mercoledì, Dicembre 19, 2018
CRONACA

La grande ricchezza del patrimonio genetico del Bel Paese

Typical_Arbëreshë_female_costumesCRONACA – L’Italia non è solo un Paese con un invidiabile patrimonio naturale, culturale e artistico. Anche il patrimonio genetico delle diverse popolazioni che vivono in Italia custodisce una ricchezza da non sottovalutare. È il quadro che emerge da un’analisi del DNA mitocondriale e del cromosoma Y svolta su numerosi individui provenienti da ben 57 popolazioni sparse per lo Stivale, isole comprese, e da vari stati europei, posti agli estremi del continente.

Lo studio – pubblicato sul Journal of Anthropological Sciences, e coordinato dall’antropologo Giovanni Destro Bisol – è il frutto di un grande sforzo collettivo che ha coinvolto ricercatori provenienti da quattro università italiane (Bologna, Cagliari, Pisa e Roma “La Sapienza”) e dall’Istituto Italiano di Antropologia. “Questo nuovo lavoro”, afferma Guido Barbujani, tra i massimi esperti di genetica di popolazioni, “si basa su un campionamento molto vasto e accurato, che ha permesso uno studio sistematico sulle popolazioni italiane, con grande attenzione agli isolati linguistici”. I ricercatori si sono dedicati in modo particolare alle 13 minoranze linguistiche presenti nel nostro Paese, che spesso passano inosservate, ma che costituiscono una ricchezza culturale e genetica di primo piano. In particolare, nelle regioni del nord sono insediate numerose popolazioni che parlano lingue di origine germanica, come i cimbri, mentre al sud si possono incontrare comunità medio-piccole che parlano una variante dialettale di derivazione greca (i grecanici), o un dialetto albanese: è il caso degli arbereschi, diffusi in tutta l’italia meridionale e insulare, che raggiungono le 100.000 unità. La Sardegna, poi, è un calderone di popolazioni, di lingue e di dialetti, che variano incredibilmente secondo un gradiente da nord a sud. “Luca Cavalli-Sforza”, continua Barbujani, “sosteneva a gran voce l’importanza di studiare la composizione genetica dei gruppi più isolati, perché si tratta di popolazioni che grazie all’isolamento non sono state modificate dal flusso genico, e soprattutto perché in futuro rischiamo perderle, risucchiate dalla modernità”.

Gli autori non si sono limitati a raccogliere i campioni genetici da alcuni volontari provenienti da queste piccole realtà etniche, ma hanno predisposto un ampio programma educativo e partecipativo, che ha previsto un loro diretto coinvolgimento nel lavoro, coerentemente con i principi dell’Open Science. Le analisi mostrano che nel caso delle minoranze linguistiche la diversità linguistica e culturale va di pari passo con quella genetica, e i risultati sono clamorosi. Se si confrontano per esempio le differenze genetiche espresse dal DNA mitocondriale fra la comunità germanofona di Sappada, nel bellunese, e il vicino gruppo del Cadore, o fra quella di Benetutti, in Sardegna e la Sardegna meridionale, si vede che sono fra 7 e 30 volte maggiori di quelle che si osservano fra spagnoli e rumeni o portoghesi e ungheresi, che fra loro sono ben venti volte più distanti. “I risultati dimostrano che in effetti le differenze genetiche tra le varie popolazioni indagate sono considerevoli. Ma è importante comprendere che si tratta di variazioni fra popolazioni diverse insediate in uno stesso territorio, l’Italia, e non fra gli individui dell’intera popolazione italiana nel suo complesso”, puntualizza Barbujani.

Il quadro di eterogeneità che emerge tra le popolazioni italiane rispecchia l’elevata biodiversità che caratterizza l’Italia, al punto che gli habitat naturali della Penisola sono inseriti tra gli hotspot di biodiversità del Mediterraneo. La grande ricchezza genetica insita nel nostro Paese è probabilmente dovuta a un territorio molto variabile e soprattutto estremamente frammentato da barriere geografiche, come le catene montuose. Le diverse valli alpine, in particolare, rimaste isolate a lungo soprattutto in passato, custodiscono molte delle minoranze linguistiche indagate. Inoltre, nel corso della storia, il territorio italiano ha accolto genti di ogni provenienza, per via marina e terrestre, nel corso di flussi migratori, invasioni militari, rapporti mercantili, e così via. In molti casi i diversi popoli si sono mescolati fra loro, in altri si sono create le condizioni per l’isolamento, che si è mantenuto fino ad oggi, come si è visto. Non è così banale, tuttavia, comprendere perché in alcuni casi l’isolamento è avvenuto e in altri no. “Darwin, nel suo libro L’origine dell’uomo, aveva già intuito che la storia linguistica umana è collegata a quella biologica”, racconta Barbujani. “Il naturalista inglese non aveva i dati per avvalorare la sua ipotesi, ma in seguito sono stati raccolti, da Cavalli-Sforza in poi. Quello che si è visto è che, dopo che una popolazione si separa, interviene il fenomeno della deriva genetica, che crea divergenze genetiche direttamente proporzionali al tempo trascorso dalla separazione tra le popolazioni iniziali. A causa della separazione, nel tempo si vengono a formare anche barriere linguistiche e culturali, che diventano poi difficili da attraversare. Nell’800, nel territorio che va dall’attuale Slovenia alla Bulgaria, esisteva un continuum di dialetti talmente simili che tutti si capivano fra loro, ma poi le diverse popolazioni hanno iniziato a separarsi e si sono formate tante lingue diverse. E una volta che un fenomeno storico crea delle barriere, poi l’isolamento geografico crea le divergenze. Questa regola generale però non sempre funziona. E le eccezioni come spesso accade sono più interessanti delle regole. Fra Veneto e Lombardia, ad esempio, non esistono barriere geografiche, eppure fra le rispettive popolazioni sussistono importanti differenze linguistiche e culturali”.

Per contribuire a preservare in futuro la grande ricchezza genetica e linguistica del nostro Paese serviranno ulteriori studi che permettano un’indagine ancora più esaustiva della varietà genetica esistente. “Nei prossimi anni lo sviluppo della disciplina ci consentirà di compiere un’analisi completa del DNA genomico, che permetterà di capire se questi risultati saranno confermati anche su vasta scala”, conclude Barbujani.

Crediti immagine: Marzio Altimari, Wikimedia Commons

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