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L’Accordo sul nucleare iraniano: una vera vittoria della diplomazia?

Luci e ombre sull'Accordo di Losanna siglato da Stati Uniti, Iran e altri paesi, che ha aperto una nuova fase in Medio Oriente

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APPROFONDIMENTO – L’accordo raggiunto tra Iran e il gruppo dei Paesi cosiddetti “5+1” (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna  e Germania) è stato salutato come un accordo storico, una vittoria significativa verso la pace in Medio Oriente. Le cose, come tutto ciò che accade in quella regione, non stanno esattamente così. L’accordo, che ha dei meccanismi abbastanza complicati (frutto di trattative diplomatiche lunghe e faticose), non è ancora stato attivato e se da una parte risolve un problema urgente (il possibile armamento nucleare dell’Iran), dall’altra sconvolge le reti di potere e gli scenari politici in Medio Oriente. Nonostante questo è sicuramente un punto di svolta fondamentale nella politica mediorientale di oggi.

L’accordo

L’Accordo di Losanna, che segue e approfondisce il precedente Accordo congiunto dello scorso aprile (qui spiegato in breve), è il frutto di un buon compromesso tra le esigenze dei due principali negoziatori, gli Stati Uniti e l’Iran. Gli americani hanno ottenuto di avere un controllo continuo e libero (almeno sulla carta) sugli impianti nucleari iraniani, mentre gli iraniani hanno ottenuto un (progressivo) smantellamento delle sanzioni occidentali che hanno ridotto il paese in una situazione di grave crisi socio-economica. Questi due punti, in sostanza, sono il cuore dell’accordo, che tuttavia ha due principali ostacoli da superare prima di diventare effettivamente attivo: il primo di natura più tecnica, il secondo di natura politica. Nell’intesa, infine, c’è anche una buona notizia per la scienza.

È un buon accordo, o forse no

Il primo passo da compiere è quello dell’approvazione del testo (senza possibilità di modifica) da parte del parlamento statunitense, il Congresso, e di quello iraniano, il Majlis.

L’ordine istituzionale iraniano è particolarmente complicato, frutto di una visione che ha cercato di bilanciare i poteri tra organi di tipo laico (il Presidente e il Majlis) a cui si accede attraverso elezioni a suffragio universale con voto segreto, e organi di tipo islamico (la Guida Suprema e il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione) a cui si accede attraverso la cooptazione. I poteri sono sbilanciati a favore degli organi di tipo islamico, aderendo alla visione politica dello sciismo di tipo duodecimano (una delle tre correnti dell’islam sciita): in questo senso la Guida Suprema, che dal 1989 è l’Ayatollah Ali Khamenei, assume un ruolo chiave, di moral suasion si direbbe in occidente. Per capire come voterà il Majlis, tendenzialmente più liberale rispetto agli organi islamici, dunque, è necessario guardare a ciò che ha detto in merito Khamenei. In un primo tempo, a caldo dopo la dichiarazione di accordo avvenuto, la Guida Suprema aveva approvato in modo stranamente diretto e chiaro. Tuttavia, gli analisti aspettavano il suo discorso durante la preghiera del venerdì di Id al-Fitr, l’ultimo giorno del mese di digiuno e preghiera, il Ramadam. In quell’occasione Khamenei, forse allarmato dalla reazione entusiastica della popolazione, ha ridimensionato il proprio endorsement, ponendo una chiara distinzione tra l’accordo (definito una “questione specifica”) e la più generale politica di lotta contro gli Stati Uniti: l’Accordo di Losanna, quindi, non significa in alcun modo una normalizzazione dei rapporti con gli Stati Uniti. Probabilmente, quindi, il Majlis voterà a favore dell’accordo, ma dandogli questa lettura.

