Albero di Natale: come fare una scelta consapevole ed ecosostenibile

È meglio finto o vero? E dopo le feste che fai, lo ripianti? O portarlo a caso nel primo bosco disponibile è più dannoso che altro? Ce lo spiega l'esperto PEFC

Abete rosso PEFCAMBIENTE – “Voglio diamanti, voglio una mazza da golf, voglio un pony per cavalcarlo due volte, annoiarmi, poi venderlo per farci la colla!” diceva il Grinch, accusando l’imperante consumismo natalizio. E se si parla di Natale, il primo pensiero va all’albero: tutti quegli abeti finti e veri, che decorano i nostri salotti fino a gennaio per poi venire… ripiantati? Riposti in cantina? Gettati via?

Ogni anno capita di leggere un po’ di tutto. Dalle vicende “virtuose” di abeti ripiantati in improvvisati boschetti cittadini, a Ikea che incoraggia a riportare l’albero in negozio per avere un buono di valore equivalente, all’assoluta non sostenibilità degli abeti di plastica. Bisogna fare chiarezza. Per capirne un po’ di più ho parlato con Antonio Brunori, segretario generale di PEFC Italia (Programme for Endorsement of Forest Certification schemes).

PEFC Italia consiglia di ripiantare gli abeti nel giardino di casa o in vaso, e dice no al cosiddetto “rimboschimento selvaggio”. Mi spieghi meglio.

Riportare le piante quasi secche o i cimali a punti di raccolta comunali o del CFS – o raccogliere inviti come quello di Ikea – è una pratica ben vista dal PEFC Italia. L’incoraggiamento a mettere la pianta in vaso o in giardino, invece, segue un altro ragionamento. Si potrà riutilizzare l’abete l’anno successivo, evitando di incrementare il volume dei rifiuti nel periodo post-natalizio: un albero sano può sopravvivere anche fino a 5 anni, dandogli il tempo di recuperare e riformare le radici che al momento dello zollamento sono state drasticamente ridotte. Per di più l’albero in casa respira, rilasciando ossigeno e oli essenziali che purificano e aromatizzano la stanza. Ma soprattutto,  ripiantandolo in vaso o in giardino, si eliminerà la cattiva abitudine di andare in campagna o in bosco a ripiantare un abete che non è stato pensato per il rimboschimento.

Per le operazioni di rimboschimento è infatti necessario il passaporto fitopatologico, e gli abeti di Natale ne sono sprovvisti. Come si svolgono queste pratiche?

Il passaporto fitopatologico è un documento che accompagna le piante dal vivaio fino al momento della vendita, sia in Italia che all’estero, assicurandone la qualità e identificando la pianta madre dalla quale sono stati collezionati i semi. Si tratta di una scheda che permette di conoscere la provenienza e il corredo genetico, garantendo l’assenza di malattie e approvando l’eventuale reimmissione nell’ambiente. Gli abeti di Natale ne sono sprovvisti perché non hanno assolutamente questo scopo, anche se il consumatore può fare la sua parte per la salvaguardia dell’ambiente fin dal momento dell’acquisto: sull’albero, infatti, dev’essere presente un tagliandino con la provenienza, la nazionalità, la segnalazione della non destinazione a rimboschimento e l’età dell’albero.

Niente rimboschimento di Natale dunque. E che dire di quello “selvaggio”?

Quando acquistiamo un albero di Natale portiamo in casa una pianta che non è assolutamente pensata per il rimboschimento: non conosciamo l’origine della pianta madre, o da dove viene il seme. Introducendo un abete rosso (Picea abies) in un bosco di conifere delle Alpi senza avere queste informazioni creiamo una situazione di potenziale inquinamento genetico. Anche inserendolo nei boschi di latifoglie dell’Appennino non c’entrerebbe nulla, botanicamente e paesaggisticamente.

Ci sono già esempi di specie alloctone che hanno invaso il territorio?

Purtroppo si. L’ailanto (Ailanthus altissima) che arrivò dalla Cina 150 anni fa per l’alimentazione del baco da seta e per le alberature stradali, ad esempio. O la robinia (Robinia pseudoacacia) importata dal Canada per il consolidamento delle scarpate lungo le vie ferroviarie o autostradali. Altri esempi di specie arboree “aliene” diventate invasive sono il ciliegio tardivo (Prunus serotina) e l’acero americano (Acer negundo). Non che l’introduzione di specie alloctone sia una novità: i castagni, i cipressi e i noci furono tutti importati dai romani, e ora sono naturalizzati e accettati come specie caratteristiche del paesaggio, specialmente quello toscano.

“Iniziative virtuose” post-natalizie: qualche anno fa nel parco di Buccinesco a sud di Milano sono stati ripiantati 200 abeti bianchi e rossi recuperati da privati e aziende come Ikea. Immediate le critiche per aver introdotto specie di montagna in pianura, anche se autoctone.

