COSTUME E SOCIETÀCULTURALA VOCE DEL MASTER

Le parole nei libri e l’umore storico

Crediti immagine: Lin KristensenLA VOCE DEL MASTER – È possibile rendere l’antropologia una disciplina quantitativa e collegare il lessico e l’emotività dei libri con gli eventi storici?

Questa è la domanda a cui ha tentato di rispondere un gruppo di ricercatori delle Università britanniche di Bristol, Sheffield e Durham, che ha utilizzato un approccio sistematico nell’analizzare milioni di libri in formato digitale. La ricerca ha stabilito che nei testi in lingua inglese, negli ultimi cinquanta anni, l’uso di termini con contenuto emotivo è in calo costante.

I dettagli dello studio sono stati pubblicati il 20 marzo su Public Library of Science ONE. Il primo autore dell’articolo è l’antropologo italiano Alberto Acerbi, che ha studiato all’Università di Siena e ora è ricercatore presso il dipartimento di archelogia e antropologia dell’Università di Bristol.

L’analisi metodica dei testi digitali ha richiesto la suddivisione dei termini con contenuto emozionale in sei categorie: rabbia, disgusto, paura, gioia, tristezza e sorpresa. Il trend generale è un utilizzo sempre meno frequente dagli anni ’60 in poi, soprattutto per i termini legati al disgusto. Fanno eccezione le parole che esprimono paura, in controtendenza dagli anni ’80.

“Tracciando i dati dei libri su intervalli di tempo più lunghi”, ci ha raccontato Alberto Acerbi, “possiamo vedere anche che i periodi di felicità e di tristezza nella letteratura corrispondono agli eventi storici. Dal 1929, anno della grande depressione negli Stati Uniti, l’umore della letteratura americana peggiora progressivamente, raggiungendo un picco negativo durante la seconda guerra mondiale. Poi c’è una risalita negli anni ‘60, che secondo i dati raccolti sono un periodo felice e che sappiamo essere un decennio di straordinario fermento culturale.”

Particolare attenzione è stata posta sul confronto tra i libri in inglese britannico e americano. “A partire dagli anni ‘60 le due versioni dell’inglese hanno iniziato a divergere, mentre fino a quel momento i gradi di emotività erano esattamente gli stessi. Negli ultimi cinquanta anni, la lingua americana è rimasta più emotiva di quella britannica, a conferma dello stereotipo della misuratezza e compostezza anglosassone. Lo stile James Bond, per intenderci.”

Inoltre, “ il divario nel campo delle emozioni è solo una parte di una divergenza stilistica più ampia tra i due tipi di inglese, che riguarda anche l’utilizzo delle cosiddette parole content-free, come preposizioni, congiunzioni, articoli e pronomi, che assumono un significato solo se inserite in un contesto.” Resta però da capire quale evento storico abbia originato questa diversità.

Per visualizzare l’evoluzione nel tempo dell’utilizzo di una parola, è possible utilizzare Google’s Ngram Viewer, un database interattivo che contiene di più di cinque milioni di libri digitali. Raccogliendo tutti i testi disponibili nelle biblioteche, è stato catalogato  il 4% di tutti i libri pubblicati nella storia dell’umanità fino al 2008. Il giovane antropologo ci ha spiegato che “anche se la percentuale può sembrare bassa, in realtà si tratta di una enorme quantità di dati. Finalmente è possibile fare studi quantitativi anche in antropologia, dove tradizionalmente l’analisi dei dati era del tutto assente.”

Quali prospettive ci sono per questo tipo di indagini? Nel database di Google ci sono anche numerosi testi in altre lingue, quindi – secondo Alberto Acerbi – “sarà interessante iniziare a fare analisi di testi non solo in inglese. Inoltre, si potranno cercare correlazioni tra le analisi linguistiche e quelle economiche”, per interpretare gli eventi storici da una nuova prospettiva. Insomma, i primi passi di una rivoluzione nel modo di concepire e studiare la storia dell’umanità.

Crediti immagine: Lin Kristensen, Wikimedia Commons

Gianluca Dotti
Giornalista scientifico freelance. Sui social sono @undotti

2 Commenti

  1. «Finalmente è possibile fare studi quantitativi anche in antropologia, dove tradizionalmente l’analisi dei dati era del tutto assente».
    In antropologia (culturale e sociale) l’analisi dei dati è invece assolutamente presente, solo che non è (soltanto) numerica. Il punto, infatti, riguarda il cosa si intenda per “dato”.
    I “classici” dati di una ricerca antropologica sono le interviste (approfondite) alle persone, per cui analizzare questo tipo di dati significa individuare i temi principali, quelli secondari e gli argomenti trasversali all’interno di un panel di opinioni raccolte sul campo (in merito ad uno specifico oggetto e alla luce delle ipotesi di ricerca). Con tutta evidenza, l’entità di questo panel è il punto cruciale, tuttavia anche tale problema può essere risolto definendo con rigore l’oggetto di studio e i soggetti d’indagine.
    «Analisi quantitativa» non significa “analisi più rigorosa” o “più oggettiva” di «analisi qualitativa». La scelta tra i due metodi (o di un ibrido tra i due) risiede nelle domande che ci si pone a monte della ricerca.

  2. Ciao sono l’autore dell’articolo di cui si parla in questo post. Giogg sono assolutamente d’accordo con te. Quello che intendevo dire è: “Finalmente è possibile fare studi quantitativi anche in antropologia, dove tradizionalmente l’analisi dei dati *quantitativi* era del tutto assente». Si potrebbe aggiungere anche un “quasi”, prima di “del tutto assente”. Ciò non toglie che io abbia delle robuste preferenze per le scienze umane/sociali quantitative, ma questo è un altro discorso…

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