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Non solo tigri: il commercio illegale di piante nel Sud-Est asiatico

Non se ne sente parlare quanto delle tigri vendute a pezzi o dei cavallucci marini grattugiati per finire nei medicinali tradizionali. Ma il contrabbando illegale di piante, seppur invisibile, è una grave minaccia per la biodiversità

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AMBIENTE – Commercio illegale di fauna selvatica, per venderne parti o farne illegalmente animali da compagnia. Costante richiesta di avorio e manufatti intagliati, sotto forma di souvenir, gioielli, statuine, che tornano spesso a casa insieme a turisti (a volte) ignari del sangue invisibile che le macchia. Vendita di animali interi, e loro parti, destinati da una parte all’insaziabile domanda di ingredienti per la medicina tradizionale, dall’altra a diventare preziose componenti per alimentare la cucina locale.

La lista è lunga  e terribile ma non è certo un mistero che il Sud-Est asiatico, con un business milionario immensamente redditizio e in molti casi tutt’altro che legale, abbia una pesante responsabilità nei confronti della perdita di biodiversità del nostro pianeta. Azioni che raramente vengono scoperte (e di conseguenza punite) rendendo il commercio di fauna selvatica tra i più redditizi che esistano. E le indagini volte a smascherarlo tra le più delicate da gestire, tra coperture ben riuscite – zoo e strutture analoghe – e nomi terribilmente famosi come quello di Wong Keng Liang (trafficante di fauna selvatica, più noto come Anson).

Eppure ci sono specie, meno d’impatto nel sentirne parlare rispetto agli elefanti massacrati, al bracconaggio di tigri tra Cina e Myanmar e i cavallucci marini grattugiati per farne medicinali, il cui commercio è praticamente invisibile. Ma non meno illegale, anche se era e rimane poco documentato: si tratta della  vendita di piante ornamentali raccolte in natura, specialmente orchidee. Il quadro della situazione è stato delineato da poco tra le pagine della rivista scientifica Biological Conservation, a firma di Edward L. Webb, del dipartimento di biologia alla National University of Singapore (NUS) e del suo (ex) studente PhD Jacob Phelps.

Un commercio invisibile

Il mercato studiato dai due ricercatori è quello thailandese, compresi i confini con il Laos e il Myanmar: hanno scoperto che sono oltre 400, solo qui, le specie ornamentali contrabbandate illegalmente e pagate fior fior di quattrini dagli appassionati. Incantati da piante splendide, profumate, rare. Più dell’80% sono orchidee e alcune fanno tristemente parte dell’elenco di specie minacciate della Lista Rossa IUCN.

La cosa più sorprendente (e tristemente peculiare, se consideriamo la circostanza) è che alcune delle specie rintracciate dai due scienziati – mentre si muovevano oltre i confini o viaggiavano attraverso la Thailandia – sono nuove, sconosciute alla scienza e mai descritte prima, spuntate in tutta la loro bellezza da un qualche mercato di piante e fiori. Ci sono Bulbophyllum anodon e Bulbophyllum dasystachys (descritte su Phytotaxa) ma anche una specie non ancora descritte appartenente al genere Thrixperumum, che conta circa 150 diverse orchidee diffuse nel Sud-Est asiatico e nella Nuova Guinea.

Eppure questo tipo di ritrovamenti non è così strano: anche il WWF ne ha parlato sul Magical Mekong Report, trattando proprio del problema della scoperta di nuove specie attraverso lo studio del commercio illegale (si parla anche delle due Bulbopyllum). “Abbiamo visitato alcuni di questi mercati di piante selvatiche, in Thailandia, quasi dieci anni fa. Siamo rimasti attoniti di fronte al numero di specie e alla quantità di piante che vi venivano commerciate, e sapevamo che avremmo dovuto fare ritorno per saperne di più, per scoprire cosa esattamente si poteva acquistare in quei luoghi”, racconta Phelps.

Da dove arrivano?

In base alle regole CITES, la Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora, molte delle specie esposte tra i banchi di questi mercati sono localmente protette; raccoglierle non è consentito ma questo non sembra fermare il traffico illegale che, come emerso dalle testimonianze dei venditori thailandesi, attraversa piuttosto facilmente i confini. Le orchidee arrivano dai paesi limitrofi, in barba alla conservazione e alle regolamentazioni locali e internazionali, e i loro numeri si perdono tra le maglie dei rapporti governativi sul commercio. Un mercato invisibile, appunto.

Lo confermano i due ricercatori: tutto il commercio che hanno studiato nel corso del loro studio è virtualmente inesistente se lo si va a cercare nei database ufficiali, non ve n’è quasi traccia negli action plan legati alla conservazione, le policy governative non ne parlano. Eppure è sotto gli occhi di tutti, nei mercati locali di tutta la regione. “In questo caso si è trattato di chiudere un occhio di fronte alla conservazione botanica e al commercio di piante”, commenta Phelps, che ora lavora al Center for International Forestry Research in Indonesia. “La nostra ricerca ha messo in evidenza un problema comune a tutto il commercio illegale di fauna selvatica. L’invisibilità di quei commerci che non sono ancora stati oggetto di ricerca, né hanno trovato uno spazio nei database governativi”.

La necessità è piuttosto chiara: biodiversità in pericolo nel Sud-Est asiatico, ai più, farà venire in mente tigri e avorio. Ma l’urgenza è altrettanto pressante per le specie vegetali, e la diversità botanica è altrettanto in pericolo. E allo stesso modo chi commercia illegalmente orchidee non andrebbe punito meno duramente di chi nasconde statuine d’avorio tra tessuti e altri souvenir per trasportarle tra un paese e l’altro. Per sostenere piani d’azione e implementare la conservazione in questa direzione bisogna continuare a fare ricerca, ed è importante che il messaggio passi: il grande pubblico deve essere informato e sensibilizzato.

Webb è ben consapevole di quanto sia più facile far passare il messaggio con le immagini di una tigre, rispetto al conquistare la gente con un’orchidea, che esposta in un mercato thailandese non ci fa pensare a uno scenario di sofferenza, illegalità, o a un “furto” di ricchezza all’ambiente. “È semplice, le piante non riescono a conquistarsi la nostra preoccupazione, né chiaramente l’affetto, come ci riescono gli animali. Sentiamo parlare sempre di più del commercio di avorio illegale proveniente dagli elefanti, di corni di rinoceronte, di parti del corpo ormai senza vita di tigri. Ma sono in pochi ad aver sentito parlare delle centinaia di specie contrabbandate illegalmente, per l’orticoltura o per la medicina tradizionale. Eppure si tratta di una minaccia immediata per la conservazione, ai danni di centinaia se non migliaia di specie della nostra regione”.

@Eleonoraseeing

Leggi anche: A tavola con l’estinzione

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: Yellow.Cat, Flickr

Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

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