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I tweet dell’account ufficiale della Guida Suprema dell’Iran, Ali Khamenei,al termine della preghiera del venerdì di chiusura del Ramadan. Fonte: Twitter

La grande incognita del Congresso USA

Molto più complicata, invece, appare  l’approvazione da parte del Congresso statunitense. La linea politica tra democratici favorevoli all’accordo e repubblicani contrari non corrisponde all’attuale situazione: il congresso è spaccato al suo interno secondo una linea di frattura bipartisan. Pesa sulla decisione il convincimento generale che la politica mediorientale di Obama durante tutte e due i suoi mandati sia stata sostanzialmente fallimentare: tra le critiche, il fatto non abbia colto le opportunità delle primavere arabe, non riesca a contrastare efficacemente il gruppo terrorista Stato Islamico, non abbia portato a termine la pacificazione di Iraq e Afghanistan, stia lasciando scivolare la Turchia verso posizioni sempre più di integralismo islamico e stia attuando una politica fortemente di rottura con Israele. Al contrario, chi è favorevole vede nell’Accordo l’unico evento positivo in Medio Oriente da molti anni a questa parte. Obama sta giocando un carico politico fondamentale per il suo ruolo nella politica estera degli Stati Uniti. Spinto all’angolo dalle numerose, e feroci, critiche interne all’Accordo (considerato come troppo debole e poco punitivo per l’Iran) per giustificarlo è arrivato addirittura a richiamare l’autorità derivante dall’essere il Comandante Supremo delle forze armate. In un discorso alla nazione ha infatti affermato: “non devo certo scusarmi per rendere l’America più sicura. Accetto ogni tipo di esame e di critica (…) ma come Comandante in capo – ha aggiunto – non devo scusarmi per rendere questo Paese più sicuro attraverso il duro lavoro della diplomazia, invece che attraverso la via più facile della guerra”.

Gli equilibri in Medio Oriente

L’Accordo, evidentemente, non è solo una questione di politica interna dei due Paesi protagonisti: sebbene ancora non effettivo, ha già provocato alcuni cambiamenti nell’equilibrio di potere della regione mediorientale. Vediamo i principali.

Israele

Il primo, evidente, cambiamento è l’asse politico tra gli Stati Uniti e Israele. Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, recentemente rieletto anche grazie allo spettro di un accordo Usa-Iran, ha ovviamente tuonato contro l’Accordo, ritenendolo non solo una grave minaccia diretta contro il suo Stato, ma anche la prova definitiva che il monolitico partneriato tra Stati Uniti e Israele presenta più di una crepa. Anzi, l’accordo potrebbe rappresentare un incentivo ulteriore per Israele a “farsi giustizia da solo”. In realtà, Israele già da tempo soffre di un isolamento politico grave, molto criticato dagli stessi israeliani, così profondo che raramente si era visto nella recente storia del paese. Alcune piccole scaramucce diplomatiche si erano poi trasformate in una vera e propria offesa all’istituzione del Presidente degli Stati Uniti quando Netanyahu si era presentato direttamente al Congresso criticando esplicitamente la politica mediorientale di Obama. Da quel momento i rapporti tra i due sono stati gelidi e Israele, sostanzialmente, non è stato in alcun modo reso partecipe degli andamenti dei colloqui per arrivare all’Accordo. Il pericolo maggiore, in questo senso, è quindi che Israele non si senta più vincolato alla via diplomatica imposta da Obama in Medio Oriente, dando così maggior peso ai falchi all’interno e all’esterno dell’esercito israeliano.

