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Allerta precoce per i terremoti: la prova del crowdsourcing

Ridurre il danno di un terremoto su persone e infrastrutture con l'aiuto dei cellulari

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AMBIENTE – A distanza di qualche giorno, sono già molte le informazioni sul sisma che ha colpito il Nepal. Il quadro geologico diventa più chiaro per esempio grazie agli approfondimenti dell’INGV e dell’USGS. La scossa di magnitudo 7,8 è stata in sostanza la conseguenza di un lento movimento verso nord della placca indiana, che si verifica puntualmente ogni 75-80 anni circa, stando alle statistiche dello storico geologico dell’area. Il primo evento precedente di portata analoga è stato registrato nel 1934, ma la cronologia segnala sismi di magnitudo 7 o superiori fin dal 1255. Si poteva prevedere? Stando all’apparente regolarità di questi eventi e pensando “geologicamente” si potrebbe dire di sì, ma bisogna andarci piano e non fraintendere – la cronaca del processo dell’Aquila ha lasciato un solco ancora fresco.

Di certo sappiamo che le zone maggiormente a rischio sono in prossimità del confine tra placche tettoniche, lungo le faglie, zone in molti casi povere, poco preparate e poco attrezzate con l’Early Warning, ovvero i sistemi con cui si cerca allertare la popolazione in caso di terremoto. La NASA sta provando a ovviare a questi limiti, testando una soluzione più economica usando tecnologia che anche i paesi più poveri iniziano a permettersi: telefoni cellulari e tablet.

Allerta precoce, rigorosa e discussa

La possibilità di allertare preventivamente la popolazione dell’arrivo di un’onda sismica è oggetto di studio già da diverso tempo nei maggiori enti scientifici internazionali di geofisica e scienze della Terra (AGU, EGU, IASPEI). Obiettivo dell’Early Warning è intercettare per tempo il segnale di un’onda sismica primaria e sfruttare il breve intervallo che intercorre fino a all’onda secondaria, ovvero quella distruttiva, per diffondere l’allerta.

In Europa sono stati due i progetti che negli ultimi dieci anni hanno sperimentato l’Early Warning: SAFER e REAKT, con la messa a punto del prototipo PRESTo. In Giappone, dove come noto il rischio sismico è molto alto, è in vigore dal 2008 un programma di educazione, informazione e copertura mediatica immediata in caso di terremoto, l’Early Warning Broadcast, gestito dalla Japan Metereological Agency.

Il sistema può funzionare? Non sono poche le obiezioni sollevate in merito all’effettiva utilità dell’Early Warning; a detta di molti non bastano pochi secondi per mettersi al sicuro e c’è una differenza che può diventare sostanziale nel caso in cui si decida di collocare i sensori in prossimità di un sito da proteggere o di possibili sorgenti di onde sismiche. A ogni modo, questi problemi non si pongono comunque in territori sprovvisti di opportune norme di sicurezza e protezione, figuriamoci di sofisticati sistemi di Early Warning.

La NASA prova col crowdsourcing

Un semplice cellulare può registrare una scossa di terremoto? Non è certo così semplice, e un dispositivo mobile da solo non basta. Si possono però sfruttare alcune funzioni presenti in tutti gli smartphone: i ricercatori del Jet Propulsion laboratory di Pasadena avevano iniziato già nel 2012, e ora pubblicano un lavoro su Science Advances dopo aver organizzato una rete di volontari, dotati di smartphone, per simulare un sisma di magnitudo 7 ad Hayward, in California. Sono state usate due fonti differenti di dati, da dispositivi dotati di accelerometro, il sistema in grado di riconoscere l’orientamento di uno smartphone, o di solo rilevatore GPS, che ne determina la posizione geolocalizzata. Con solo queste funzioni è già possibile registrare lo spostamento permanente (displacement) dell’area interessata dal sisma, per poi caratterizzarlo. Valutati diversi livelli di popolazione in crowdsourcing, un range di copertura dai 35 ai 100 Km e una velocità delle onde sismiche tra i 3.5 e i 6 Km/sec, i risultati ottenuti non sono così differenti nelle diverse condizioni in quanto a rilevazione sisma, localizzazione dell’epicentro e della sua magnitudo: a percentuali massime di raccolta il tempo impiegato è di 5 secondi, con un errore di localizzazione inferiore ai 5 km.

Esito analogo è stato ottenuto per una seconda simulazione, sulla base dei dati reali del terremoto di Tohouku del 2011, di magnitudine 9: la conferma che un campione di 5000 dispositivi è sufficiente per sistematizzare una rete di alert. Certo, mettono in guardia gli stessi autori della ricerca, bisogna evitare di entusiasmarsi troppo, come del resto sempre succede in caso di ricerche in fase preliminare. Il bacino di utenza necessario, i costi e i vantaggi di velocità sono però evidenti, almeno in questa fase beta. Forse le circostanze spingeranno nella direzione crowdsourcing, come già successo durante l’emergenza dell’ebola negli scorsi mesi in Africa.

Leggi anche: Il terremoto in Nepal e cosa possiamo fare noi

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Crediti immagini: Archives New Zealand, Flickr

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