AMBIENTE

Odori che distraggono: nuovi problemi per gli impollinatori

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AMBIENTE – La vita è dura se sei un impollinatore: una ricerca dell’Università di Washington e dell’Università dell’Arizona ha scoperto che sia gli odori naturali delle piante sia quelli delle fonti di inquinamento umane possono nascondere il profumo dei tanto ambiti fiori. Quando le calorie che ottieni da un pasto ti sostengono per soli quindici minuti di volo, come succede allo sfingide della specie Manduca sexta, perdere tempo a districarsi tra odori fuorvianti può essere un grosso problema, e comportare un costo insostenibile sia in termini di tempo che di energie. “La vegetazione locale può nascondere il profumo dei fiori, perché gli altri odori dell’ambiente attivano negli insetti gli stessi canali olfattivi”, spiega Jeffrey Riffel, primo autore della ricerca pubblicata su Science. “In più le sostanze chimiche presenti in questi profumi sono simili a quelle emesse dai tubi di scappamento. Abbiamo scoperto che la concentrazione di inquinanti presente negli ambienti cittadini può diminuire la capacità degli impollinatori di trovare i fiori”.

Il problema non riguarda solamente gli sfingidi, che nei contesti urbani non sono tra gli impollinatori principali. La situazione diventa più evidentemente preoccupante pensando allo stesso effetto ai danni invece dalle api, o dai calabroni. Grazie a un particolare tipo di spettrometro, i ricercatori sono riusciti per la prima volta a tenere traccia degli odori emessi dai fiori in natura, ovvero nella forma in cui gli insetti vi vengono a contatto. Con un’apertura alare di oltre dieci centimetri, un esemplare adulto di Manduca sexta può viaggiare per quasi 130 chilometri in una notte alla ricerca di cibo (o di un compagno/a), e sentire il profumo della Datura wrightii, la solanacea prediletta, a centinaia di metri di distanza. Nell’area sud-occidentale degli Stati Uniti tuttavia, dove è stato condotto lo studio, questo odore può passare inosservato a causa dei cespugli di creosoto (Lareea tridentata) che profumano in un modo che, spiegano i ricercatori, ricorda le mandorle e il succo di ciliegia, oltre a condividere alcuni composti aromatici con la D. wrightii.

Inserendo dei piccoli elettrodi nei lobi antennali degli insetti, dove vengono processate le informazioni olfattive, i ricercatori hanno scoperto che quando nell’ambiente erano presenti odori “fuorvianti” la rappresentazione del profumo dei fiori era alterata, modificandone la stessa percezione neurale. La sorpresa più grande, per gli scienziati, è stata realizzare quanto odori solo lontanamente simili a quelli prediletti dagli insetti siano in grado di attivare gli stessi percorsi olfattivi. “Oltre al lavoro sugli sfingidi, vorremmo scoprire se questi composti volatili possono creare problemi anche ad altri impollinatori, come le api mellifere”, conclude Riffell. “Questo potrebbe aiutarci a capire se le emissioni possano colpire questi animali nelle fattorie vicine alle città”.

Crediti immagine: Sam Droege, Flickr

Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

2 Commenti

  1. Fantastico. Sono riusciti ad inserire dei piccoli elettrodi nei lobi antennali degli insetti !?!.
    Chissà se l’alterazione dei profumi ha qualcosa a che fare con l’uso dei profumi da parte del gentil sesso. Forse è da qui che deriva l’ipotesi per talune di avere il “pollice verde” ed altre no?

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