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Nucleare: dalla parte del no

SPECIALE MARZO – L’Italia ha detto no al nucleare per ben due volte. Con il referendum del 1987 (l’anno dopo il disastro di Chernobyl) e con quello del 2011 (qualche mese dopo Fukushima). Altri paesi, come sappiamo, continuano a fare affidamento sull’energia prodotta da centrali nucleari e, anche se a ritmo ridotto, a costruire nuovi impianti. Per questo è inevitabile che anche da noi il nuke continui a essere tema di discussione e di confronti, tra chi tiene la posizione sul “no” e chi invece intravede qualche possibilità di sviluppo. Tra i primi, antinuclearisti convinti, c’è il chimico Vincenzo Balzani, professore emerito dell’Università di Bologna, esperto di fotochimica, accademico dei Lincei e membro del Gruppo 2003 per la ricerca. OggiScienza ha sentito le sue ragioni.

http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Vincenzo_Balzani_chemist.jpg?uselang=itNucleare civile: dunque è proprio no?
No in generale e assolutamente no in Italia.

Perché no in generale?
Per vari motivi. Primo, perché non è economicamente conveniente. Guardi quello che sta succedendo in Finlandia, dove stanno costruendo una centrale con reattore di terza generazione: doveva costare poco più di tre miliardi di euro ed essere pronto nel 2009. Ora il costo è quasi raddoppiato e ancora non è finita. Il punto è che per fare una centrale oggi occorrono tantissime precauzioni, che costano moltissimo. E così arriviamo al secondo motivo: per quante precauzioni si prendano, non si possono escludere del tutto i rischi. Perfino in un paese tecnologicamente avanzato come il Giappone si è visto che è impossibile impedire che avvenga un incidente nucleare. E se accade, è qualcosa che interessa tutto il mondo e non solo il presente, ma anche il futuro. Tra quanto tempo la zona attorno a Fukushima potrà essere ripopolata?
Terzo: cosa si fa quando si chiude una centrale nucleare? La lasciamo lì per 50 o 100 anni, intanto che decade la radioattività? Ma questo significa rimandare la questione alle prossime generazioni, il che non mi sembra giusto dal punto di vista etico. Stesso problema con le scorie: dove le mettiamo? Come le trasportiamo? Anche negli Stati Uniti, che pure hanno un territorio immenso, il progetto di un deposito definitivo per rifiuti ad alta radioattività si è arenato. Bisogna mettersi d’accordo con la gente, e questo è difficilissimo.

Problemi tecnici e sociali, dunque…
Ma non solo, c’è anche un problema geopolitico. Il nucleare è un tipo di energia estremamente complicato, nelle mani di poche nazioni tecnologicamente avanzate che proprio attraverso l’energia potrebbero ri-colonizzare paesi meno avanzati. E infine: non si può negare uno stretto collegamento tra nucleare civile e nucleare militare. Non si può impedire a certe nazioni – come l’Iran o la Corea del Nord – di avere un programma energetico nucleare, ma da qui a sviluppare armi nucleari il passo può essere breve e allora come si fa? Insomma, mi sembra una forma di energia non democratica, a differenza delle fonti rinnovabili – sole, acqua, vento – che sono distribuite più diffusamente. E comunque, se anche non ci fossero tutti questi limiti, il fattore economico continuerebbe a pesare tantissimo. Perché diciamoci la verità: se il nucleare costasse meno, anche in Italia si troverebbe il modo di svilupparlo, non ci sarebbe referendum che tenga. Non c’è perché costa davvero troppo.

Altre controindicazioni speciali per l’Italia?
Viviamo in un territorio sismico e fragile dal punto di vista ambientale (pensiamo a frane e alluvioni), densamente popolato. Dove metteremmo una centrale? E dove metteremmo le scorie? Non sappiamo neppure dove mettere i rifiuti radioattivi ospedalieri, per non parlare delle poche scorie che abbiamo prodotto 30 anni fa con i nostri impianti. Le abbiamo esportate provvisoriamente in Francia e Inghilterra perché le sottopongano a processi speciali per ridurle di volume, ma tra qualche anno ce le dobbiamo riprendere e non sappiamo che farne. E ancora: abbiamo poco uranio e non abbiamo una filiera industriale capace di trasformarlo in combustibile, quindi dovremmo comunque importarlo. E poi siamo sicuri che ci serva davvero una centrale nucleare? Pensiamo a questo dato: nel solo 2011, il fotovoltaico montato sui tetti ha prodotto tanta energia quanta ne avrebbe prodotta una centrale nucleare. Come se ne avessimo costruita una, senza in realtà costruirla. E si stima che basterebbe coprire con pannelli fotovoltaici lo 0,8% del territorio per ottenere tutta l’energia elettrica che ci serve.