L’Arabia Saudita

Un secondo risultato dell’Accordo è stato il deterioramento, finora abbastanza composto, del rapporto tra Stati Uniti e Arabia Saudita. Tradizionalmente, sin dalla nascita della Repubblica Islamica, l’Iran ha sfidato l’egemonia saudita nella regione. Innanzitutto perché rappresentano due concezioni opposte dell’islam politico: l’Arabia rappresenta una visione più tradizionale e stereotipata, fatta di grandi clan monarchici con al vertice una figura – almeno esteriormente – monocratica, mentre l’Iran, nonostante i già citati limiti, è comunque una repubblica basata sul voto a suffragio universale e segreto. Soprattutto, però, rappresentano due correnti dell’islam che in questi anni sono entrate in un conflitto talmente profondo da sfociare, ogni tanto, in vere e proprie guerre civili: i sauditi paladini del sunnismo (nella sua versione wahabita integralista), gli iraniani protettori delle minoranze sciite. I sauditi, quindi, hanno da sempre capitalizzato lo scontro tra Stati Uniti e Iran, divenendo i “guardiani” degli americani nella regione – al punto di concedere basi militari agli infedeli nella terra che ospita la Mecca e Medina. L’accordo può cambiare in maniera drastica questo equilibrio. Un riavvicinamento di Stati Uniti e Iran, già avvenuto sul terreno siriano e iracheno contro il gruppo terrorista Stato Islamico, potrebbe rimettere in discussione il ruolo dell’Arabia Saudita, che insieme alla Turchia e all’Egitto (entrambi a maggioranza sunniti), sta creando un’alleanza informale contro l’Iran e non guidata dagli Stati Uniti. La posta in gioco è ovviamente la spartizione dei territori al centro della regione, ovvero l’Iraq e la Siria. La Turchia vuole assicurarsi degli alleati per bloccare l’irridentismo dei curdi, finora gli unici a combattere effettivamente contro il gruppo terroristico Stato Islamico, che mirano a creare uno Stato che comprenda il nord della Siria, il sud-est della Turchia e il nord dell’Iraq (la parte più ricca di petrolio in territorio iracheno). L’Egitto vuole, invece, garantire un controllo sui movimenti di integralisti sunniti, come i Fratelli Musulmani o i gruppi terroristici Al-Quaeda e Stato Islamico, per far tornare il paese ad una normalità accettabile (e far quindi ripartire anche il turismo). I sauditi, infine, vogliono mantenere la loro supremazia nella regione, e dunque riportare l’Iran all’isolamento internazionale.

sunniti e sciiti

In giallo i Paesi a maggioranza sunnita, in rosso a maggioranza sciita, in arancione i Paesi in cui non c’è una maggioranza o non ci sono dati, in blu a maggioranza ebraica.

La Siria

Infine l’accordo Usa-Iran potrebbe avere come conseguenze un cambiamento di regime parzialmente indolore in Siria. Non è un mistero che gli iraniani sono gli unici che al momento sostengono ancora Bashar al-Assad, il dittatore siriano appartenente alla setta alawita dello sciismo duodecimano (lo stesso dell’Iran, ma da cui prese le distanze nel IX secolo). Un cambiamento nei vertici siriani, garantito e gestito dall’Iran in accordo con gli Stati Uniti, potrebbe disinnescare molti dei problemi che hanno portato alla guerra civile siriana, una delle più cruente e sanguinarie degli ultimi anni. Una normalizzazione della situazione siriana avrebbe anche un altro beneficio: il possibile rientro (con amnistia dovuta alla deposizione di Assad) di una parte dei quattro milioni di profughi siriani, che stanno creando gravi problemi sociali, politici e sanitari nei Paesi dove si stanno maggiormente rifugiando, ovvero Libano e Turchia. Tuttavia, una normalizzazione della Siria sotto l’egida dell’Iran andrebbe a toccare un nervo scoperto dell’Arabia Saudita, poiché da sempre questo Paese rivendica una sorta di “protettorato” politico-religioso nel paese, che è a maggioranza sunnita.

monarchie e dittature

In viola i Paesi con dittature (Egitto, Arabia Saudita, Oman, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait), in verde regimi che prevedono cariche elettive a suffragio universale e segreto (Israele, Libano, Turchia, Iran), in rosso gli stati in cui c’è una guerra civile o non esistono più istituzioni centrali (Iraq, Siria, Yemen)

 

Il petrolio

Non si può tralasciare la questione petrolifera. Da mesi il mercato del petrolio soffre di uno shock da eccesso d’offerta: il greggio estratto è molto superiore rispetto alla richiesta del mercato.

