Lis: tra presente e passato. La storia della Lingua dei segni italiana

La lingua dei segni italiana, codificata nel 1981, è capace di esprimere con grande efficacia immagini e concetti visivi difficili da tradurre in parole.

“Volevamo che nessuno si sentisse escluso o isolato. Così abbiamo proposto ai nostri 105 bambini di frequentare dei laboratori per l’apprendimento della Lis. Ne sono stati entusiasti fin da subito e anche i genitori hanno accolto con gioia l’iniziativa”. Crediti immagine: beingtallishard, Flickr

SENZA BARRIERE – A volte basta poco per rendere tutti felici. Lo sanno bene i bambini della scuola elementare Sant’Onofrio di Rimini che da tempo, guidati dalle proprie docenti, studiano la Lingua dei segni italiana (Lis) per comunicare e giocare con i compagni non udenti che frequentano l’istituto. “Tutto ha avuto inizio cinque anni fa”, racconta Lauramaria Tamburini, coordinatrice didattica della scuola romagnola. “Nel 2011, un bimbo con disabilità uditiva arrivò alla Sant’Onofrio. Aveva frequentato altri istituti ma non si era mai integrato. Comunicava solo in Lis, la Lingua dei segni italiana e nessuno era abbastanza preparato per accoglierlo. Neppure noi lo eravamo ma abbiamo accettato la sfida, ci siamo messi in gioco. Abbiamo creato un’equipe didattica personalizzata composta da un interprete Lis e da un insegnante di sostegno. E il nostro metodo ha funzionato”, dichiara con entusiasmo Tamburini, che oggi nella scuola Sant’Onofrio guida due bambini con disabilità uditiva e fa della didattica un modello di inclusione.

“Volevamo che nessuno si sentisse escluso o isolato. Così abbiamo proposto ai nostri 105 bambini di frequentare dei laboratori per l’apprendimento della Lis. Ne sono stati entusiasti fin da subito e anche i genitori hanno accolto con gioia l’iniziativa”, continua la coordinatrice. “Adesso tutte le classi riescono a comunicare con i segni. Si esprimono con il linguaggio non verbale in aula, durante l’intervallo e nei momenti dedicati alle attività ludiche, includendo così i due compagni non udenti in ogni attività della giornata”.

Oltre a favorire l’integrazione, poi, lo studio della Lis giova anche in termini di apprendimento, come spiega Virginia Volterra, neuropsicologa dell’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione-Cnr di Roma. “I bambini udenti alle prese con la Lis esercitano delle capacità che, di solito, non sono abituati a utilizzare. Molti studi hanno dimostrato come l’apprendimento di questa lingua, basata sulla gestualità, migliori il livello d’attenzione e la memoria visiva. Non ci crede? Provi a visualizzare il numero otto. Lo disegni nell’aria con le dita. Quando ripenserà a quel numero, la sua mente la riporterà al momento in cui ha compiuto quel gesto”, racconta Volterra, pioniera nel campo di ricerche sulla Lingua dei segni italiana.

Scoprire la Lis

Quali sono, dunque, le caratteristiche della Lis? La lingua dei segni italiana, chiamata fino a metà del ‘900 “mimica”, “gesto” e “linguaggio mimico gestuale”, deve il suo nome ai ricercatori dell’Istituto di psicologia del Cnr di Roma che per primi, in Italia, nel 1981, ne hanno elaborato una descrizione linguistica: è stata definita “lingua a iconicità produttiva”, poiché capace di esprimere con grande efficacia immagini e concetti visivi difficili da tradurre in parole.

La Lis è strutturata in unità minime dette cheremi, la cui combinazione dà vita ai segni. I cheremi o parametri formazionali, individuati per la prima volta da William Stokoe nel 1960, in relazione allo studio della lingua dei segni americana, riguardano: il luogo dove viene eseguito il segno; la configurazione, ovvero la forma che le mani assumono nell’eseguirlo; l’orientamento del palmo e delle dita della mano rispetto al segnante e il movimento della mano nell’eseguire il medesimo segno. La combinazione di queste specifiche origina i segni ma le componenti manuali non sono l’unico tratto distintivo della Lis. A queste si sommano altre peculiarità quali l’espressione facciale, l’articolazione della bocca e lo sguardo. Un segno, poi, può essere più o meno marcato in base alla velocità di esecuzione e all’ampiezza del gesto che si compie per realizzarlo.

