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Uno sguardo genetico sull’epidemia di Ebola

14841171181_57c1428fd7_zSALUTE – Più di 99 genomi di virus Ebola raccolti da un campione di 78 pazienti, ai quali era stata diagnosticata la malattia in Sierra Leone, nei primi 24 giorni della più grave epidemia della storia. Questo il materiale analizzato da un team di ricercatori del Broad Institute e dell’Università di Harvard, in collaborazione con il Ministero della salute della Sierra Leone, che hanno scoperto come la tipologia di virus che ha devastato l’Africa nel 2014 sia molto differente da quelle precedenti conosciute. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Science.

In seguito all’analisi sono infatti emerse 395 modifiche genetiche, con variazioni di sequenza del DNA che hanno dimostrato come l’epidemia abbia avuto inizio da una singola introduzione in un essere umano, diffondendosi poi di persona in persona nel corso dei mesi. Le variazioni identificate (340 delle quali differenziano sensibilmente l’attuale epidemia dalle ultime note) erano particolarmente frequenti nelle regioni del genoma codificanti proteine. Ciò che più ha allertato i ricercatori è che alcune di queste modifiche determinano importanti conseguenze sui primer (i punti in cui ha inizio la sintesi del DNA) utilizzati nei test diagnostici per identificare i virus che si basano sulla PCR, la reazione a catena della polimerasi.

Diventa così sempre più evidente l’importanza di accurati studi genomici: per rendere più rapidi i provvedimenti da parte della comunità medica, gli autori dello studio hanno rilasciato pubblicamente i propri risultati attraverso un database a libero accesso. “Rendendo i dati immediatamente disponibili per tutti gli esperti, speriamo di accelerare gli sforzi per contrastare la malattia”, spiega uno degli autori del paper, Pardis Sabeti, professore associato ad Harvard. “Dopo aver rilasciato la prima parte dei dati con le sequenze dei virus, alcuni dei più noti specialisti di malattie epidemiche al mondo ci hanno contattati, e molti di loro stanno attivamente lavorando su quei dati ora”. Le mutazioni identificate dagli scienziati grazie al sequenziamento genetico ad alta risoluzione potrebbero diventare, in futuro, potenziali target per strumenti diagnostici, vaccini e terapie.

L’epidemia del 2014 non ha precedenti sia per le dimensioni che per la diffusione in diverse aree. Quelle precedenti erano rimaste strettamente circoscritte a regioni poco abitate dell’Africa centrale; la più grave epidemia registrata finora risaliva al 1976, con 318 casi, ed è stata ampiamente superata dall’ultima con 2.240 casi e 1.229 morti (questi i dati al 19 agosto). “È tuttora in corso un’enorme battaglia, e abbiamo perso molti amici e colleghi, come il Dr. Humarr Khan, co-autore del nostro paper”, spiega Sabeti. “Fornendo subito i dati alla comunità di ricerca, con trasparenza e senso di collaborazione, speriamo di rendere onore alla memoria di Humarr. Siamo tutti uniti in questa battaglia”.

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine:
Army Medicine, Flickr
Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

5 Commenti

  1. Molto interessante, ma con 1200 morti (con tutto il rispetto possibile per le vittime ed i familiari) non la definirei la più grave epidemia della storia. Le epidemie di peste facevano milioni di morti.

  2. Mi domando cosa succederebbe se anche la fame, che direi è più che un epidemia, fosse contagiosa, cosa si farebbe…..forso un po di più di quanto non si sta facendo. .. Già , la LORO fame non può contaminarci….

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