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Riconoscere l’autismo

Nei bambini più piccoli i sintomi possono passare inosservati ed è necessaria una collaborazione tra il pediatra e i genitori per distinguerli

5299266366_0b6c8ae172_oSALUTE – Mentre le diagnosi di disturbi dello spettro autistico aumentano, un nuovo studio sulla rivista Pediatrics spiega come sia necessaria una collaborazione tra il pediatra e i genitori per accorgersi dei rischi il più presto possibile. E intervenire quando ancora si può fare la differenza.

Le osservazioni mediche vengono tipicamente condotte quando i bambini hanno tra i 15 e i 33 mesi di vita, ma, come precisano gli autori della ricerca, nel 39% di quelli autistici i sintomi non vengono riconosciuti. In un breve controllo di dieci, venti minuti difficilmente un bambino autistico mostrerà i comportamenti tipici della condizione che, anzi, tendono a diventare evidenti non prima di aver iniziato la scuola.

“Uno dei problemi più grandi nell’identificare l’autismo quando sono piccoli è proprio il fatto che non lo si nota finché non entrano nell’ambiente scolastico”, spiega Terisa Gabrielsen, leader della ricerca. “Questo significa che non si approfitta di alcuni dei primi anni per intervenire, e si tratta proprio del periodo che potrebbe fare la differenza”.

Lo studio su Pediatrics si è concentrato su un gruppo di bambini tra i 15 e i 33 mesi, tra i quali ce n’erano alcuni con ritardi nel linguaggio, altri autistici oppure del tutto sani: degli esperti di autismo hanno visionato dei video di dieci minuti in cui dovevano valutare il comportamento dei bambini e stabilire quali di loro presentassero un disordine dello spettro autistico (ASD).

Dall’osservazione hanno constatato che in un lasso di tempo breve, come quello richiesto per una visita pediatrica di controllo, anche i bambini autistici tendono a mostrare più comportamenti tipici che atipici, il che rende molto complicato identificare in loro un eventuale disordine. “Spesso non è un errore del pediatra”, spiega Gabrielsen. “Persino gli esperti non notano un’elevata percentuale di ‘indizi’ se il tempo è poco. Le decisioni andrebbero basate su molte più informazioni, compresi screening appositi e testimonianze dei genitori”.

Nelle cure pediatriche primarie non si tratta ancora di uno standard, ma l’American Academy of Pediatrics raccomanda di sottoporre i bimbi a degli screening quando hanno 18 mesi e quando ne hanno 24. Gli esperti suggeriscono anche, ai genitori, di sfruttare alcuni strumenti liberamente a disposizione che possono aiutarli a capire a quali segnali dovrebbero prestare attenzione. Si tratta (nel caso americano) della M-CHAT-R e di Learn the Signs.

Lo scorso anno i Centers for Disease Control and Prevention statunitensi hanno rilasciato un rapporto in cui, secondo gli ultimi dati disponibili, un bambino su 68 negli USA ha un ASD. Un aumento del 30% rispetto a due anni prima, in cui si trattava di un bambino ogni 88. Nonostante le incognite in merito agli ASD siano ancora numerose, se c’è una cosa che i ricercatori sanno è che intervenire presto può fare la differenza. Identificare i sintomi nei primi anni permette di agire mentre il cervello è ancora in via di sviluppo, ma per farlo è necessario che i genitori siano stati “educati” a riconoscere i sintomi e a collaborare perciò con il pediatra, compensando per il breve tempo che il professionista trascorre con il bambino.

@Eleonoraseeing

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: hepingting, Flickr

Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

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