A che punto siamo con l’Accordo di Parigi sul clima

Aperto alle firme il 22 aprile scorso, l'Accordo di Parigi detiene già diversi record. Con la ratifica di Cina e Stati Uniti l'entrata in vigore si fa più vicina.

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Perché l’Accordo sul Clima di Parigi diventi operativo, deve essere ratificato dai Paesi responsabili almeno del 55% delle emissioni climalteranti. Crediti immagine: Public Domain

ATTUALITÀ – Sabato 3 settembre  gli Stati Uniti e la Cina hanno ratificato l’Accordo di Parigi sul clima. L’Accordo è un trattato internazionale che, in breve, vuole limitare l’incremento del riscaldamento globale a meno di 2 °C. La notizia è senz’altro di rilievo, dato che, soprattutto per quanto riguarda gli Stati Uniti, segna un passo in avanti rispetto al precedente Protocollo di Kyoto. Anzi, per molti versi l’Accordo di Parigi sembra partito davvero bene, già dai giorni in cui fu firmato.

Già al momento stesso dell’apertura per la firma (che avvenne “in massa” il 22 aprile scorso), 15 Paesi lo ratificarono immediatamente. Non era mai successo prima. Ban Ki Moon stesso volle sottolineare l’evento, con un avvertimento: ” Oggi in questa assemblea abbiamo abbattuto un record, ma là fuori [la natura] ne sta battendo altri”. In realtà i 15 Paesi che ratificarono il giorno stesso erano soprattutto piccoli Paesi insulari (come Saint Kitts & Nevis, nelle Piccole Antille) o stati desiderosi di un riconoscimento internazionale (come lo Stato di Palestina) o storicamente impegnati nella battaglia (per esempio la Norvegia). Tuttavia il passo è segnato: il 21 settembre prossimo l’ONU ha chiamato tutti i firmatari a depositare i propri strumenti di ratifica, una giornata collettiva per dare un messaggio chiaro di urgenza.

Ogni Stato impegnato in trattative diplomatiche, al momento del raggiungimento di un accordo può firmarlo o meno. Se lo firma, perché l’accordo entri in vigore – cioè perché diventistato effettivo – è necessario che alla firma segua anche la ratifica. La ratifica ha un doppio valore, almeno per i sistemi democratici. Innanzitutto, una nazione durante le trattative viene rappresentata da un diplomatico (o da un tecnico). La ratifica quindi diviene (almeno teoricamente) uno strumento con cui lo Stato “controlla” che il diplomatico abbia portato avanti gli interessi nazionali. In secondo luogo, la ratifica serve a rendere più democratico l’accordo diplomatico. In molte democrazie, infatti, solo il Parlamento (che rappresenta il popolo) può ratificare gli accordi internazionali. Ecco perché, più che la firma, è necessario guardare alle ratifiche. Il protocollo di Kyoto, per esempio, fu firmato dagli Stati Uniti, ma non venne mai ratificato. L’Accordo di Parigi è stato invece firmato e ratificato in tempi record (il 3 settembre scorso, a quattro mesi dalla firma) sia dagli Stati Uniti che dalla Cina.

 

L’Accordo di Parigi significa soprattutto riduzioni delle emissioni climalteranti. Stando alle informazioni rilasciate dalla Casa Bianca entro la fine del 2016 (cioè tra pochi mesi) arriverà la ratifica di altri Paesi, che, insieme, sono attualmente responsabili del 49% delle emissioni. Chi finora ha firmato e ratificato rappresenta il 39% delle emissioni (la parte del leone, ovviamente, spetta a Cina e USA).

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Clicca sull’immagine per una versione interattiva. Mappa di Giacomo Destro

In Europa a che punto siamo? L’Europa sembra il continente più lento a ratificare l’accordo, sebbene si sia da sempre impegnato nel contrasto al cambiamento climatico. L’Unione Europea si è addirittura impegnata ad adottare strategie di diminuzione ancora più stringenti rispetto all’Accordo di Parigi. A oggi, solo la Russia, la Francia e l’Ungheria sono in una fase avanzata del processo di ratifica. La Spagna ha una procedura accelerata di ratifica in soli 6 mesi, ma è stata bloccata dalle turbolenze politiche (non ha un governo da 9 mesi).

Per quanto riguarda l’Italia, alcune indiscrezioni parlano di una attività intensa per presentare e far votare alle Camere la legge di ratifica. L’idea sarebbe quella di presentarsi alla COP 22 di Marrakech, il prossimo novembre, con già una legge di ratifica approvata dal Parlamento e firmata dal Presidente della Repubblica. Nel nostro paese, infatti, tecnicamente è il Presidente che ratifica un accordo internazionale, previa autorizzazione delle Camere. I tecnici dei ministeri degli affari esteri e dell’ambiente sono a lavoro.

Le opzioni sono due. Si può approvare un testo semplice di ratifica che recepisce l’accordo internazionale, rimandando a un secondo momento le disposizioni più stringenti. Questo abbrevierebbe di molto i tempi, riducendo il dibattito parlamentare, ma rischierebbe di far slittare di mesi, o addirittura anni, le misure per renderlo realmente efficace. La seconda opzione prevede invece una legge più operativa, che vada al nocciolo del problema: quali, quanti e come verranno stanziati i fondi per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo. Le questioni economiche solitamente richiedono lunghi dibattiti, a volte molto accesi (anche per l’interferenza delle lobby favorevoli e contrarie).

Se è vero che l’Italia si vuole presentare a COP 22 con l’Accordo ratificato, i tempi sarebbero veramente strettissimi. Inoltre con il referendum costituzionale in avvicinamento, e le inevitabili turbolenze che ne seguiranno, è molto probabile che i tecnici stiano approntando una legge del primo tipo.

@gia_destro

Leggi anche: Come siamo riusciti a raggiungere lo storico Accordo sul Clima

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