SCOPERTE

Il cuore degli atleti: anche l’allenamento ha un limite

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SCOPERTE – Si dice che il cuore di Fausto Coppi, famoso ciclista italiano, battesse circa 40 volte al minuto, se non meno: quello del giovane marciatore Alex Schwazer ne batte tuttora addirittura solo 28. Il cittadino medio ha circa 70 battiti al minuto, chi più chi meno. Probabilmente saranno stati geneticamente predisposti ad avere una frequenza cardiaca bassa ma non è un caso se entrambi gli atleti nominati si sono allenati alla resistenza e a sopportare sforzi prolungati.  È noto ormai da tempo, infatti, come la bradicardia (ovvero una frequenza cardiaca inferiore a 60 battiti al minuto) possa essere indotta da un allenamento intenso, come quello che sostengono ciclisti e maratoneti: ma secondo uno studio pubblicato su Nature Communication la causa sarebbe diversa da quella considerata valida finora.

L’opinione accettata è  che la bradicardia riscontrata negli atleti sia dovuta ad un’aumentata attività del vago, il nervo del sistema nervoso parasimpatico che controlla il ritmo cardiaco insieme al sistema simpatico: il primo lo rallenta e il secondo lo accelera. Il rallentamento della frequenza cardiaca era quindi finora stato attribuito ad una maggiore tono vagale. Nonostante una frequenza cardiaca diminuita aiuti la prestazione fisica e’ proprio la categoria degli atleti di resistenza ad essere maggiormente colpita da problemi cardiaci e interventi di pacemaker.

Il recente studio, portato avanti dall’Istituto di Scienze Cardiovascolari di Manchester  insieme tra altri al dipartimento di Bioscienze dell’Università di Milano, ha mostrato come la causa finora accettata sia da escludere a favore invece di un vero e proprio rimodellamento del cuore in seguito ad un allenamento intensivo e continuato. Questo rimodellamento porta ad un cambiamento intrinseco del nodo senoatriale e in particolare nella densità dei canali ionici responsabili di mantenere una determinata frequenza cardiaca, detti canali funny: meno canali sono attivi meno sarà la corrente totale generata e minore sarà la frequenza cardiaca.

Come ci ha spiegato Dario DiFrancesco, professore ordinario di fisiologia di Milano e uno dei collaboratori del progetto di ricerca, per mostrare come la bradicardia indotta dall’allenamento intensivo negli atleti sia dovuta ad un vero e proprio cambiamento del cuore i ricercatori hanno riprodotto la situazione medica su un gruppo di topi.
Un primo gruppo è stato allenato per dodici settimane mentre il gruppo di controllo è stato fatto rimanere sedentario. Come previsto il primo gruppo, quello allenato, ha mostrato una bradicardia a riposo significativa rispetto all’elettrocardiogramma dei corrispettivi, per età e sesso, compagni più pigri. Come detto la bradicardia poteva essere il risultato di un’alterazione dell’attività del sistema nervoso autonomo (come ad esempio del tono vagale) oppure dipendere da proprietà intrinseche del nodo senoatriale. Tuttavia i dati dell’esperimento mostrano come anche in caso di denervazione completa del nervo vago (tramite somministrazione di medicinali ad esempio) la bradicardia rimanga: la prima ipotesi è potuta dunque essere scartata.  Questo studio è importante dal punto di vista medico anche data l’alta, e inaspettata per chi non è del campo, incidenza di problemi cardiaci e interventi di pacemaker negli atleti di lunga data.

Questo contributo – afferma Dario DiFrancesco – spiega la causa molecolare del rallentamento e asseconda un orientamento sperimentale secondo il quale anche altre note aritmie possono essere causate da questi rimodellamenti. C’è un limite dopo il quale l’allenamento smette di essere benefico e grazie a questo studio speriamo di poter fornire maggiore consapevolezza agli atleti che già presentano mutazioni cardiache o lievi patologie  riguardo a cosa un certo tipo di allenamento può portare.

Stiamo già lavorando a diversi tipi di progetti  in questo campo, alcuni dei quali sono relativi allo screening genetico di persone aritmiche, con l’obiettivo di identificare quali eventuali mutazioni di canali ionici possono essere associati ai vari tipi di aritmia. Il prossimo passo è lo studio  sull’uomo e in questa direzione stiamo già collaborando con il Policlinico San Donato di Milano.

Crediti immagine: Josiah Mackenzie, Flickr

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Chiara Forin
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