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Prima del verbo

800px-Newborn_infantRICERCA – Una delle caratteristiche che distingue l’uomo dagli altri animali è la specifica capacità di articolare un linguaggio verbale estremamente complesso. Ma come acquisiamo questa capacità? E quando impariamo? Secondo il team di ricercatori della SISSA di Trieste (Scuola Internazionale di Studi Superiori Avanzati) guidati dal Prof. Jaques Mehler, già nei primi giorni di vita dimostreremmo la capacità di esprimere, a livello fisiologico, preferenza per alcuni tipi di sequenze di suoni che distinguono lo schema universale di linguaggio.

Questi risultati suggerirebbero che noi esseri umani possediamo un sistema di riconoscimento linguistico che prescinde dall’esperienza dell’apprendimento ovvero che la “disposizione” al linguaggio non sia guidata unicamente da vincoli biologici di tipo sensomotorio ma includa, similmente a quanto avviene negli uccelli, specifici principi linguistici.

La questione era controversa: i bambini nascono con una sorta di predisposizione ai suoni del linguaggio o si tratta di esperienza e apprendimento? Nell’enorme amalgama di differenti linguaggi che caratterizzano il genere umano esistono alcune regole fonetiche che sembrano essere condivise universalmente. In altre parole, secondo una precisa regola fonetica esistono gruppi di lettere, sillabe, che “piacciono” di più o di meno. Questa preferenza è ben evidente negli adulti che mostrano di preferire ad esempio la sillaba Blif rispetto a Bdif, tant’è che nei linguaggi di tutto il mondo le parole che contengono la sillaba sgradita sono estremamente rare. Ma questo filtro selettivo dove ha le sue origini?

L’analisi dell’attività cerebrale dei neonati nei primi mesi di vita ha dimostrato che già a questo precoce livello è in atto una selezione preferenziale dei suoni, riflessa in un’aumento dell’attività della zona temporale sinistra del cervello. Alcune preferenze fonetiche sono quindi già in atto.

Nello studio pubblicato su Proceeding of the National Academy of Sciences i ricercatori hanno pubblicato i risultati dell’indagine svolta per rispondere alla domanda: esiste nei neonati una sorta di “filtro” fonetico presente a prescindere dall’esperienza? Usando tecniche non invasive (spettroscopia del vicino infrarosso) i ricercatori hanno monitorato la variazione di ossigenazione della corteccia cerebrale dei bambini durante l’ascolto di suoni “buoni” e “cattivi”. La risposta fisiologica dei bambini ha messo in evidenza una preferenza fonetica analoga a quella degli adulti. Secondo i ricercatori questa sarebbe la dimostrazione che nasciamo con una conoscenza di base del repertorio fonetico del linguaggio, a prescindere da quale sia quello di cui siamo figli.

Paese che vai, lingua che impari. Lo studio dimostra infatti che la condivisione universale di schemi fonetici e la predisposizione innata a riconoscerli assicurano la possibilità del nascituro di poter apprendere qualsiasi lingua lo accolga alla nascita.

Crediti immagine: Taxiarchos228, Wikimedia Commons

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