Però lo 0,8% del territorio nazionale non è così poco…
È pari alla superficie dei 700 mila capannoni industriali e commerciali che abbiamo, più quella dei loro cortili. Ma insomma, bisogna guardare avanti. Pensiamo al mondo tra 100 anni: davvero la soluzione finale dell’energia può essere il nucleare? Pensiamo di coprire il pianeta di centrali? Secondo me no, la soluzione finale possono essere solo le rinnovabili.

Ma anche le rinnovabili non sono senza peccato…
Chiaro, anche perché per convertire queste fonti in energia usabile (calore, elettricità, combustibile), occorrono dispositivi e tecnologie basati su materiali limitati. Penso per esempio a certi metalli, come silicio, neodimio, europio, gadolinio: non sono infiniti e non sono ovunque, dunque anche in questo caso si devono creare particolari equilibri geopolitici. Bisogna capire subito che bisognerà riciclarli e soprattutto mettersi in testa che la prima e fondamentale soluzione al problema energetico è la riduzione dei consumi.

La centrale migliore è quella che non si fa, secondo un famoso adagio…
Proprio così. Non c’è niente da fare: bisogna consumare meno, a partire dai paesi ricchi. per non esasperare disuguaglianze sociali che già sono fortissime e anzi per cercare di ridurle intanto che certi paesi crescono. Meno energia, meno beni, meno carne. Meno tutto. Bisogna adottare uno stile di vita più sobrio. La crescita non può essere infinita perché le risorse del pianeta non lo sono. E forse se ciascuno di noi producesse la sua energia, con un impianto fotovoltaico sul tetto, si sentirebbe più responsabilizzato e imparerebbe anche a risparmiarla.

Immagini. In apertura: TheReflexMan/Flickr. Ritratto Balzani: Albris/Wikimedia

Valentina Murelli
Giornalista scientifica, science writer, editor freelance

6 Commenti

  1. “per quante precauzioni si prendano, non si possono escludere del tutto i rischi.”
    Come da nessun’altra attività umana.
    L’installazione di impianti fotovoltaici, ad esempio, ha causato nel 2011 circa una vittima al mese, stando solo ai casi arrivati sui giornali nazionali.
    Le centrali a carbone invece fanno tranquillamente migliaia di morti l’anno, senza alcun incidente e nel disinteresse generale.

    “Perfino in un paese tecnologicamente avanzato come il Giappone si è visto che è impossibile impedire che avvenga un incidente nucleare.”
    Ehm… no. Si è visto che _non è stato impedito_, non che “è impossibile impedire”. Le lacune del sistema di sorveglianza giapponese sono tali e tante che non si possono ignorare. E per quanto il paese del sol levante sia tecnologicamente avanzato non si può ignorare che l’incidente ha colpito una centrale degli anni ’70, progettata prima di Three Mile Island e quasi per nulla aggiornata, mentre altri 50 impianti hanno retto senza problemi.
    Allo stesso tempo la raffineria di Fukushima ha causato un’enorme inquinamento E una settantina di morti. Ma era il buon petrolio, quindi lo si perdona subito. Come i 26 morti di Viareggio a causa del GPL non hanno spostato di una virgola l’impiego dei combustibili fossili.

    “E se accade, è qualcosa che interessa tutto il mondo e non solo il presente, ma anche il futuro. Tra quanto tempo la zona attorno a Fukushima potrà essere ripopolata?”
    Oggi, mentre un’altra parte è stata già riaperta due anni fa.

    “E poi siamo sicuri che ci serva davvero una centrale nucleare?”
    No, possiamo benissimo continuare a bruciare carbone e gas per coprire il carico di base. E a importare energia elettronucleare dall’estero facendo finta di nulla.

