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Scoperte inaspettate, non è tutto frutto del caso

Chiarito il meccanismo cerebrale della “serendipità”, la capacità di fare scoperte inaspettate, quelle che ci capita di fare proprio mentre stiamo cercando tutt'altro.

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SCOPERTE – La serendipità ha basi scientifiche e oggi, grazie a uno studio condotto dai ricercatori della Sapienza e pubblicato su Cortex, ha una spiegazione.
Ma cos’è la serendipità? Il medico ricercatore Julius H. Comroe negli anni Settanta la definì come il fatto di “cercare un ago in un pagliaio e trovarci la figlia del contadino”. E in effetti è questa forse la definizione più chiara di questo meccanismo. Indica la capacità di cogliere osservazioni del tutto casuali e inaspettate, spesso fatte mentre si stava cercando qualcos’altro.

Attraverso lo studio dei potenziali elettrici cerebrali, un gruppo di ricercatori della Sapienza coordinato da Fabrizio Doricchi, docente di Neuropsicologia, in collaborazione con la Fondazione Santa Lucia IRCCS di Roma, ha dimostrato che la serendipità non è data dal caso ma ha basi neurofisiologiche.

La capacità di elaborare coscientemente degli stimoli visivi è significativamente incrementata quando l’osservazione attiva del mondo esterno non è guidata da aspettative rigidamente definite. Il cervello produce tale potenziamento del livello di coscienza amplificando e prolungando, nella corteccia visiva secondaria, la durata delle fasi di immagazzinamento e di elaborazione delle tracce sensoriali visive che precedono l’elaborazione cosciente. Così la serendipità sembrerebbe prodursi proprio quando l’attenzione non è focalizzata su ciò che ci si aspetta di osservare.

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Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagini: Massimo Barbieri, Flickr

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