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Chemioterapia: più efficace insieme all’attività fisica

3414064391_b18b99d7b5_zSALUTE – Fare esercizio fisico fa bene alla salute, e questa certamente non è una novità. Eppure capita a volte che gli effetti positivi non siano di così immediata comprensione, come nel caso dei benefici che un paziente con un tumore può trarre dall’attività sportiva nel periodo in cui si sottopone alla chemioterapia. Durante una ricerca sul melanoma condotta su modelli murini, un team di ricercatori dell’Università della Pennsylvania ha infatti scoperto che abbinando l’esercizio fisico alla chemioterapia il tumore si riduceva più di quanto accadeva sottoponendo gli animali alla sola chemioterapia. Il motivo, secondo gli scienziati guidati da Joseph Libonati, è che lo sport aumenta il flusso di sangue che arriva fino al tumore, facendo al contempo in modo che vi giunga anche una maggior quantità di farmaco nell’ambito di una terapia sistemica. Lo studio è stato pubblicato sull’American Journal of Physiology.

Più vasi, minore efficacia

I vasi sanguigni tumorali sono infatti molto differenti da quelli normali: il numero è decisamente più elevato rispetto a quello di un tessuto in salute, ma l’organizzazione e l’architettura sono caotiche. I vasi stessi, a fronte di una crescita sregolata, sono molto meno efficienti: fragili e troppo permeabili. Se da una parte il tumore, nel suo rapido sviluppo, compensa questa scarsa qualità con un maggior numero di vasi, dall’altra questo fenomeno fa sì che l’irrorazione del tessuto neoplastico non sia efficace. Questo comporta che, qualunque sia la terapia sistemica cui il paziente si sottopone, il medicinale non riuscirà mai ad agire in modo completo. L’esercizio fisico è sempre stato raccomandato ai pazienti che lottano contro un tumore, per i benefici non solo fisici ma anche psicologici. La scoperta di Libonati e i suoi colleghi è stata infatti conseguenza quasi inaspettata di un’indagine, la quale mirava a determinare se l’esercizio poteva proteggere i pazienti dagli effetti collaterali negativi della doxorubicina (nota, in commercio con il nome di Adriamicina), un farmaco antitumorale molto utilizzato.

Effetti collaterali a lungo termine

Tale medicinale si è dimostrato efficace nel trattamento di svariate tipologie di tumore, seppur sia nota per danneggiare al contempo le cellule cardiache. Nel lungo termine, il suo utilizzo potrebbe così portare a insufficienza cardiaca. Come sottolinea Libonati, “la prima preoccupazione per un paziente è, chiaramente, il tumore. E farà qualsiasi cosa in suo potere per sconfiggerlo. Ma nel momento in cui tale ostacolo viene superato, bisogna affrontare anche l’elevato rischio che sul lungo termine si presenti una malattia cardiovascolare”. Studi precedenti avevano già mostrato che fare attività fisica regolare nel periodo che precede la chemioterapia può proteggere le cellule cardiache dagli effetti tossici della doxorubicina, ma non era ancora stato indagato se tali effetti esistessero anche continuando l’attività in parallelo con la terapia. Per scoprirlo, Libonati e i suoi colleghi hanno avviato lo studio su quattro gruppi diversi di topi. A tutti quanti sono state iniettate delle cellule cancerose (melanoma) nella collottola, e nelle due settimane seguenti ai topi di due dei quattro gruppi è stata somministrata la doxorubicina, mentre ai restanti un semplice placebo.

Per sperimentare l’effetto dell’attività fisica, i topi di uno dei due gruppi trattati e quelli di uno dei due gruppi sotto placebo hanno poi dovuto esercitarsi (45 minuti di camminata) per cinque giorni a settimana su dei tapis-roulant formato roditore. I rimanenti hanno invece mantenuto uno stile di vita sedentario. Dopo due settimane, gli scienziati hanno studiato le condizioni cardiache degli animali tramite ecocardiogramma e analisi dei tessuti; come si aspettavano, la doxorubicina aveva ridotto la funzionalità del cuore e le sue dimensioni, incrementando invece le fibrosi, ispessimenti dannosi del tessuto. I topi che avevano fatto attività fisica risultavano aver subito gli effetti collaterali al pari degli altri. “Abbiamo controllato, l’esercizio non aveva sortito effetti sul cuore. Non aveva peggiorato la situazione né l’aveva migliorata”, spiega Libonati, “ma i dati relativi al tumore, quelli li ho trovati sorprendenti”. Nei topi che avevano fatto attività fisica -parallelamente alla chemioterapia- i tumori erano significativamente più piccoli rispetto a quelli degli altri animali. Se fare esercizio può aiutare in termini di miglioramento della vascolarizzazione del tumore, ovvero facendovi pervenire più sangue e quindi maggior quantità del farmaco, potrebbe essere possibile somministrare meno farmaco e di conseguenza incorrere in meno effetti collaterali.

Migliorare la vascolarizzazione tumorale

Comprendere le modalità tramite le quali l’esercizio fisico apporta benefici ai vari sistemi del corpo umano potrebbe aprire la strada per lo sviluppo di nuovi farmaci, che ne mimino gli effetti. “Qualcosa di tanto semplice come il movimento influisce sul modo in cui i farmaci vengono metabolizzati. Abbiamo appena cominciato a comprendere la complessità della questione”, commenta Libonati. Un meccanismo, quello che prevede il migliorare la vascolarizzazione tumorale, che è da tempo alla base delle terapie anti-angiogenesi. Garantire dunque al tumore più ossigeno e nutrienti, facendo tuttavia in modo che venga anche irrorato meglio dai farmaci. Queste terapie vengono usate, al giorno d’oggi, in particolar modo per i tumori la cui funzionalità si sa dipendere dalla vascolarizzazione (il tumore dell’ovaio e quello del colon, per altri la questione è controversa). La ricerca che studia possibili bersagli per le terapie anti-angiogenesi è in fieri, ed è recente la scoperta di un nuovo target molecolare, L1, individuato dai ricercatori dell’Istituto Europeo di Oncologia. Normalmente tali terapie vanno a bloccare l’attività del VEGF, il vascular endothelial growth factor, ma oltre ad avere anch’esse effetti collaterali è stato osservato che il tumore, a lungo andare, può trovare il modo di bypassare il blocco e sviluppare nuovi vasi sanguigni tramite vie alternative. Gli scienziati sono così andati a indagare l’esistenza di possibili nuovi target molecolari, sui quali agire alternativamente al VEGF. I primi risultati pre-clinici sono promettenti, come si legge su The Journal of Clinical Investigation; ora la ricerca proseguirà per scoprire se, effettivamente, l’inibizione della molecola L1 aiuta a migliorare la vascolarizzazione del tumore, aumentando la quantità di farmaco che si riesce a farvi arrivare.

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: Josiah Mackenzie, Flickr

Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

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