Zika virus, gli ultimi aggiornamenti

Confermata la trasmissione attraverso rapporti sessuali. Nel frattempo gli esperti mettono in guardia sulle possibili complicazioni come la Sindrome di Guillain-Barré: anche se rare, tengono i pazienti a letto più di un mese. E molti Paesi non hanno le risorse.

Aedes_aegypti_CDC-Gathany

Le zanzare che trasmettono il virus Zika si stanno adattando a sopravvivere e riprodursi anche al di fuori delle aree tropicali e sub-tropicali. Crediti immagine: Public Domain

SALUTE – Già alla fine di gennaio, quando Zika era diffuso in almeno 23 Paesi, il direttore generale dell’OMS Margaret Chan ha definito i livelli di allarme “estremamente alti”. All’inizio il virus ci sembrava qualcosa di molto lontano, ben diverso da altre malattie tropicali sempre trasmesse dalle zanzare come la dengue o la chikungunya, più note e temute. In realtà più che lontano era poco conosciuto, meno studiato rispetto agli altri flavivirus, al punto che la sua struttura non era stata mappata fino a uno studio molto recente (pubblicato a fine marzo). Una volta ipotizzata – e poi confermata – la correlazione con la microcefalia, patologia che colpisce i feti e causa una riduzione significativa del volume del cervello e della circonferenza cranica, rimaneva tra le incognite la possibilità di trasmissione attraverso rapporti sessuali. Che ora sembra essere realtà, stando a un articolo appena uscito sul New England Journal of Medicine.

L’ipotesi era rimasta in sospeso ma concreta anche per via della recente esperienza con il virus dell’Ebola, che è si è scoperto in grado di sopravvivere nel liquido seminale. Già nel 2013 l’analisi dello sperma di un paziente tahitiano aveva dato risultati positivi all’infezione da Zika, mentre più di recente un cittadino del Texas ha contratto l’infezione dopo rapporti sessuali con una persona appena rientrata dal Venezuela, tra i Paesi colpiti dal virus. Ora lo studio condotto da Inserm, Paris Public Hospitals, Aix-Marseille University e National Reference Centre for Arboviruses fornisce una nuova conferma. Le analisi degli scienziati hanno trovato una correlazione genetica del 100% tra la forma del virus presente in un uomo che si è infettato in Brasile con quella di una donna che non ha mai viaggiato nelle zone colpite, ma ha avuto rapporti sessuali con lui.

I ricercatori francesi hanno studiato il virus in vitro dopo che l’uomo e la donna si sono recati in ospedale per un controllo, sospettando di essere stati infettati da Zika, e si sono sottoposti a un prelievo di sangue fornendo anche campioni di saliva e urina. Il virus era presente nella saliva e nell’urina della donna ma non in quelli dell’uomo, il che ha permesso ai ricercatori di escludere la trasmissione attraverso questi fluidi. Così hanno deciso di testare lo sperma, dove hanno riscontrato un’alta carica virale (circa 300 milioni di copie per millilitro) sia dopo 15 giorni che dopo tre settimane dal rientro del paziente dal Brasile. Il sequenziamento del virus ha confermato che le due sequenze genetiche, fatta eccezione per quattro mutazioni, corrispondevano. “Il nostro lavoro conferma attraverso analisi molecolari che la trasmissione sessuale del virus Zika è possibile e dovrebbe essere presa in considerazione nelle linee guida. Può rimanere nello sperma anche varie settimane dopo l’infezione, perciò ora bisogna definire per quanto tempo un uomo dovrebbe avere rapporti sessuali protetti, anche orali”, conferma Yazdan Yazdanpanah, tra gli autori.

Gestire l’emergenza, dalle zanzare alle risorse sanitarie

Linee guida, prevenzione e accorgimenti sono in continua evoluzione, perché il virus viene monitorato nella sua struttura e nelle modalità di trasmissione ma anche attraverso gli insetti che lo veicolano, in particolare la zanzara della specie Aedes aegypti (vettore anche di dengue e chikungunya). Queste zanzare non sono native del Nord America ma di recente un gruppo di scienziati dell’Università di Notre Dame, specializzato nello studio di questa specie, ha riportato la scoperta di una popolazione in un quartiere di Capitol Hill, a Washington D.C. Le analisi genetiche hanno mostrato che gli insetti hanno svernato lì negli ultimi quattro anni o forse più, il che significherebbe che si stanno adattando a sopravvivere e riprodursi in un clima ben diverso da quello del loro normale range di diffusione, nelle aree tropicali e sub-tropicali.

