Geni, neuroscienze e nanotecnologie: il doping del futuro

Sarà sempre più difficile pizzicare gli atleti che cercheranno di aumentare le loro prestazioni facendo uso di sostanze dopanti. Non i soliti farmaci, infatti, nel futuro del doping, ma geni, stimolazioni cerebrali e nanotecnologie.

Athletic Feet of Runner Positioned at Starting Block

In futuro il doping potrebbe assumere forme diverse, dalla terapia genica alla stimolazione cerebrale. Crediti immagine: tableatny, Flickr

SPECIALE AGOSTO – Rio 2016 è alle porte e, come spesso accade alla vigilia di un grosso evento sportivo, il doping torna ad occupare le pagine di cronaca. Parliamo del recentissimo rapporto della WADA (World Anti-Doping Agency) che punta il dito contro la Russia, accusata addirittura di doping di stato. Accuse che il Tribunale arbitrale dello sport ha ritenuto fondate, visto che ha decretato l’esclusione della squadra russa di atletica leggera dalle gare che si svolgeranno in Brasile. Ma gli atleti russi non sono stati i soli a cadere nella tentazione di aumentare le proprie prestazioni in modo illecito.

Secondo i dati della WADA, nel solo 2014 sono state 1693 le violazioni alle regole anti-doping accertate che hanno coinvolto 109 nazioni e 83 sport. Atletica leggera, bodybuilding e ciclismo sul podio delle discipline meno “cristalline” e Russia, Italia (ebbene sì) e India i tre Stati che hanno registrato il maggior numero di infrazioni. Ma quelli che verranno hanno tutta l’aria di esser tempi ancora più duri per l’Agenzia Mondiale Anti-Doping che dovrà far fronte a un settore in continua – e veloce – evoluzione che attinge dai più recenti progressi della ricerca scientifica. La strategia è adattare soluzioni ideate per risolvere problemi medici a soggetti sani per aumentarne le prestazioni sportive, senza tralasciare nulla, nemmeno i geni.

Doping genetico

Ne sa qualcosa Mauro Giacca, direttore dell’ICGEB (International Centre for Genetic Engineering and Biotechnology), centro d’eccellenza per la ricerca biotecnologica dell’Area Science Park di Trieste. Da tempo il suo gruppo di ricerca si occupa di terapia genica nei modelli animali come possibile cura per problemi cardiovascolari usando come vettori, tra gli altri, piccoli virus innocui chiamati adeno-associati. Cosa ha a che fare questo con il doping? È facile immaginarlo, dal momento che virus adeno-associati che esprimono un particolare gene (IGF-1) iniettati nei muscoli dei topini sono in grado di aumentare la loro massa muscolare, la resistenza agli sforzi e le prestazioni atletiche. Oltre all’IGF-1, sarebbero almeno 200 i geni in grado di aumentare le performance atletiche. Un’iniezione intramuscolare, l’espressione di un gene che prima non c’era ed ecco che l’organismo inizia a produrre una sostanza “dopante” come se fosse propria. Il trucco c’è ma non si vede, se non ipoteticamente con una biopsia muscolare. Troppo rischioso per essere provato sugli esseri umani? Sì, perché si tratta di studi solo sperimentali. Ma la WADA teme che questo non sia un buon deterrente, e infatti già dal 2003 ha aggiunto alla lista di sostanze proibite il doping genetico, inteso come “l’uso non terapeutico di cellule, geni o elementi genetici aventi la capacità di migliorare le performance atletiche”.