Le critiche sono corrette se l’iniziativa è stata spacciata per ambientalista: piantare in pianura delle specie che vivono in montagna vuol dire condannarle a morte sicura. Si può parlare di parco urbano, di giardino a scopo didattico, ma non certo di rimboschimento. Inoltre ripiantare abeti con già alle spalle due trapianti, che sono sopravvissuti in condizioni “estreme” in appartamento (aria calda e secca, 20-25 gradi, forse niente innaffiatura), vuol dire scommettere su piante già deboli. Sono errori grossolani, operazioni senza basi scientifiche o botaniche: le probabilità di fallanza purtroppo sono altissime, basta pensare all’abete rosso che vive al di sopra dagli 800 metri fino a 1900 metri, o a quello bianco, che naturalmente si trova mescolato al faggio in alta montagna. Piantarli in pianura non ha alcun senso, sarebbe piuttosto preferibile, dopo le feste natalizie e se non sono in salute per vivere in vaso, ricavarne del compost per fertilizzare le specie autoctone o cipparli per avere energia termica nelle caldaie a biomasse legnose.

In quali regioni italiane è concentrata la coltivazione degli abeti per natale?

Oltre alle aree vivaistiche per eccellenza (il pistoiese e alcune zone del Veneto), in Toscana ci sono circa 150 ettari tra zone collinari e montane che vengono utilizzati per la coltivazione dell’abete rosso. Gli alberi di origine italiana presenti sul mercato natalizio derivano per circa il 90% da coltivazioni specializzate, create per questo scopo. C’è poi un importante numero di piante, circa il 10%, che vengono vendute senza radici, cimali o punte che derivano dalla normale pratica di gestione forestale indispensabili per foreste più pulite e fruibili, cioè la gestione attiva e responsabile promossa dalla certificazione forestale PEFC.

Comprando un abete italiano si valorizza un’attività produttiva vivaistica che crea un’economia integrativa, aumentando il potere d’acquisto delle famiglie che lavorano nelle Alpi e nell’Appennino. Secondo Coldiretti sono circa un migliaio le aziende agricole specializzate – quasi tutte a conduzione familiare – che coltivano l’abete, utilizzando terreni marginali, incolti e pascoli altrimenti destinati all’abbandono e al conseguente degrado idrogeologico.

Destinati all’abbandono? Quindi i territori adatti ci sono, perché la maggior parte degli abeti vengono importati invece di incoraggiare le piccole aziende nostrane?

Importare costa meno, persino rispetto a produrre le piante in vivaio. L’Italia acquista abeti dalla Spagna, dall’Austria, dalla Danimarca e da tutta l’Europa dell’Est. Non si tratta solamente di abeti rossi ma anche bianchi, spagnoli (Abies pinsapo), greci (Abies cephalonica), del Caucaso (Abies nordmanniana) e via dicendo. Ovviamente migliorare le pratiche di impiego del territorio sarebbe una scelta migliore, dando alle persone che lavorano l’opportunità di poter fare una gestione attiva e portando benefici alla nostra economia.

Un abete finto è davvero così poco sostenibile, anche riutilizzandolo per molti anni?

Una volta gli abeti di plastica erano fatti bene e per durare, ora c’è la politica dell’usa e getta e molti di questi alberi sintetici arrivano addirittura da altri continenti: dopo 2 o 3 anni si rompono, si decolorano. Andrebbe comprato solamente se è un prodotto di qualità. Gli alberi finti sono costruiti con materiali che comprendono leghe metalliche e plastiche tipo polivinilcloruro (Pvc) e polietilene tereftalato (Pet). Non solo comportano un grande inquinamento al momento di smaltirli, ma anche durante la fabbricazione e il trasporto. Secondo Coldiretti, per la produzione di un albero finto si emettono 23 kg di anidride carbonica equivalente (CO2) se è di Pvc e 12 kg di CO2 se è di polietilene. Senza contare che la plastica impiega oltre 200 anni per degradarsi nell’ambiente: l’acquisto stimato di circa mezzo milione di alberi finti all’anno provoca la liberazione di 115 mila tonnellate di CO2, pari all’inquinamento generato da 6 milioni di chilometri percorsi in auto.

Quali sono i numeri di un albero coltivato in vivaio?

L’albero naturale, nonostante inizialmente si consumi energia per l’uso di fertilizzanti e delle lavorazioni meccaniche, durante il periodo di accrescimento (che dura in media circa 5 o 6 anni) assorbe CO2 con un bilancio energetico finale favorevole di 47 grammi di anidride carbonica tolta dall’atmosfera per ogni pianta coltivata. Senza contare che un ettaro di alberelli produce ossigeno per 45 persone. In Italia, nel 2013 sono stati acquistati 6 milioni di alberi veri, che hanno contribuito a catturare, complessivamente, 282 tonnellate di CO2.

@Eleonoraseeing

Leggi anche: Dalle luci di Natale all’efficienza energetica

Crediti immagine: Pefc Italia

Informazioni su Eleonora Degano (677 Articles)
Giornalista pubblicista, traduttrice, science writer. Collaboro con varie realtà tra le quali National Geographic Italia, OggiScienza, pagina99 e StartupItalia. Mi occupo principalmente di conservazione e zoologia, con un particolare interesse per etologia e cognizione animale. Su Twitter @Eleonoraseeing

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