SCOPERTE

A non farti alzare il gomito (con l’acqua) ci pensa il tuo cervello

5896226033_0a39524293_bRICERCA – C’è quel periodo in cui vi ricordate che bisogna bere una certa quantità d’acqua al giorno perché fa bene, poi quelle sorsate avide che seguono un allenamento sportivo, poi ancora la bevuta compulsiva alla fontanella, magari reduci da una passeggiata durante una vacanza in agosto. Se il primo sorso d’acqua è soddisfacente (molto), una volta placata la sete, invece, continuare a bere può addirittura risultare sgradevole, quasi un meccanismo forzato. Un nuovo studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences ha spiegato il perché, indagando la radice di questa esperienza nel cervello.

Per scoprire cosa succede all’interno del cervello di un essere umano quando ha sete, il team di Pascal Saker dell’Università di Melbourne ha reclutato 20 persone tra uomini e donne in buone condizioni fisiche, e le ha fatte esercitare su una cyclette per un’ora. In seguito, grazie a risonanza magnetica (MRI), gli scienziati hanno scansionato il cervello dei volontari per misurare la variazione del flusso sanguigno nelle varie aree cerebrali. In una prima sessione di MRI, a tutti e 20 i partecipanti è stato chiesto di bere solamente fino a placare la sete, poi, in corrispondenza con la seconda scansione cerebrale, di continuare invece anche quando non ne avessero più sentito il bisogno.

Gli scienziati hanno scoperto che le reazioni a livello cerebrale sono essenzialmente due. Quando i partecipanti bevevano in risposta a una forte sensazione di sete, infatti, venivano coinvolte le aree del cervello caratteristiche del decision making di tipo emozionale (corteccia cingolata anteriore e corteccia orbitofrontale). Quando non vi era invece questo tipo di impulso, e le persone erano “costrette” a continuare a bere anche dopo aver placato la sete, entravano in scena le regioni cerebrali che intervengono nel controllo del movimento (cervelletto e corteccia motoria).

Animali assetati, dai tempi dell’Ordoviciano

Secondo i ricercatori questi circuiti cerebrali si sarebbero evoluti per impedirci di bere troppa acqua, perché farlo conduce a livelli di sodio pericolosamente bassi per il nostro organismo. Il cosiddetto istinto della sete, negli esseri umani e negli altri animali, probabilmente si è evoluto nell’Ordoviciano, circa 400 milioni di anni fa, allo scopo di mantenere l’equilibrio tra idratazione e sostanza nutritive (come il sodio, appunto, vitale per il corretto funzionamento delle cellule).

È dunque un’ottima cosa che il nostro cervello sia in grado di dire al corpo quando è ora di smettere di bere, proprio per evitare condizioni come l’iponatriemia, quando la concentrazione di sodio nel sangue scende al di sotto dei 135 mmol/L, e l’edema cerebrale, quando si verifica un eccesso di liquidi nel cervello. Un esempio riportato nello studio sono le persone affette da schizofrenia, che a volte assumono troppi liquidi e corrono maggior rischio di sviluppare queste condizioni. Secondo i ricercatori, questo suggerisce che i disordini mentali possano influenzare anche la capacità del nostro cervello di regolare l’equilibrio dei liquidi all’interno del corpo.

Crediti immagine: likeablerodent, Flickr

Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

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