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Il riso di Fukushima ora è sicuro? Facciamo il punto

Per la prima volta dopo l'incidente del 2011, tutto il riso coltivato a Fukushima ha superato i test di radioattività ed è sicuro per il consumo alimentare. Ne abbiamo parlato con il biologo Mauro Mandrioli

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APPROFONDIMENTO – L’11 Marzo 2011 uno tsunami devastò le coste del Giappone provocando circa 18 mila morti e un grave danneggiamento alla centrale nucleare di Fukushima-1. Oggi, dopo quasi quattro anni, il riso della zona è stato definito sicuro per l’alimentazione.

Dopo l’incidente di Fukushima si parlò molto del pericolo radiazioni dovute al rilascio di Cesio nell’ambiente. Nonostante nessuno abbia perso la vita per colpa delle radiazioni, quasi 100 mila persone hanno dovuto abbandonare le proprie case. Comunque, a distanza di 4 anni da quell’incidente e dopo numerosi controlli negli anni passati, sembra davvero che il peggio sia passato e che il riso possa di nuovo essere commercializzato e consumato.

Per avere un quadro più chiaro, ne abbiamo parlato con Mauro Mandrioli, Professore associato in genetica al Dipartimento di scienze della vita dell’Università di Modena e Reggio Emilia.

Innanzitutto, questa notizia la stupisce?

Non più di tanto. Lavorando con gli afidi, dei parassiti di interesse agrario, avevo notato che quelli di Fukushima presentavano molte meno malformazioni già due anni dopo l’incidente. Questo attestava che l’entità del danno era stata molto forte il primo anno (2012), ma andava scemando l’anno successivo (2013). Stesso discorso per altri modelli, come roditori e farfalle: è probabile che le mutazioni del secondo anno fossero dovute alla trasmissione di mutazioni avvenute il primo a livello germinale.

Qualcosa di simile è stato osservato anche col riso. Su milioni di sacchi controllati, nel 2012 erano 71 quelli con valori di radioattività superiori alla norma, mentre nel 2013 erano già diminuiti a 28.

Eppure è proprio il caso del riso che sorprende. In una pubblicazione di qualche anno fa, infatti, si era visto come il riso fosse piuttosto sensibile alle radiazioni, tanto che era sufficiente coltivare in laboratorio riso su suolo prelevato da Fukushima, per avere circa 1800 geni con un espressione alterata a livello delle foglie. Molti di questi avevano a che fare con processi importanti e complicati, come la replicazione del DNA o la fotosintesi.

Ma come si valuta il livello di radioattività?

Solitamente si calcola il tempo di dimezzamento degli isotopi radioattivi (il Bequerel è l’unità di misura della radioattività), ovvero il tempo necessario perché la metà degli atomi decadano in un altro elemento. Le analisi più comuni riguardano gli isotopi del Cesio, poiché sono quelli che vengono emessi in quantità maggiore e che per quanto riguarda Fukushima si teme possano essere ancora emessi, visto che alcune barre radioattive sono ancora calde. Ma esistono diversi isotopi del Cesio, il 134 e il 137. Il primo ha un tempo di dimezzamento di circa due anni, mentre il secondo arriva ai trent’anni.

Si tende spesso a paragonare Fukushima al disastro di Chernobyl del 1986. Cosa c’è di diverso?

A parte una minor trasparenza nel processo, a differenza di Fukushima, a Chernobyl il tetto era collassato. Questo ha comportato un’emissione di radiazioni enormemente più grande di quella che ha riguardato la centrale giapponese. Ma a essere diversi sono soprattutto gli isotopi coinvolti. Nel caso di Fukushima sono stati trovati sia Cesio 134 che Cesio 137, mentre a Chernobyl unicamente Cesio 137, quello con tempo di dimezzamento più lungo.

Quindi possiamo considerare questo riso davvero sicuro?

Direi di sì. Ogni nazione si dà regole guida con quantità massime di isotopi radioattivi negli alimenti. In passato in Giappone tutto quello che aveva valori sopra i 500 Bq non poteva essere commercializzato come cibo. Dopo il caso di Fukushima, le linee guida sono state rese molto più selettive e stringenti: i valori soglia non devono superare i 100 Bq. Una misura precauzionale utile, ma che è per certi versi paradossale, al punto che vi sono molti più controlli a Fukushima che in aree sospette o inquinate, anche vicine a noi, come alcuni paesi dell’Est Europa. Addirittura c’è chi ha fatto notare che alimenti che mangiamo comunemente come le banane, che contengono un isotopo del Potassio, non sarebbero commercializzabili in Giappone.

Come potrebbero reagire i mercati?

Difficile dirlo. Dall’incidente di Fukushima il commercio di frutta e verdura del Giappone è crollato. Molte derrate mandate in Unione Europea sono state rispedite subito indietro, non perché superassero i limiti di legge, ma per una questione di sfiducia. Il consumatore è molto diffidente e spaventato, perché teme una nuova Chernobyl. Questo è anche abbastanza logico:  ai tempi  in Italia era stato addirittura vietato ai bambini di prendere il latte che veniva dal campo o le insalate in foglia e vi sono dati che indicano come persone che avevano 10-15 anni nel 1986 abbiano sviluppato in età adulta molti più tumori alla tiroide della fascia di età di 5 anni più giovane o più vecchia. A distanza di decenni. La paura che qualcosa di simile possa ricapitare è forte, anche se, per fortuna, le condizioni sono molto diverse.

Che dire invece di quello che si può imparare a livello scientifico?

A livello scientifico l’interesse è davvero tanto. Su Chernobyl, come detto, non c’erano molte informazioni e i ricercatori impiegarono tanto tempo per ottenere un numero limitato di campioni. A Fukushima, invece, se si escludono le zone più a rischio, il governo giapponese non ha posto vincoli: i primi articoli successivi all’accaduto (Marzo 2011) fanno riferimento a campionamenti effettuati a Maggio. In questo modo è stato possibile da allora fino a oggi studiare suolo, insetti, uccelli e piante, potendo finalmente fare un confronto tra le situazioni dei due incidenti. In un articolo dell’anno scorso si è cercato di capire quali potessero essere dei buoni bioindicatori e vedere la diversa sensibilità delle specie alle radiazioni. Ad esempio si è visto che le rondini avevano subito all’incirca le stesse mutazioni, mentre alcune farfalle mutanti riscontrati a Fukushima non erano state trovate a Chernobyl. Lo stesso vale per il riso: sappiamo che le radiazioni attivano dei geni legati allo stress, ma ora si è capito che esistono dei geni specifici non attivati per gli altri tipi di stress. Dunque Fukushima può essere visto come una grande stazione sperimentale all’aperto dove poter studiare gli effetti delle radiazioni sui sistemi biologici e costruire dei modelli per eventuali incidenti futuri, che si spera ovviamente di non dover mai applicare.

@FedeBaglioni88

Leggi anche: Chernobyl, come la natura si adatta alle radiazioni

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: coniferconifer, Flickr

Federico Baglioni
Biotecnologo curioso, musicista e appassionato di divulgazione scientifica. Ho frequentato un Master di giornalismo scientifico a Roma e partecipato come animatore ai vari festival scientifici. Scrivo su testate come LeScienze, Wired e Today, ho fatto parte della redazione di RAI Nautilus e faccio divulgazione scientifica in scuole, Università, musei e attraverso il movimento culturale Italia Unita Per La Scienza, del quale sono fondatore e coordinatore. Mi trovate anche sul blog Ritagli di Scienza, Facebook e Twitter @FedeBaglioni88

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