God save the green

AMBIENTE – Dopo il grande successo al festival internazionale This human world di Vienna, in queste settimane sta girando le principali città d’Italia e sarà presto presentato in Canada, Svezia, Germania, Francia, Estonia e altri paesi. Si tratta di God Save the Green, nuovo documentario ambientale, prodotto in Italia nel 2012.

Ne abbiamo parlato con i due registi e autori, Michele Mellara e Alessandro Rossi.

Partiamo dalla scelta del nome: God Save the green.

Nasce da God save the Queen nella versione punk dei Sex Pistols, di cui siamo grandi fan. È un gioco che si basa principalmente nell’assonanza delle parole e che allo stesso tempo  evidenzia l’importanza di salvaguardare il verde in ambito urbano.

Come è nata l’idea di questo documentario e quanto tempo avete impiegato per realizzarlo.

Abbiamo iniziato il lavoro circa tre anni fa, all’inizio pensavamo a un documentario che fosse centrato sui temi del diritto al cibo, poi, approfondendo il percorso di ricerca, il soggetto si è venuto a definire in un altro senso. È diventato sostanzialmente un documentario su come gruppi di persone, a varie latitudini nel mondo, attraverso il verde urbano, hanno dato un nuovo senso alla parola comunità e allo stesso tempo hanno cambiato in meglio il tessuto sociale e urbano in cui vivono.

God Save the Green affronta quella che voi avete definito “trasformazione antropologica”, di cosa si tratta?

Dal 2007 la maggior parte delle persone che popolano il nostro mondo, per la prima volta nella storia, vive nelle periferie delle città e non più nelle campagne. Una trasformazione antropologica si sta compiendo a livello globale: l’uomo da pastore e agricoltore che era, si è trasformato in cittadino. Eppure nelle ferite delle metropoli, tra i grattacieli brillanti di cristallo, negli slum fatiscenti delle megalopoli, riemerge prepotente il bisogno degli uomini di immergere le mani nelle zolle di terra. Quell’essere agricoltori, quel bisogno costitutivo della nostra specie, in ogni cultura, di lavorare la terra,  riaffiora scardinando ritmi e obblighi del vivere urbano. God save the green si sviluppa in un mosaico di storie, è l’affresco di un mondo che attraverso il verde urbano ha ridefinito la propria esistenza.

Da un giardino di Casablanca alle coltivazioni idroponiche in Brasile, passando per la bidonville di Nairobi, gli orti comunitari di Berlino fino ai giardini pensili di Torino e Bologna. Come sono state scelte le varie storie?

Alcune le abbiamo trovate un pò per caso nel percorso di ideazione del documentario e ci hanno da subito conquistato. È stata fondamentale poi la collaborazione con il CEFA (Comitato europeo per la formazione e la cultura), una ONG che opera nel paesi del sud del mondo e lavora sui temi legati allo sfruttamento del territorio. In particolare nella fase di ricerca hanno dato un contributo importante Giorgio Prosdocimi Gianquinto, professore di orticoltura e Francesco Orsini, ricercatore di orticoltura, entrambi all’Università di Bologna, senza dimenticare il prezioso contributo nella fase di scrittura dell’autore americano Michael Pollan.

Il documentario lavora su un mix interessante tra riscoperta del valore estetico del verde e un lato più sperimentale con buone pratiche in ambito urbano. Quale dei due aspetti secondo voi è il prevalente?

Entrambi sono importanti. Il primo, quello estetico, è un diritto, imprescindibile, il diritto al bello, che in un contesto urbano coincide con la possibilità ad avere una maggiore qualità della vita. Il secondo, le buone pratiche, ci garantiscono cibo fresco e salutare e un ambiente nel quale creare comunità e poter vivere più in armonia con gli altri.

Nel cinema di oggi, c’è un regista che considerate più sensibile ai temi ambientali?

Più che un regista diciamo che esiste un cinema-documentario che, specialmente nel nord Europa, è in grado di affrontare temi ambientali declinandoli attraverso un utilizzo del codice visivo molto cinematografico. Questo tipo di cinema ci appassiona e coinvolge.

State già pensando a progetti futuri sempre su temi ambientali?

Assolutamente sì ma per adesso è rigorosamente top secret.

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