    “Pensiamo a questo dato: nel solo 2011, il fotovoltaico montato sui tetti ha prodotto tanta energia quanta ne avrebbe prodotta una centrale nucleare”
    …e questa produzione ci è costata e ci costerà tanto quanto 8 centrali nucleari di ultima generazione.
    Un piccolo dettaglio che lasciamo sulle spalle delle generazioni future, insieme ai costi occulti dell’intermittenza.
    Inoltre se ci fermiamo alla quantità trascuriamo il dettaglio che abbiamo bisogno di energia anche di notte ed anche d’inverno, e vorremmo far muovere treni ed industrie anche quando passa una perturbazione.
    Oggi in Italia per far ciò sfruttiamo carbone, gas, un po’ di idroelettrico e… il nucleare d’importazione.
    Non ci sono progetti fattibili di accumuli energetici stagionali (leggasi in sostanza impianti idroelettrici a pompaggio) che possano essere usati per sfruttare massicciamente le fonti intermittenti. Una situazione che replica quella degli ogm: non li vogliamo produrre, ma li importiamo in gran quantità.

  2. sono perfettamente d’accordo con Fabio. Ma del resto quando uno porta come argomentazione frasi come le seguenti:
    – mi sembra una forma di energia non democratica
    – superficie dei 700 mila capannoni industriali e commerciali che abbiamo, più quella dei loro cortili
    ……. ma vi pare possibile stare ancora a sentire queste idiozie?
    E’ vero che in democrazia ognuno può dire quello che vuole ma sempre, credo, nei limiti del decente.
    Mauro Marchionni

    1. Ora, 14.04.2014 alle ore 9.18, abbiamo in Italia un consumo di 39.413 MW, ovvero un 30% di consumo in meno di cinque anni fa. Varie centrali elettriche Italiane spente perchè in Europa c’è un surplus di produzione. Senza considerare altri argomenti ben espressi nell’articolo, perchè dovremmo costruire altre centrali in Italia? Sarebbe opportuno invece ripensare in nostro modo di consumare, energia elettrica in questo caso, per chiudere altre centrali convenzionali: il metano, il petrolio (e ancor più le eventuali barre di uranio) li paghiamo incidendo non poco sulla bilancia economica Italiana e sui prodotti che vorremmo vendere. Per l’energia elettrica (e non solo) occorre pensare in termini Europei: l’energia elettrica di base prodotta in Europa (petrolio, carbone, nucleare) è più che sufficiente; i consumi notturni (20.000 MW) sono circa metà di quelli diurni, il fotoelettrico può fornire in parte quel più di giorno che manca, oltretutto a costo di produzione quasi zero non avendo i flussi economici uscenti legati all’importazione di prodotti petroliferi o altro. Queste sono solo le considerazioni economiche, ma ancor prima ci sarebbero tutte le altre espresse nell’articolo le quali per me hanno sicuramente maggior valore.

  3. “il metano, il petrolio (e ancor più le eventuali barre di uranio) li paghiamo”
    Quasi giusto, tranne per quel “ancor più”, dato che l’uranio come materia prima ci costerebbe enormemente meno di quanto ci costa il gas a parità di energia prodotta.
    E non possiamo dimenticare che anche il fotovoltaico non ha “costo di produzione quasi zero non avendo i flussi economici uscenti”, dato che tutte le celle e la grandissima parte dei moduli fotovoltaici sono di produzione estera e il loro costo equivale al valore di parecchi anni di energia elettrica prodotta.
    E a causa di altissimi sussidi concessi in passato ci ritroviamo con costi per il fotovoltaico che stanno “incidendo non poco sulla bilancia economica Italiana e sui prodotti che vorremmo vendere”.
    Nessuna fonte è una soluzione da sola, ognuna ha dei difetti e dei pregi, almeno fino a quando non la si guarda indossando dei paraocchi ideologici.
    Perfino Greenpeace ha dovuto amettere che le esternalità della produzione termoelettrica sono enormemente maggiori rispetto a quelle del nucleare… http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/news/In-Europa-il-carbone-fa-due-morti-allora/

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