Occorre ricordare, inoltre, che gli utenti delle lingue dei segni, sordi o udenti che siano, sono sempre persone bilingui, con una conoscenza  della lingua parlata e scritta del Paese in cui vivono, di vario livello. Tra questi ricordiamo le persone con disabilità uditiva, figlie di sordi segnanti, che imparano la Lis fin dai primi anni di vita (il 5-7 per cento dell’intera comunità dei non udenti, composta da circa 360 milioni di persone nel mondo. Dati Oms); coloro che nascono da genitori udenti e apprendono la lingua dei segni con tempi e modi propri; gli udenti figli di sordi detti Child of deaf adults (Coda), per i quali la Lis coincide con la lingua materna e, infine, coloro che si appassionano allo studio della Lis da udenti, per motivi personali o professionali. La grande varietà interna della comunità dei non udenti e le competenze linguistiche di differenti livelli frenano da tempo i processi di standardizzazione della lingua dei sordi.

Ma come è nata la Lis? La tendenza a sviluppare una forma di comunicazione visivo-gestuale esiste da sempre nelle persone con disabilità uditiva e si è manifestata ovunque, fin dall’antichità. Come ricorda la neuropsicologa Virginia Volterra nel saggio “La lingua dei segni italiana”, le tracce dell’uso di un linguaggio non verbale risalgono ai tempi di Platone e Aristotele. Tuttavia, le vere testimonianze di un sistema comunicativo basato sui segni si devono all’abate francese Charles Michel de l’Epée, che nel 1700 fondò il primo Istituto per sordi in Francia destinato a tutti.

Molti educatori studiarono nella scuola dell’abate per apprenderne il metodo. Tra questi, anche Tommaso Silvestri che, in seguito, diffonderà l’istruzione dei sordi a Roma, e Thomas Hopkins Gallaudet, che porterà le conoscenze apprese oltreoceano, negli Stati Uniti. “Già in quegli anni si discuteva molto su quale fosse il metodo più giusto per l’educazione delle persone sorde”, racconta Volterra. “I sostenitori del metodo “tedesco”, basato sulla comunicazione orale, si contrapponevano a quelli a favore del metodo “francese” detto anche mimico. Entrambi puntavano a insegnare a leggere e scrivere alle persone non udenti. Tuttavia, se per i “tedeschi” la lingua verbale rappresentava l’unica possibilità di apprendimento, per i secondi erano indispensabili i segni.

Un’identità culturale e linguistica

Nella prima metà dell’800, in Italia, prende piede il metodo francese ma, nella seconda metà del secolo, un’inversione di tendenza porta quasi a bandire l’uso dei segni dalla vita delle persone non udenti italiane. Il codice gestuale rimane come forma di comunicazione privata, usata solo in contesti familiari o destinati ai sordi. “Si temeva che il linguaggio dei gesti potesse sostituire quello verbale, che i segni avrebbero ucciso le parole”, narra la ricercatrice, sottolineando come questa posizione sia ancora molto sostenuta in Italia. “Così come in passato, oggi permane una sorta di paura ancestrale, espressa per lo più da alcuni medici o da educatori. Questi vedono nella Lis una forma “diversa” di comunicazione che, invece di integrare i non udenti nella società, potrebbe rappresentare un motivo di esclusione.

Altri ritengono che la lingua dei segni sia inutile: grazie alle protesi e agli impianti cocleari di ultima generazione anche i bambini con disabilità uditiva possono sentire e parlare con gli udenti. Tra le persone contrarie, c’è anche chi – come molti otorini, audiologi e foniatri – sostiene persino che la Lis limiti l’apprendimento della lingua parlata. La chiave di tutto risiede nel “bilinguismo bimodale”, cioè nella conoscenza della lingua dei segni e di quella nazionale, parlata e scritta. Noi la mimica ce l’abbiamo nel sangue, fa parte da sempre della nostra cultura e non ha mai ostacolato la parola”, specifica la neuropsicologa.

Nel 1998 il Parlamento europeo si è espresso a favore di un riconoscimento delle varie lingue dei segni nazionali, incoraggiando la creazione di corsi di insegnamento e di servizi di interpretariato; nel 2006, la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite (e ratificata nel 2009 dal nostro Paese), ha ribadito la necessità di promuovere e sostenere la specifica identità culturale e linguistica delle persone sorde.

Oggi, in Italia, la nostra lingua dei segni non ha ancora ottenuto alcun riconoscimento a livello nazionale. Dal 2 dicembre 2015 è in corso l’iter legislativo che, se approvato, porterebbe all’ufficializzazione della Lis e al suo insegnamento nelle scuole primarie e secondarie di primo grado, garantendo a chiunque pieno accesso all’istruzione e estendendo il modello della scuola Sant’Onofrio di Rimini a tutto il sistema.  Da anni il movimento Lissubito si batte in nome dell’inclusione, cercando di vincere gli ostacoli legislativi e di tutelare la Lis, affinché, come in molti temono, non possa sparire. Intanto, Italia, Malta e Lussemburgo restano ancora gli unici Paesi in Europa a non aver riconosciuto ufficialmente la propria lingua dei segni.

Leggi anche: L’architettura dell’accessibilità

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