“La sensazione è quella che dopare con i geni sia facile”, spiega Giacca. “Sappiamo quali sono i geni che possono effettivamente aumentare di molto una prestazione. Non parliamo solo di geni che codificano per proteine, ma anche di piccole molecole di RNA regolatori che hanno una durata all’interno dell’organismo di una decina di giorni al massimo. E mentre i geni si possono riconoscere, non c’è modo di vedere questi piccoli RNA che scapperebbero a qualsiasi tipo di indagine”. Sul loro effettivo utilizzo, tuttavia, Giacca si dice cauto. Probabilmente nemmeno queste saranno le olimpiadi che vedranno scendere in campo atleti geneticamente dopati. La WADA, comunque, non vuole farsi cogliere impreparata e punta sullo sviluppo di nuovi metodi per cercare di pizzicare chi farà uso di doping genetico. Proprio il laboratorio triestino è stato coinvolto in un progetto di ricerca finanziato dall’agenzia canadese a qusto scopo. “Un laboratorio tedesco, con il nostro aiuto, ha messo a punto un metodo per individuare tracce di doping genetico da un prelievo di sangue grazie ad una PCR, una reazione che permette di amplificare piccolissime quantità di DNA”, spiega il direttore dell’ICGEB. “Quando un atleta si sottopone a un allenamento intensivo, alcune fibre muscolari si lisano e rilasciano il loro contenuto nel sangue, compreso il DNA del virus utilizzato per manipolare geneticamente il muscolo. Grazie a una reazione molto sensibile è possibile identificarlo a partire da un semplice prelievo di sangue. È un metodo che potrebbe essere utilizzato, ma non c’è ancora stata l’ufficializzazione della WADA”.

Altra storia, invece, per il doping basato su cellule staminali, il cui spettro si era abbattuto sulle olimpiadi di Pechino a seguito di un documentario della televisione tedesca. “Mentre i geni sono una realtà, non ci sono cellule staminali in grado di modificare il metabolismo del muscolo. Non c’è sostanza scientifica dietro a questa pratica e l’effetto preponderante è quello placebo”. Si tratta, quindi, di un falso mito secondo Mauro Giacca, che sottolinea la mancanza di prove scientifiche a supporto di un doping efficace basato su infusioni o iniezioni di cellule staminali.

Neurodoping

Non solo vettori virali nel futuro del doping ma anche cavetti elettrici per dopare la mente. Li sta sperimentando la Federazione di Sci e Snowboard americana (USSA) in collaborazione con la Halo Neuroscience di San Francisco. Si tratta di una tecnica nota come stimolazione transcranica in corrente continua (tDCS) che consiste nell’applicare correnti elettriche a basso voltaggio a specifiche aree della corteccia cerebrale. Nel caso specifico si tratterebbe della corteccia motoria, la regione del cervello deputata al controllo del movimento, per migliorare le performance atletiche. Lo studio ha coinvolto alcuni atleti che praticano il salto con gli sci e ha dimostrato che applicare la tDCS quattro volte a settimana per due settimane è sufficiente per aumentare notevolmente coordinazione e forza. E mentre c’è chi invita alla cautela, in quanto gli effetti a lungo termine della stimolazione transcranica non sono conosciuti, si trovano già sul mercato speciali cuffie in grado di emettere impulsi elettrici che stimolano i neuroni motori. Vero doping o solo allenamento pre-gara? L’Agenzia Mondiale Anti-Doping non si è ancora pronunciata e di fatto non ha inserito questi dispositivi nella lista nera. Non mancherà molto, tuttavia, prima che gli organi sportivi inizino a fare serie riflessioni sul neurodoping.

Super atleti

Geni, nuovi farmaci, stimolazioni cerebrali ma non solo nel futuro degli atleti. Anche se al momento le reali applicazioni sportive sconfinano quasi nell’immaginazione, anche le nanotecnologie rappresentano una frontiera per il doping. Alcuni ricercatori stanno sperimentando nanoparticelle in grado di aumentare il trasposto di ossigeno nel sangue e già si discute del loro possibile effetto sulle prestazioni sportive. E fa ancora più impressione pensare che gli atleti del futuro potranno ricorrere alla chirurgia e a tessuti ingegnerizzati in laboratorio per aumentare, per esempio, le capacità natatorie grazie a impianti cutanei tra le dita o lanciare sempre più lontano grazie a “super” articolazioni implementate con tendini costruiti ad hoc.

Leggi anche: Un po’ di numeri, aspettando Rio 2016

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