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Il Finkbeiner test e il manzo alla Stroganoff

Sapeva preparare un eccellente manzo alla Stroganoff, ha seguito suo marito di lavoro in lavoro e si è presa otto anni di pausa dal lavoro per crescere tre figli. “La mamma migliore del mondo”, ha dichiarato suo figlio Matthew.

Crediti: Pittaya Sroilong, FlickrJEKYLL – Così apriva il New York Times il suo necrologio per Yvonne Brill, morta la scorsa settimana all’età di 88 anni. Brava moglie, ottima madre, eccellente cuoca. Oh, e anche scienziata, dimenticavo, nota per le innovazioni apportate al sistema a propulsione per i missili, fondamentale per l’industria delle comunicazioni satellitari.

Così apriva il New York Times, perché una pioggia di critiche online da parte di lettori e giornalisti ha spinto qualche rapido redattore a spostare un paio di frasi e cancellare piccoli dettagli, facendo sparire dalla nuova versione le doti da chef della scienziata (i cambiamenti si possono ancora trovare qui).

Tra i commentatori indignati e irritati, non è mancato chi ha usato l’ironia, chiedendosi come suonerebbe la vita di grandi scienziati di sesso maschile se venisse usato lo stesso taglio narrativo, e qualcuno ha anche infilato, tra un tweet e l’altro, il rammarico di non poter leggere la ricetta di quello Stroganoff.

L’episodio, largamente commentato dai media anglosassoni, arriva poco dopo una piccola discussione che è rimbalzata in rete tra blogger e giornalisti sul modo in cui si dovrebbe parlare delle donne nella scienza. 

La storia inizia lo scorso novembre, quando Nature pubblica un editoriale in cui autodenuncia lo scarso numero di donne coinvolte come referee esterni per giudicare gli articoli della rivista (soltanto il 14% nel 2011), e lo sbilanciamento di genere tra i profili di ricercatori ritratti dai giornalisti che scrivono per il giornale (solo il 18% di ricercatrici tra il 2011 e il 2012). Con un pubblico mea culpa, la rivista dichiara di voler intraprendere una politica per ridurre questa tendenza.

Un paio di mesi dopo, Nature commissiona alla giornalista Ann Finkbeiner il profilo di un astronomo. Di un’astronoma, anzi. In un post sul blog collettivo The Last Word On Nothing, la giornalista commenta le sue intenzioni. “Ho notato che l’incarico è arrivato subito dopo che la rivista ha annunciato pubblicamente di dover affrontare il problema di uno sbilanciamento a favore degli uomini, e ho notato che sia io che la scienziata di cui dovrei scrivere siamo sospettosamente donne. Ma onestamente non mi importa. Quello che non farò, tuttavia, è scrivere di questa astronoma come di una donna.” Dopo anni di articoli dedicati a tratteggiare le storie di donne scienziate, Ann Finkbeiner è stanca di scrivere delle difficoltà, del pregiudizio, della competizione, stanca di considerare il sesso del ricercatore come un fatto a cui prestare attenzione.

Stanca del genere di storie “Una donna che…”, come le definisce la giornalista Christie Aschwanden in un post su Double X Science. Scrivendo di una ricercatrice donna, troppo spesso si finisce a far riferimento a come questa riesca a conciliare la carriera con la cura dei figli, o al fatto che sia stata la prima del suo sesso a vincere un premio, ottenere una posizione, raggiungere un obiettivo. Bisogna spesso superare diversi paragrafi prima di riuscire a leggere qualcosa del suo lavoro, che dovrebbe essere il motivo per cui l’articolo è stato scritto.

Seguendo le intenzioni della collega, Christie Aschwanden propone di utilizzare una soluzione pratica per controllare il modo in cui si scrive di una donna impegnata nella ricerca (ma anche in altri campi, perché no?). Sulla falsariga del Bechdel test, una misura del sessismo nei film, la giornalista suggerisce l’uso del Finkbeiner test.

Per passare il Finkbeiner test, un articolo in cui si parla di una ricercatrice non dovrebbe menzionare:

– il fatto che sia una donna
– il lavoro di suo marito
– come riesca a gestire i suoi figli
– come promuova le sue studentesse
– come sia stata stimolata dalla competitività nel settore
– come sia stata un modello per le altre donne
– come sia stata “la prima donna a…”

Con il notevole risultato di aver fallito appieno il test, il necrologio del New York Times ha forse il merito di poter suggerire un altro punto per l’elenco: lo Stroganoff va bene se si parla di un concorrente di MasterChef, o il rischio di cadere in un benevolo sessismo è troppo alto.

Crediti immagine di apertura: Pittaya Sroilong, Flickr

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