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Andamento dei prezzi di un paniere di listini dei prezzi del petrolio (in particolare: Saharan Blend (Algeria), Girassol (Angola), Oriente (Ecuador), Iran Heavy (Iran), Basra Light (Iraq), Kuwait Export (Kuwait), Es Sider (Libia), Bonny Light (Nigeria), Qatar Marine (Qatar), Arab Light (Arabia Saudita), Murban (UAE) and Merey (Venezuela). Fonte: OPEC

Questo è dovuto a numerosi fattori, tra cui anche quelli politici: i sauditi controllano l’OPEC, il cartello dei maggiori estrattori di petrolio, e hanno imposto un abbassamento artificiale del prezzo anche per soddisfare le richieste statunitensi di rafforzare indirettamente le sanzioni contro la Russia – altro grande estrattore di petrolio e gas, ma che non fa parte dell’OPEC, dopo la vicenda ucraina. Se l’Accordo con l’Iran funzionasse e quindi le sanzioni fossero allentate nel tempo, alcuni analisti hanno stimato che già tra il 2016 e il 1018 l’Iran tornerebbe ai livelli estrattivi precedenti alla crisi nucleare, dando ossigeno alle casse semi-vuote di Teheran. Il ritorno degli iraniani sul mercato del petrolio, però, potrebbe aggravare ancora di più lo shock di offerta, portando il petrolio a prezzi talmente bassi da mettere in crisi persino i sauditi.

paesi produttori di petrolio

I venti maggiori estrattori di petrolio. In Blu sono indicati i paesi OPEC. Fonte: CIA World Factbook

 

La scienza

Se l’Accordo riuscirà a superare tutte le numerose insidie sopra descritte, si aprirà una piccola oasi felice anche per la scienza. Uno dei siti in cui si temeva che gli iraniani volessero effettivamente arricchire l’uranio a fini militari è quello di Fordow. L’impianto, vicino a Qom, una città santa dell’islam sciita e sede di una delle Università più prestigiose del Paese, è stato a lungo tenuto nascosto dagli iraniani, motivo per cui gli statunitensi ritengono che a Fordow gli iraniani volessero arricchire l’uranio a fini militari. L’Accordo prevede lo smantellamento del sito e la trasformazione dello stesso in un centro di ricerca internazionale di fisica.

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Un’immagine satellitare di dove si pensa si trovi l’impianto di Fordow. Fonte:  Wapster via Flickr

 

Oltre l’Asse del Male

Se quindi guardiamo oltre i proclami di entusiasmo e un certo sollievo per la volontà di entrambe le parti di disinnescare una questione, quella del nucleare iraniano, che minacciava in modo enorme la stabilità globale, ci accorgiamo che non è tutto oro quel che luccica: l’Accordo in sé è positivo, ma potrebbe spingere alcuni Paesi, principalmente Israele e Arabia Saudita, ad azioni estreme, più improntate a una visione di breve periodo e dunque potenzialmente pericolose per tutto il sistema politico globale.

Una cosa è certa, l’Accordo non rompe nessun equilibrio: la tormentata storia mediorientale è in questo momento in uno dei suoi periodi più instabili, tra Stati che ormai de facto non esistono più, gruppi terroristici che controllano vaste porzioni di territorio, milioni di persone che cercano rifugio in Paesi già di per sé poco stabili, e una vera e propria guerra di religione tra sunniti e sciiti.

Quindi, se l’Accordo ha un’aspetto positivo, sicuramente è il fatto che esso descrive una nuova strategia politica. Dopo gli anni del manicheismo delle democrazie contro l’Asse del Male del Presidente Bush, sembra che finalmente si torni a una politica che non vede buoni da parte e cattivi dall’altra, ma semplicemente una realtà talmente complicata in cui nessuno, proprio nessuno può essere isolato e condannato.

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Crediti immagine: Frode Bjørshol, Flickr

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