ATTUALITÀULISSE

Medici ed eutanasia

Tre medici olandesi su quattro hanno già aiutato un paziente a morire, ma solamente uno su tre lo farebbe di fronte a disturbi psichiatrici. Un sondaggio rivela la situazione nei Paesi Bassi

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“Ogni medico deve prendere posizione in materia di eutanasia, basandosi sia sui confini che impone la legge sia sui suoi valori personali. Il nostro consiglio alle persone che in futuro vorrebbero ricorrere all’eutanasia è di discuterne con il proprio medico in tempo, e ai professionisti suggeriamo di essere sempre chiari in merito a quella che è la loro opinione”

ATTUALITÀ – Scrive così la dottoressa Eva Bolt dell’EMGO Institute for Health and Care Research di Amsterdam, nei Paesi Bassi. Una dichiarazione che non arriva per caso, ma a commento di un sondaggio da poco reso pubblico sul Journal of Medical Ethics, dal quale è emerso che un dottore olandese su tre accetterebbe di aiutare a morire una persona che soffre di demenza, di disturbi psichiatrici oppure è “stanca di vivere”. (Per i Paesi Bassi il 28 novembre del 2000 il Parlamento ha approvato -primo Stato al mondo- la legalizzazione vera e propria dell’eutanasia e del suicidio assistito)

L’obiettivo del sondaggio era fare il punto sulla posizione dei medici in materia di eutanasia e suicidio assistito, con particolare attenzione per i medici di base, i geriatri, i cardiologi, gli esperti in medicina respiratoria, neurologia, medicina interna e rianimazione. E stabilendo la differenza percepita tra le varie patologie, un elemento di non poca importanza e del quale si è riparlato di recente con il caso van Den Bleeken, il belga in carcere con l’accusa di assassinio e stupro che sembrava aver ottenuto l’eutanasia per i suoi problemi psicologici, ma ha visto arrivare all’ultimo momento un dietrofront del governo sulla base di pareri medici. (La legislazione belga prevede il via libera all’eutanasia in presenza di una sofferenza fisica o psichica “costante e insopportabile”)

Il sondaggio appena pubblicato sul Journal of Medical Ethics è stato condotto tra ottobre 2011 e giugno 2012, rivolgendosi a 2500 professionisti scelti in modo casuale ai quali è stato chiesto se avevano mai aiutato a morire un paziente con un tumore o altre malattie come disturbi psichiatrici, demenza precoce o in fase avanzata, oppure una persona sana ma “stanca di vivere”. Tra i 2500 medici coinvolti, 2269 hanno partecipato al sondaggio ma solo 1456 hanno completato il questionario.

Il 7% dei medici che hanno risposto ha detto di avere effettivamente aiutato un paziente che non aveva un tumore o altre patologie gravi, mentre circa il 56% ha risposto di aver aiutato a morire un malato di cancro, il 31% un malato che soffriva di altre patologie (sempre fisiche). Ai medici che hanno risposto di non averlo mai fatto è stato poi chiesto se avrebbero potuto considerare l’idea in futuro, e in quali circostanze. Tre su quattro (il 77%) hanno riferito che gli era stato chiesto aiuto per morire almeno una volta durante la loro carriera, arrivando a nove su dieci considerando solo i medici di base. L’86% dei partecipanti ha risposto che sì, avrebbe considerato l’idea di aiutare un paziente in questo senso; solo il 14% si è dichiarato contrario. Del 60% dei medici che avevano già aiutato un paziente a morire, il 28% (quasi la metà) lo aveva fatto nell’ultimo anno.

La malattia che affligge un paziente è l’elemento preponderante nella decisione del medico: la maggior parte dei professionisti si presterebbe all’eutanasia o suicidio assistito di fronte a un tumore (l’85%) o a un’altra malattia che abbia colpito il corpo (82%). Solamente un terzo (il 34% dei medici) lo farebbe invece per un paziente che soffre di disturbi psichiatrici.

Sono quattro su dieci i medici che aiuterebbero un paziente con demenza precoce, solamente uno su tre lo farebbe invece di fronte a un caso con demenza in stadio avanzato, anche se la persona in questione avesse dato disposizioni precise per l’eutanasia con grande anticipo, e la malattia (e le sue conseguenze invalidanti) ancora agli inizi. Di fronte alla “stanchezza di vivere” il 27% dei medici coinvolti nel sondaggio (circa uno su quattro) aiuterebbe il paziente a morire solo in caso di presenza di una qualche patologia. Meno di uno su cinque invece (il 18%) lo farebbe in assenza di condizioni mediche.

Ma in Italia come stiamo? Se aumentano i nostri connazionali che si recano in Svizzera in cerca della “dolce morte” (suicidio assistito, non eutanasia) e si continua a parlare di medici italiani che -nonostante tutto- aiutano i propri pazienti ad andarsene, la proposta di legge di iniziativa popolare per l’eutanasia legale conta sempre più firme ma è ancora in stallo in qualche polveroso cassetto parlamentare. Che non sembra volersi aprire troppo presto.

Lo conferma indirettamente in un’intervista a Repubblica Emma Bonino, che raccontando la sua malattia (un tumore al polmone sinistro) conclude dicendo che ha ricevuto “Moltissimi sms, molte telefonate. Ho risposto a tutti: grazie, ora vedete di trovare il modo di fare una legge per il fine vita che ci eviti l’umiliazione di andare in Svizzera per poter vivere liberi fino alla fine, che è lo slogan della campagna dell’Associazione Luca Coscioni. Proprio così, dal corpo dei malati al cuore della politica. Beh, nessuna replica, come se li avessi sterminati tutti con una Colt 45 o con il Ddt”.

@Eleonoraseeing

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: Dr.Farouk, Flickr

Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

5 Commenti

  1. Pretendere di regolamentare atteggiamenti che sono contro natura fa parte dell’ipocrisia umana ed ha l’unico scopo di eludere la responsabilità individuale. Chi stabilisce i limiti entro cui un dato comportamento è ritenuto lecito? Tutto viene rimandato alla discrezionalità di chi deve prendere provvedimenti. O rimettiamo tutto nelle mani di un tribunale? Con un giudizio monocratico o collegiale? E per quanti gradi di giudizio?
    Da che mondo è mondo certe cose si fanno, ma non si dicono, alla faccia di tutta la retorica sulla trasparenza. Eutanasia, tortura, ergastolo e pena di morte sono tutti eventi con i quali siamo destinati a convivere. E’ comunque gratificante continuare a parlarne.

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