CRONACA

Verso Parigi, tra diritto alla salute e rischi climatici

In attesa del vertice sul clima, un rapporto sottolinea i rischi per la salute causati dal cambiamento climatico

CRONACA – Prima del vertice sul clima di Copenaghen, nel 2009, la rivista medica The Lancet e lo University College di Londra avevano chiesto a un’apposita commissione una rassegna della letteratura su riscaldamento globale e salute umana. Prima di quello di Parigi dal 30 novembre all’11 dicembre 2015, esce “Health and Climate Change“, 53 pagine però fitte fitte, con una visione più ampia dei problemi (economia, aumento e invecchiamento della popolazione, sistemi di previdenza, sviluppo urbano, risorse idriche, energetiche e alimentari, inquinamenti, conflitti, migrazioni, percezioni dei rischi, opinione pubblica, informazione ecc.) e alcune proposte per risolverli. Sembra più allarmato del precedente, forse perché questa volta la commissione comprende numerosi autori cinesi, e per l’assenza di provvedimenti ed investimenti che rafforzino la tutela della salute, in particolare nei paesi in via di sviluppo dove “rischiano di essere annullati i progressi fatti negli ultimi 50 anni” (la figura 7 è eloquente).

I poveri sono già i più colpiti dagli eventi meteorologi estremi e dai “disastri climatici”, come dimostrano le alluvioni ricorrenti e le recenti ondate di caldo in India e in Pakistan, e per gli ultimi 35 anni le statistiche aggiornate al 2014 appena pubblicate da Munich Re, i cui dati sono riassunti dall’Economist in questa tabella. Ma la temperatura aumenta meno fra i Tropici che nelle zone temperate e fredde dell’emisfero nord, le quali non sono risparmiate. Negli Stati Uniti, da alcune settimane nel Washington, nell’Oregon e perfino in Alaska, si moltiplicano incendi che erano frequenti finora in stati meridionali come la California o il Colorado.
I cambiamenti climatici compromettono il diritto alla salute inteso come diritto a un ambiente salubre, che fra i diritti fondamentali prevale su ogni altro da quando lo hanno stabilito a Roma le sezioni congiunte della Corte di Cassazione, nel lontano 1979 (1). Il 24 giugno scorso il tribunale dell’Aia lo ha ribadito dando ragione a Urgenda, un’Ong olandese fondata da Marjan Minnesma, che dirige l’Istituto per le transizioni all’Università Erasmus, e da Pier Vellinga dell’Università di Wageningen e della Libera Università di Amsterdam.

Nel novembre 2012, Urgenda aveva accusato il governo di non ridurre abbastanza le emissioni di anidride carbonica per raggiungere il taglio del 20% previsto dall’Unione Europea nel 2020. Il governo aveva fatto orecchio da mercante, e un anno dopo insieme a 856 cittadini, Urgenda aveva chiesto al tribunale di

1) dichiarare che un riscaldamento globale di oltre 2 gradi Celsius porterà alla violazione di diritti umani fondamentali in tutto il mondo

2) dichiarare che lo Stato olandese agisce illegalmente non contribuendo con la propria quota a prevenire un riscaldamento globale maggiore di 2 gradi Celsius

3) ordinare allo Stato olandese di ridurre drasticamente entro il 2020 le emissioni nazionali al livello stabilito dagli scienziati per contenere il riscaldamento globale sotto i 2 gradi Celsius, ovvero di ridurle del 40% rispetto a quelle del 1990.

I giudici hanno ordinato al governo di tagliare le emissioni del 25% come minimo entro il 2020. Il governo farà probabilmente appello, nel frattempo la sentenza crea un precedente per un processo analogo in corso a Bruxelles, altro “plat pays” dove l’opinione pubblica si ritiene ben informata dei rischi climatici ed è preoccupata soprattutto per l’innalzamento del livello del mare.

L’avvocato Stefano Nespor, autore del Governo dell’ambiente (Garzanti), direttore della Rivista giuridica dell’ambiente e uno dei fondatori dell’Environmental Lawyers Network International, ritiene che processi simili siano soprattutto un segnale mandato dalla cittadinanza. Ricorda che possono ottenere risultati politici anche se non giuridici. Fa l’esempio di quello perso nel 2011 da sei stati americani contro i gestori di centrali a carbone degli stati circostanti, che ha portato a norme più severe sulle emissioni di dette centrali e di quello vinto nel 2006 dagli Iwherekan del delta del Niger contro le emissioni da gas flaring della Shell.

In realtà il limite di 2°C è stato stabilito nel 2002 dai firmatari dalla Convenzione dell’ONU sui cambiamenti climatici. Molti scienziati – a cominciare proprio da Pier Villenga in un famoso articolo con Rob Swart del 1991 – ritenevano più prudente, anche se difficilmente realizzabile, non superare 1,5°C. Se ne ridiscute parecchio da alcuni mesi, perché il riscaldamento globale non è l’unico effetto pericoloso dei cambiamenti climatici, e perché ci sono stime e modi diversi di calcolare la “sensibilità del clima” al raddoppio, rispetto al Settecento, della concentrazione atmosferica di CO2 e gas equivalenti verso la quale ci stiamo avviando.

(1) Sentenza n. 5172, Persona e Ambiente:  il diritto alla salute, piuttosto (o oltre) che come mero diritto alla vita e all’incolumità fisica, si configura come diritto all’ambiente salubre”.

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: NOAA

7 Commenti

  1. […] L’obiettivo dell’ultimo studio (pubblicato su Ecology and Evolution) era principalmente capire se i proprietari di gatti siano o meno consapevoli della minaccia rappresentata dai loro animali domestici per la fauna selvatica e dell’entità di questa minaccia. Un approccio che probabilmente è lontano dal pensare comune, che all’idea di “minaccia per la fauna selvatica” pensa al bracconaggio, all’inquinamento, alla deforestazione e al cambiamento climatico. […]

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