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Analisi del DNA contro il bracconaggio

Le analisi forensi del biologo Samuel Wessler aiutano le forze dell'ordine a individuare le aree cardine del bracconaggio. Ora gli stati coinvolti devono accettare di gestire l'emergenza assumendosi maggiori responsabilità

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AMBIENTE – Ogni anno il bracconaggio ci porta via più di 50 000 elefanti africani, intrapresa ormai una strada che sembra avere una sola meta: estinzione. Per contrastare questo fenomeno, che riguarda purtroppo molte specie a rischio, si sta facendo di tutto. Animali sorvegliati a vista da forze armate, trasportati con gli elicotteri o privati dei corni (il de-horning), i big data per monitorare i bracconieri, corni e zanne stampati in 3D. Ma la situazione non fa che peggiorare e, mentre la paura del terrorismo fa crollare anche il guadagno che arrivava dai turisti e i simboli africani come il Serengeti sono in pericolo, si cercano nuove strade per individuare almeno gli hotspot più delicati. In modo da indirizzare gli sforzi di conservazione e tutela.

Entra così in gioco il DNA, con il biologo Samuel Wassler (direttore dell’UW Center for Conservation Biology), pioniere nell’utilizzo delle evidenze genetiche per tracciare il percorso dell’avorio illegale, che da anni collabora con le forze dell’ordine per contrastarne il commercio. Fin dal 2005 sono arrivati al suo laboratorio i campioni provenienti dai vari sequestri, rotelle d’avorio delle dimensioni di una moneta prelevate dalla base delle zanne. Dagli studi di Wassler, si legge su Science, è diventato evidente che il grosso dell’avorio illegale (proveniente dalle grandi confische, il 70% di quello che viene sequestrato) arriva da due punti precisi in Africa. Il continente è enorme e il bracconaggio è una piaga che non conosce confini, ma il miglior modo di usare le risorse è indirizzarle, nel bel mezzo di questa crisi, laddove si concentra il problema.

Wasser, che ha sviluppato un metodo particolare per estrarre il DNA dall’avorio, aveva già utilizzato in passato quello prelevato da zanne, tessuti e peli di elefante raccolti in giro per il continente, in modo da mappare le varie popolazioni con una “firma genetica” e sapere da dove arrivano i carichi sequestrati. Conoscere le zone principali in cui gli elefanti sono minacciati potrebbe aiutarci a combattere il traffico d’avorio alle sue radici, spiegava il ricercatore. “Rende possibile concentrare il dispiegamento di forze in queste aree, ed eliminare il grosso delle uccisioni illegali”.

A partire dal 2013 i campioni spediti al laboratorio di Wasser per le analisi forensi del DNA si sono moltiplicati (a deciderlo un’organizzazione internazionale che si occupa del mercato nero d’avorio africano, rimasta anonima): le organizzazioni terroristiche sono finanziate dal commercio illegale d’avorio e i carichi – associati sempre al crimine organizzato – sono aumentati sempre di più. Per mettere l’avorio in numeri (e peso), Wasser e colleghi hanno ricevuto campioni per qualcosa come il 61% dei grossi sequestri fatti tra il 1996 e il 2014, 28 carichi tutti nell’ordine di mezza tonnellata d’avorio. Tutti tranne uno provenivano dalle stesse quattro grandi aree, ristrette poi a due hotspot. Ecco i punti cardine sui quali dovranno ragionare ora i piani di conservazione, basati sui dati inerenti il periodo 2006-2014:

  • L’85% dell’avorio da elefanti africani delle foreste (Loxodonta cyclotis), illegalmente cacciati tra il 2006 e il 2014, è stato collegato alla zona protetta TRIDOM, tra Gabon nord-orientale, Repubblica del Congo nord-occidentale e la parte sud-est del Camerun.
  • Più dell’85% dell’avorio da elefanti africani della savana (Loxodonta africana Blumenbach) arrivava dall’Africa orientale, principalmente dalla riserva Selous e dalla riserva Niassa.
  • Dal 2011 in poi gli hotspot per gli elefanti della savana ha iniziato a spostarsi verso nord, dalla Tanzania sud-orientale verso il Ruaha National Park e la riserva Rungwa. Lentamente, ci si sposta verso il Kenya.
  • Uno dei carichi più importanti di avorio illegale conteneva zanne e materiali da entrambi i grandi hotspot, il che fa supporre ci sia una connessione tra i contrabbandieri che vi conducono operazioni di bracconaggio.
  • Dei 28 carichi sequestrati, 23 si trovavano in stati diversi rispetto a quello di provenienza degli elefanti.

Un altro aspetto che Wasser sottolinea è lo spostamento degli hotspot a partire dal 2006, che ha visto muoversi le zone “incriminate” dalla parte orientale della Repubblica Democratica del Congo (luogo d’origine del grosso dei carichi illegali) a tutt’altre aree. Dal 2006 in poi quasi nulla è più stato sequestrato che provenisse da quell’area. Tra il 2002 e il 2007 due grossi carichi arrivarono invece dalla Zambia, che allo stesso modo dal 2008 in poi non ne ha visti partire altri.

“Quando stai perdendo un decimo della popolazione ogni anno, devi agire e devi farlo con urgenza: identificare dove si svolgono le uccisioni più importanti e fermarle alla sorgente”, commenta Wasser. “Speriamo che i nostri risultati spingano gli stati interessati ad accettare maggiori responsabilità nella lotta al traffico illegale, e incoraggino la comunità internazionale a lavorare al loro fianco per contenere l’emergenza bracconaggio. Solo così le loro azioni riusciranno nell’intento di soffocare le reti criminali che, ancora oggi, permettono al crimine organizzato di operare a livello trans-nazionale”.

@Eleonoraseeing

Leggi anche: Fermare il mercato nero dell’avorio, una manciata di elefanti alla volta

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: Diriye Amey, Flickr

Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

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