Una riforma dell’IPCC è inevitabile. O forse no?

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SCIENCE DIPLOMACY – Un Nobel, alcuni grossolani (ma gravi) errori, un difficilissimo bilanciamento tra neutralità scientifica e lobbying sul clima: mai come ora, l’IPCC, l’organismo delle Nazioni Unite che studia gli effetti del cambiamento climatico è nell’occhio del ciclone. Poche settimane fa ha dovuto cambiare, in maniera forzata e repentina, il proprio direttore, Rajendra Pachauri, accusato di violenza sessuale. Pachauri, un ingegnere, aveva guidato l’IPCC per tredici anni, un’enormità per un’istituzione internazionale. E, soprattutto negli ultimi tempi, non pochi nella comunità scientifica internazionale iniziavano ad accusare l’IPCC di essere sì sulla bocca di tutti, soprattutto dei politici, ma in modo sostanzialmente non incisivo.

L’elezione del nuovo direttore sembra aver dato maggiore coraggio a chi chiede una riforma, almeno minima, di uno dei più importanti e (a suo modo) influenti organi scientifici internazionale. Hoesung Lee è un economista sud-coreano, da anni tra i maggiori esperti in seno all’IPCC (si occupa in particolare di quantificare economicamente i danni del cambiamento climatico). Una cordata di scienziati, di cui il professor Ottmar Edenhofer sembra essere il portavoce, chiede con forza almeno due modifiche sostanziali. Una è di tipo organizzativo, e appare come la più applicabile almeno nel breve periodo.

In una recente intervista pubblicata dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung, Edenhofer avanza l’ipotesi di creare un organo di raccordo tra il gruppo II e III dell’IPCC, che si occupano rispettivamente di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico. Se di per sé può sembrare una richiesta meramente tecnica, in realtà la questione è delicatissima: più volte numerosi esperti dell’IPCC hanno avanzato l’ipotesi di prezzare l’emissione di CO2, istituendo parallelamente un fondo che aiuti i paesi poveri a non accollarsi direttamente l’intero prezzo. Ma chi dovrebbe stabilire qual è il giusto prezzo? I due organismi suddetti sono la sede ideale per stabilire, secondo criteri scientifici, la quantità di denaro che un paese dovrebbe pagare alla comunità internazionale per poter continuare ad emettere gas serra.

Tuttavia, un simile ruolo comporterebbe la trasformazione, almeno parziale, del’intera IPCC in un organo soprattutto politico. E in tale senso va anche l’ulteriore proposta avanzata da Edenhofer: ovvero quella di inserire nello statuto dell’organizzazione il compito di valutare l’adempimento delle politiche che gli Stati si impegneranno ad attuare nella prossima COP 21 di Parigi. Hoesung Lee è dunque tra due fuochi: da una parte gli Stati membri delle Nazioni Unite vorrebbero mantenere lo status quo, per non delegare ulteriori potere ad un organo internazionale e dunque poco controllabile, dall’altra gli scienziati vorrebbero rivoluzionare la struttura per renderla più efficace.

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Notizie dall’Europa

UNIONE EUROPEA – Il Consiglio etico per la ricerca dell’Unione Europea (European Science ethics advisory group) non è mai stato molto amato a Bruxelles, e dunque mai propriamente finanziato. A gennaio era prevista la sua chiusura definitiva, ma, quasi a sorpresa, la Commissione ha deciso di rifinanziarlo almeno per un anno: forse Juncker vuole inserirlo nel nuovo Science Advisory Panel che ha sostituito Anne Glover.

Dal Mondo

STATI UNITI – Gli Stati Uniti hanno firmato uno storico accordo con l’Indonesia in cui si prospetta un ampio spettro di azioni di cooperazione scientifica che riguardano lo studio del cambiamento climatico.

KUWAIT – Grazie ad un accordo con la compagnia privata spagnola TSK Group, il Kuwait, uno dei maggiori estrattori di petrolio al mondo, ha intrapreso con forza la strada della produzione dell’energia solare; tra i vari aspetti tecnici, l’accordo prevede anche il finanziamento alla ricerca di forme più efficienti di utilizzo di questa energia.

@gia_destro

Leggi anche: COP 21: ultima chiamata

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: IISD, Flickr

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