si ottiene, mischiata con acqua o con gli alcolici, pare essere un ottimo (quanto inutile) rimedio contro le sbornie o, peggio, una terapia contro il cancro. C’è chi, in Vietnam, crede addirittura che la polverina “magica” possa salvare da una vita passata a bere, fumare e mangiare, come se i danni provocati al corpo dalla vita dissoluta potessero svanire per incanto. E proprio il Vietnam, nel corso del meeting di Ginevra, è stato accusato di aver incrementato il bracconaggio dei corni di rinoceronte sudafricano per la produzione della polvere a a base di cheratina per la medicina tradizionale. Il Mozambico, invece, è riconosciuto nel dossier come il paese da cui proviene la maggior parte dei bracconieri, e il Laos non è da meno, con il suo fiorente traffico di avorio.

Ci sono Paesi, però, che hanno ottenuto punteggi migliori, grazie all’attuazione di politiche serie a sostegno dell’ambiente. È il caso del Gabon: a fine luglio di quest’anno il governo, per mano del presidente Ali Bongo Ondimba, ha bruciato l’intera riserva di avorio illegale detenuto dallo Stato. Si trattava di un gruzzolo di 4.825 chili, l’equivalente di 850 elefanti uccisi. “Anche se la maggior parte dei Paesi dell’Africa Centrale – si legge nell’intervento del responsabile del Programma Specie del WWF Massimiliano Rocco su Geapress – ricevono punteggi gialli e rossi per gli elefanti (voti pessimi, ndr), ci sono alcuni segnali incoraggianti. Il Gabon ha bruciato la sua intera riserva di avorio, per garantire che le zanne non sarebbero tornate nel commercio illegale, e il presidente Ali Bongo si è impegnato ad aumentare la protezione nei parchi del Paese e ad assicurare che i crimini della fauna selvatica vengano processati e mandati in prigione. Bruciare gli stock è un passo essenziale ed importante per dire un netto ‘no’ al commercio ed al consumo di queste risorse, una scelta che dovrebbero fare molti dei Paesi, anche occidentali, coinvolti in questi traffici”.

Nonostante la caccia di elefanti africani sia stata vietata già del 1989, il 2011 è stato l’anno record per le uccisioni. La denuncia arriva da Traffic, l’organizzazione internazionale che si occupa dei traffici illegali di specie protette. Solo lo scorso anno sono state sequestrate circa 23 tonnellate di avorio che doveva essere spedito per lo più in estremo oriente, partendo dal Sud Africa, dalla Namibia, dal Botswana e dallo Zimbawe.
“La crescete richiesta di avorio nel 2011 – spiega Tom Milliken, esperto di elefanti per Traffic – riflette sia la presenza di una crescente domanda in Asia, che una maggior organizzazione da parte dei gruppi criminali alla base del traffico. L’unico comune denominatore nel traffico d’avorio è che la merce parte dall’Africa e arriva in Asia, ma le rotte cambiano continuamente per eludere i controlli”.
E ancora dall’Asia arrivano le richieste per i rinoceronti. La loro caccia mette sempre più a rischio la sopravvivenza della specie, in particolare del rinoceronte nero, ormai sul filo del rasoio per quel che riguarda l’estinzione. In Sud Africa nel 2001 sono morti 287 esemplari, di cui 16 erano rinoceronti neri. E il 2012 non si preannuncia migliore: otto esemplari sono stati massacrati lo stesso giorno a colpi di kalashnikov per essere poi privati del corno. Ma la cosa più preoccupante è che questo è avvenuto all’interno di una riserva naturale, il Kruger National Park sudafricano.
D’altronde il rinoceronte nero non è un caso isolato perché, stando alla “lista nera” dell’Unione Internazionale per la Salvaguardia della Natura-IUCN, il 25% dei mammiferi rischia l’estinzione in pochi anni.

Crediti immagine: Giuseppe Brancaccio

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