Scienziati e politici, parlarsi si può

È un ruolo poco conosciuto in Italia, ma diffuso in altri Paesi: di che cosa si occupa uno scientific advisor?

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POLITICA – Tutti i capi di Stato del mondo si avvalgono di interpreti e traduttori ma solo alcuni utilizzano professionisti anche quando devono comunicare con qualcuno che parla sì la loro lingua ma non lo stesso gergo settoriale. Si chiamano chief scientific advisor e hanno il delicato compito di fare da intermediari tra gli scienziati e i politici.

Diffuse soprattutto nei paesi anglofoni, queste figure hanno la responsabilità di dare le informazioni scientifiche necessarie al politico che affiancano e che nella maggior parte dei casi non ha una formazione tecnica. Infatti si parte dal presupposto che quando in parlamento si discutono leggi che toccano temi come la salute o l’ambiente, i politici dovrebbero farsi trovare pronti sulle ultime novità nell’ambito della ricerca sui temi trattati e conoscere i rapporti tecnici, anche se la discussione non sarà basata esclusivamente su questi punti (ne abbiamo parlato qui).

In Inghilterra per esempio Mark Walport dirige il dipartimento scientifico del Primo Ministro, dove lavora un gruppo di persone esperte di varie discipline, che sanno leggere l’evidenza scientifica e la traducono per David Cameron.

Per Roberto Bertollini, direttore di ricerca dell’ufficio europeo dell’Organizzazione Mondiale di Sanità, il Chief Scientific Advisor riveste un ruolo strategico: “La knowledge translation non è affatto semplice, anche perché ci sono una serie di problemi, non solo da parte dei politici ma anche dei ricercatori, che devono giudicare l’incertezza delle loro conoscenze e vivono in ambienti distanti dalla politica e dalle sue dinamiche. I ricercatori sono spesso poco capaci di comunicare e dialogare con persone al di fuori del loro ambito tecnico. E spesso parlano con le persone sbagliate”.

Inoltre esiste un problema di costi della salute calcolati in modi troppo complessi e distanti dalla politica. “Se per esempio dico che se spendo oggi risparmio domani può essere difficile destare davvero interesse nei politici perché ci sono problemi legati al ciclo politico, che è spesso più breve rispetto ai tempi necessari a garantire un ritorno degli investimenti per la salute”, puntualizza Bertollini.

Facciamo un esempio: si dice che le malattie cardiovascolari costano 700 miliardi all’anno. Per Bertollini si tratta di cifre che sono talmente lontane dalla percezione del politico e del cittadino che dirle o non dirle cambia poco. “Si tratta di numeri pazzeschi, i politici durante la loro giurisdizione hanno l’1% di quel budget. Si potrebbe dire, piuttosto, che agendo sull’inquinamento ogni cittadino risparmierà 100 euro all’anno grazie alla riduzione delle spese sanitarie, per esempio. Forse una frase del genere potrebbe aiutare a raggiungere meglio l’obiettivo”.

Nel 2010 un tentativo di introduzione dello scientific advisor lo aveva fatto anche Barroso, presidente della Commissione Europea, con la nomina della biochimica Anne Glover. Il servizio però è stato eliminato 4 anni più tardi, con l’arrivo del nuovo presidente Junker. Sulla decisione dell’allontamento della Glover dal suo incarico, per sostituirla con un più generico gruppo di esperti, potrebbero aver pesato le posizioni che la biochimica aveva assunto nei confronti degli Organismi Geneticamente Modificati. Anne Glover infatti, aveva affermato pubblicamente e a più riprese di essere favorevole agli OGM dal momento che non esistono evidenze scientifiche che dimostrino effetti nocivi sulla salute, scatenando polemiche e pesanti attacchi personali da parte di associazioni ambientaliste.

In Italia invece ancora non c’è un meccanismo sistematico di scientific advice. Commenta Bertollini: “Forse in Italia questo meccanismo non viene messo in opera perché si ha l’impressione che farebbe perdere ai politici la libertà di decidere. Tuttavia lo scientific advisor non è un professorino che declama il verbo degli scienziati come se fossero i paladini della verità, ma una figura tecnica indipendente che sintetizza le informazioni per renderle utilizzabili dai politici”.

E pensare che risale a due anni fa un’indagine in cui alla domanda “che cosa impedisce l’utilizzo delle evidenze scientifiche?” la maggior parte dei politici ha risposto “l’assenza di contatto e di scambio di opinioni con i ricercatori”.

Leggi anche: Quanta scienza c’è nelle leggi europee?

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Crediti Immagine: Rational Parliament, Flickr

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