Gli ultimi tre rinoceronti bianchi settentrionali

Alla morte di Nola, la femmina che viveva al Safari Park dello zoo di San Diego, riprende il conto alla rovescia. Per una sottospecie il cui destino sembra segnato, e incombente

APPROFONDIMENTO – Negli anni Sessanta ce n’erano 2000 esemplari, negli anni Settanta 500, nel 1984 15. Oggi sono solo tre.

Pochi giorni fa è morta Nola, una femmina di 41 anni di rinoceronte bianco settentrionale (Ceratotherium simum ssp. cottoni, una delle due sottospecie del rinoceronte bianco) che viveva al Safari Park dello zoo di San Diego ormai dal 1989. Dopo lunghe terapie per trattare una serie di patologie che l’avevano colpita insieme a un’infezione batterica, le sue condizioni sono andate peggiorando e i veterinari hanno deciso di mettere fine alle sue sofferenze e sopprimerla. Ora di rinoceronti bianchi settentrionali ne rimangono solamente tre in tutto il mondo e quest’ultima novità rende sempre più concreta l’idea che presto la sottospecie sarà estinta. In natura e in cattività.

Questo triste conto alla rovescia verso un drammatico “extinct” sulla Lista Rossa IUCN ha avuto inizio l’anno scorso a ottobre con la morte di Suni, 34 anni, poi nel dicembre 2014 allo stesso zoo di San Diego quando se n’è andato anche il penultimo maschio in vita, Angalifu. Quest’estate, era luglio, è stata la volta di Nabiré, una femmina di 31 anni morta a causa di complicazioni dopo la rottura di una ciste. Non era in grado di riprodursi naturalmente e viveva dalla nascita allo zoo Dvur Kralove in Repubblica Ceca, che è anche l’unica struttura in tutto il mondo a essere riuscita a far riprodurre questi rinoceronti in cattività.

Tutti e tre gli ultimi superstiti della sottospecie provengono da Dvur Kralove e vivono oggi in Kenya, alla Ol Pejeta Conservancy, dove ci sono guardie armate a sorvegliarli e proteggerli (sostenute da un crowdfunding di successo) a ogni ora del giorno e della notte, in particolare dalla sempre presente minaccia dei bracconieri. Si tratta di Sudan, l’ultimo maschio, la femmina Naji (25 anni) e sua figlia Fatu (15 anni).

La loro reintroduzione in natura aveva fatto sperare nella possibilità di creare una nuova popolazione nella riserva, in un ambiente più naturale per loro pur trattandosi di un’area circoscritta. Una speranza sempre più vana ora che gli animali sono invecchiati, mentre gli scienziati esperti in salute riproduttiva cercano di portare a termine un ultimo tentativo di fecondazione artificiale.

È da escludersi, ormai, che possano riprodursi in modo naturale: nel 2012 Suni e Najin furono visti accoppiarsi e per 16 mesi (il tempo necessario alla gestazione) i ricercatori monitorarono la situazione, nella speranza la fecondazione fosse andata a buon fine. Non fu così. La mamma “surrogata” che rappresenta l’ultima possibilità per questa sottospecie è una femmina di un’altra sottospecie vicina, il rinoceronte bianco meridionale (Ceratotherium simun simum), di cui oggi si stima ci siano circa 20 000 esemplari in vita grazie a politiche di conservazione ben strutturate sul territorio. Di Suni e un altro maschio gli scienziati hanno conservato lo sperma per provare la fecondazione in vitro, ma sui risultati effettivi di quest’ultima, disperata strategia per salvarli sappiamo ancora poco. In un post sul suo blog lo zoo di San Diego ha fatto il punto sul contributo che tutti i rinoceronti bianchi settentrionali morti hanno dato alla ricerca per salvare la loro sottospecie.

Nel 2006 c’erano ancora quattro rinoceronti bianchi settentrionali in natura, nel Garamba National Park, una popolazione oggi ritenuta estinta dopo il ritrovamento di una carcassa e l’assenza totale di segnalazioni e avvistamenti per due anni, nonostante numerose ricerche terrestri e aeree. È stato questo a segnare l’estinzione in natura della sottospecie.

L’aspettativa di vita di questi animali si aggira tra i 35 e i 40 anni: Sudan è già molto vecchio, ne ha 42 e, con una conta spermatica in continuo calo non si potrà mai più riprodurre con successo. Per di più, raccontano gli esperti in conservazione di Ol Pejeta, a causa di un problema alle gambe posteriori sarebbe molto difficile per lui riuscire a montare una femmina. Quando era solo un piccolo rinoceronte, a pochi anni d’età, Sudan è stato catturato nella regione del lago Shambe e spedito allo zoo Dvur Kralove. Ha fatto ritorno in Africa solamente nel 2009 per il progetto soprannominato Last chance to survive, quando insieme all’ormai morto Angalifu ha preso sulle sue spalle il peso della sopravvivenza della sottospecie ed è stato privato dei suoi corni, per renderlo meno interessante agli occhi dei bracconieri.

La distruzione e frammentazione dell’habitat ma soprattutto il bracconaggio è la causa del declino di questi magnifici animali, non solo i rinoceronti africani ma anche le specie asiatiche come il rinoceronte di Sumatra, cacciate di frodo per procurarsi i loro corni, considerati dalla medicina tradizionale ingredienti formidabili per combattere le più disparate malattie. Negli anni Sessanta di rinoceronti bianchi settentrionali ce n’erano 2000 esemplari, diffusi in un ampio areale in tutta l’Africa centrale, dal Congo al Ciad all’Uganda. Li abbiamo spazzati via in poco più di mezzo secolo.

(la specie che si vede nel video non è il rinoceronte bianco settentrionale ma quello indiano, ripreso da un gruppo di conservazionisti nel Parco nazionale di Kaziranga)

@Eleonoraseeing

Leggi anche: Addio Serengeti, l’Africa potrebbe perderlo in pochi decenni

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Crediti immagine: Ed Barthrop

Informazioni su Eleonora Degano (705 Articles)
Giornalista pubblicista, traduttrice e science writer. Collaboro con varie realtà come National Geographic Italia, OggiScienza, pagina99, dove mi occupo principalmente di zoologia, etologia e cognizione animale; nel 2016 ho vinto il Premio Giornalistico Tomassetti - Premio Speciale in Virologia

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