CRONACA

Cent’anni dei quali novanta fuori tema

opening of the institute CRONACA –  Angewandte Chemie regala il numero speciale per i cent’anni, domenica prossima, del Max-Planck-Institut für Kohlenforschung, detto Kofo, che prima del 1949 si chiamava Istituto dell’Imperatore Guglielmo, sempre per la ricerca sul carbone. Che è durata dieci anni.

Nel 1912 il fondatore e direttore Franz Fischer doveva trovare un sistema efficiente ed economico per produrre elettricità dal carbone. Due anni dopo, l’istituto stava nella palazzina della foto (la villa del direttore era di fianco a destra) a Mulheim, una borgata di minatori in mezzo alla Ruhr, quindi ne aveva in abbondanza e di varie qualità. Con la guerra però serviva  carburante, giusto quello che Fischer tentava di ottenere da qualche anno. Nel 1925, finì con scoprire la reazione Fischer-Tropsch: dall’acqua, dal carbone e da un po’ di ossigeno, genera syngas che reagisce con catalizzatori come il ferro o il cobalto per formare gli alcani della benzina o del diesel.

Si può far a meno del carbone. Con la Fischer-Tropsch, la raffineria Pearl GTL nel Qatar – dove però manca l’acqua che nessuno sa sintetizzare – produce a partire dal metano circa 50 milioni di barili/anno di petroli. Grande successo della ricerca applicata, sennonché Fischer, Hans Tropsch e altri stavano scoprendo qualcosa di più importante: la chimica organica.

Fischer è rimasto direttore per trent’anni, iscritto al partito nazista come d’obbligo e senza darsi troppo da fare per salvare i collaboratori ebrei. Nel 1942 gli scienziati nominavano suo successore Karl Ziegler; non era un anti-nazista, ma una cattedra universitaria gli era stata negata dopo che i suoi erano stati denunciati per avere aiutato una famiglia ebrea. Ha accettato l’incarico a condizione di non far ricerca sul carbone, così ha ricevuto il premio Nobel insieme a Natta per le materie plastiche. Dal syngas in poi, nessun direttore si è occupato di carbone, ognuno era libero di seguire le proprie curiosità. Se l’industria era interessata bene, altrimenti pazienza. Però il Kofo poteva contare su una classe politica meno indifferente alla scienza di base di quella italiana (l’anno scorso, il convegno “L’industria chimica italiana tra passato e futuro: l’eredità di Giulio Natta a cinquant’anni dal Nobel” era un’elegia per la defunta).

L’importanza strategica del Kofo lo ha in parte protetto dalle interferenze del regime nazista e nel secondo dopoguerra i politici non hanno messo in discussione scelte “eclettiche” che non lasciavano intravvedere brevetti, bastava che riguardassero la catalisi, intesa in senso lato di trasformazione della materia su scala molecolare.  Né hanno avuto da ridire sull’importazione di cervelli stranieri com’è accaduto in Francia per i troppi fisici italiani, e sulla creazione di gruppi multidisciplinari anche se si sovrapponevano a quelli di altri istituti Max-Planck.

Dagli articoli di Andgewandte Chemie, alcuni tecnici, altri più filosofici sui concetti mutuati da altre discipline, si capisce che lo Zeitgeist è cambiato e che i finanziamenti dipendono sempre più dalle applicazioni promesse e sempre meno dal desiderio di provare ogni modo possibile (almeno in teoria) per ricombinare atomi e molecole. Nell’editoriale, l’attuale direttore Benjamin List passa in rassegna le scoperte che hanno reso famoso il Kofo e conclude ricordandone la fonte:

Fra tutte le varie sfaccettature con le quali i nostri scienziati hanno arricchito l’Istituto nel corso di un secolo, resta un tema comune: la dedizione alla ricerca di base.

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine:  per gentile concessione del Max-Planck-Institut für Kohlenforschung

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