Questo conferma le previsioni dello US National Institute of Allergy and Infectious Diseases, secondo il quale gli Stati Uniti potrebbero trovarsi ad affrontare epidemie con decine di persone infette. Finora i casi di pazienti che hanno contratto il virus all’estero sono stati 350, ma “è probabile che le cose cambieranno”, ha dichiarato Anthony Fauci, direttore dell’istituto statunitense. Non si tratta di un allarme, ma di prepararsi a gestire piccole epidemie locali e non farsi cogliere impreparati, iniziando per esempio a lavorare a un vaccino (per il quale, ha comunicato l’OMS a febbraio, dovremo aspettare almeno 18 mesi). Al di là delle zanzare individuate a Washington, che si sono riprodotte per vari anni consecutivi, la specie in sé sarebbe presente in almeno 30 stati.

Dal meeting dell’American Academy of Neurology a Vancouver, in Canada, sono anche emersi ulteriori elementi di preoccupazione nella possibile associazione tra Zika e l’encefalomielite acuta disseminata. Questo disordine autoimmune attacca la mielina (la sostanza che riveste e protegge le fibre nervose) in modo simile alla sclerosi multipla, ma è diverso dagli effetti sul cervello che gli studi pubblicati finora avevano identificato. Tra le ipotesi c’è anche la possibile associazione tra il virus e la sindrome di Guillain-Barré (GBS), una neuropatia infiammatoria acuta, la cui causa resta a oggi ignota anche se si suppone sia di natura autoimmune.

A inizio aprile su The Lancet sono stati pubblicati i risultati di un’indagine condotta dal Pasteur Institute sui pazienti di una passata epidemia di Zika in Polinesia francese: i 42 casi di GBS riscontrati durante l’epidemia sarebbero a oggi la prova più solida che correla l’infezione alla neuropatia. Arnaud Fontanet, che ha guidato lo studio, ne sottolinea l’importanza come monito per i medici di quei Paesi che potrebbero trovarsi a dover affrontare le complicazioni. “All’apice dell’epidemia potrebbero trovarsi ad avere molti pazienti nelle unità di terapia intensiva”, ha spiegato al Guardian, “sempre che ci siano, perché non sono disponibili ovunque”. I pazienti di GBS monopolizzano il letto per 35 giorni, perciò “potranno anche esserci due pazienti su ogni 10 000 persone infettate, ma una volta a letto vi rimarranno per un mese”.

La diffusione del virus in Brasile, insieme all’impressionante numero di casi di microcefalia che ha portato a dichiarare l’emergenza sanitaria (alcuni dei quali con complicazioni così gravi da essere all’estremo dello spettro della malattia), ha messo in luce l’inadeguatezza del sistema sanitario pubblico e sembra aver posto un freno all’idea del Brasile come repubblica pronta a guardare verso il futuro. Tra il 5 e il 21 agosto, a Rio de Janeiro, si terranno le XXXI Olimpiadi e sarebbero 400 000 i turisti attesi, riporta sempre il Guardian (in un’analisi che sottolinea anche come il Brasile sia a oggi oppresso da una morale religiosa a scapito, soprattutto, delle donne), ma il numero di visitatori potrebbe rivelarsi molto diverso.

@Eleonoraseeing

Leggi anche: Zika: stabilita la prima associazione con microcefalia

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Informazioni su Eleonora Degano ()
Giornalista pubblicista, traduttrice e science writer. Collabora con varie realtà come National Geographic Italia, OggiScienza, IN3D dove scrive soprattutto di etologia e cognizione animale e si occupa di copywriting scientifico. Nel 2016 ha vinto il Premio Giornalistico Riccardo Tomassetti - Premio Speciale in Virologia e nel 2017 il premio giornalistico "SID- Diabete Ricerca" promosso dalla Società Italiana di Diabetologia

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