Landmarking, come è facile riprodursi per una specie invasiva

Se i siti di riproduzione diminuiscono, per loro è più facile incontrarsi. E dieci individui diventano un allarme ecologico

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AMBIENTE – Secondo un recente studio sono state sufficienti dieci carpe asiatiche per dare origine alla popolazione che infesta oggi i Grandi Laghi degli Stati Uniti. Se inizialmente la loro presenza avrebbe dovuto essere d’aiuto, ad esempio combattendo specie vegetali invasive, questi pesci crescono e si riproducono così velocemente da essere diventati una vera e propria problematica ambientale. Mettendo a rischio le specie autoctone dei bacini americani e il loro habitat.

Ma se le carpe erano così poche, e i Grandi Laghi così grandi, come hanno fatto a incontrarsi tanto rapidamente e cominciare a riprodursi? Come trovare un partner della tua specie, che potrebbe trovarsi ovunque in mezzo a numerosissimi altri pesci? In base alle conclusioni della ricerca su Theoretical Ecology la chiave di questi incontri poco probabili sta nel fatto che le specie invasive iniziano la colonizzazione di un nuovo territorio riunendosi presso dei landmark, punti di riferimento dei quali vanno subito alla ricerca.

Può trattarsi ad esempio dell’albero più alto della zona, un punto d’interesse facilmente identificabile e in cui si aggregano al più presto tutti i nuovi abitanti invasivi, dando spesso origine a veri e propri disastri ecologici. Questa efficace strategia per trovare un partner prende il nome di landmarking, spiegano i ricercatori, e permette alle specie di riprodursi persino quando la densità delle popolazioni è ancora incredibilmente bassa.

Strategie da rivedere

Per confermare la teoria, il team di Kim Cuddington dell’Università di Waterloo si è servito di un settore della matematica chiamato combinatoria (noto ai più per il cosiddetto paradosso del compleanno). Il landmarking è stato impostato e studiato in questo modo: qual è la probabilità che un esemplare maschio riesca a incontrare una femmina avendo a disposizione un numero finito di possibili siti? Più è evidente e rara la location, più elevata è la possibilità che vi si verifichi un incontro tra potenziali partner.

Se conoscere la strategia sarà di grande aiuto nei piani di controllo delle popolazioni, la nuova ricerca chiarisce purtroppo che non sarà possibile sfruttarla in modo intuitivo. “Se si ha a che fare con una specie a rischio, all’aumentare dei siti di landmarking gli individui avranno sempre minore probabilità di incontrare un compagno/a”, spiega Cuddington. “Al contrario, se si riducono i siti per impedire alle specie invasive di riprodursi il risultato sarà l’opposto: agli individui sarà praticamente garantita la certezza di incontrare un partner”. Il che rende subito controproducente quella che, senza ragionarci come possiamo fare ora, probabilmente sarebbe la prima misura a venirci in mente.

E trovare un sito d’interesse può essere anche più facile di quanto pensassimo: rimanendo sull’esempio delle carpe asiatiche negli Stati Uniti, queste specie usano la qualità dell’acqua dei fiumi e la loro portata come landmark. “Per specie come questa le misure da prendere come precauzione devono essere estremamente impegnative, proprio per impedire che si stabilizzino come hanno fatto nei Grandi Laghi”, spiega Cuddington. “Nel momento in cui le vediamo ricorrere al landmarking, è giunta l’ora di preoccuparsi”.

@Eleonoraseeing

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Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: Ronnie Macdonald, Flickr

Informazioni su Eleonora Degano ()
Giornalista pubblicista, traduttrice e science writer. Collabora con varie realtà come National Geographic Italia, OggiScienza, IN3D dove scrive soprattutto di etologia e cognizione animale e si occupa di copywriting scientifico. Nel 2016 ha vinto il Premio Giornalistico Riccardo Tomassetti - Premio Speciale in Virologia e nel 2017 il premio giornalistico "SID- Diabete Ricerca" promosso dalla Società Italiana di Diabetologia

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