Ritorno ad Anticitera

Nel corso di un'esplorazione subacquea nel relitto al largo dell'isola greca, una squadra di archeologi ha ritrovato i resti di uno scheletro umano. Le nuove tecnologie permetteranno di analizzare il suo DNA antico

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Un gruppo di archeologi subacquei esplorano il relitto che si trova al largo dell’isola greca di Anticitera. Crediti immagine: Brett Seymour, EUA/WHOI/ARGO

APPROFONDIMENTO – Siamo agli inizi del Novecento. Un gruppo di cercatori di spugne individua un relitto localizzato vicino all’isola greca di Anticitera, nel mar Egeo. Si scoprirà essere una nave naufragata nel I secolo a.C., e il più grande relitto dell’antichità mai ritrovato. A partire dalla prima spedizione compiuta nel 1901, i sommozzatori hanno portato in superficie centinaia di manufatti, tra i quali varie opere d’arte e il famoso “meccanismo di Anticitera”,  un dispositivo meccanico definito come il primo “calcolatore” della storia, in grado di descrivere i movimenti del Sole, della Luna e dei pianeti del Sistema Solare.

Nel 2012 è iniziata l’ultima serie di spedizioni sull’isola greca, il progetto “Return to Antikytera”, condotto da un gruppo internazionale di archeologi del Woods Hole Oceanographic Institution (WHOI) del Massachusetts e del Ministero Greco per la Cultura e lo Sport.

Alla ricerca del DNA sepolto                                                            

Lo scorso 31 agosto, la squadra di archeologi subacquei impegnati ad Anticitera ha fatto una scoperta sorprendente, come racconta su Nature la giornalista scientifica Jo Marchant, che ha più volte seguito da vicino la spedizione. Sepolti sotto mezzo metro di sabbia, i ricercatori hanno rinvenuto i resti di uno scheletro umano.

Non è la prima volta che intorno al relitto vengono ritrovate ossa. L’esploratore Jacques Cousteau, che nel 1976 con la nave oceanografica Calypso ha condotto una spedizione durata diverse settimane, portò in superficie resti umani, oltre a centinaia di manufatti.

Ora però, grazie allo sviluppo di tecnologie adeguate, si tenterà per la prima volta di analizzare il DNA contenuto nelle ossa. Per valutare se sia possibile l’estrazione è stato chiamato Hannes Schroeder, esperto di analisi di DNA antico del Museo di Storia Naturale di Danimarca. Se la quantità sarà sufficiente, i ricercatori proveranno a identificare caratteristiche fisiche e le origini etniche e geografiche delle vittime del naufragio.

Sul sito dedicato al progetto, è possibile vedere le ricostruzioni tridimensionali di alcuni di questi ultimi ritrovamenti, che consistono in una parte del teschio, denti, ossa delle braccia, parti di costole e del femore. Altri resti dello scheletro sembrano essere ancora sepolti sotto la sabbia e si cercherà di identificarli nelle spedizioni successive.

Il ritrovamento di uno scheletro in una spedizione subacquea è un evento raro, come conferma su Nature l’archeologo Mark Dunkley. In mare i corpi vengono quasi sempre spazzati via o divorati dai pesci. Quando sono stati ritrovati scheletri completi, si è trattato sempre di naufragi avvenuti in epoche più recenti, come è avvenuto per esempio per il Vasa, un vascello svedese affondato nel porto di Stoccolma nel 1628. In questo caso l’analisi del DNA mitocondriale estratto dai campioni è stata utilizzata per cercare di individuare il numero esatto delle vittime, le possibili parentele e origine geografica. Grazie anche agli studi condotti sulle ossa dei 17 naufraghi, è stato in parte possibile ricostruirne la fisionomia e lo stato di salute. Come spiega Mark Shriver, antropologo della Penn State University, negli ultimi cinque anni gli studi sul DNA antico hanno fatto molti progressi: se le ossa sono ben conservate, oggi è possibile ricavare diverse informazioni sull’aspetto fisico a partire dal codice genetico.

Studi sul DNA antico

Le analisi molecolari sul DNA antico (aDNA) stanno cambiando l’approccio che i ricercatori usano per studiare la storia dei primi ominidi e degli umani moderni.

Sempre più domande di archeologi e paleoantropologi trovano una risposta, anche se i limiti tecnici sono stati finora numerosi. Innanzitutto il problema della contaminazione: il materiale genetico trovato nei fossili è, nella maggior parte dei casi, inquinato da quello dei microorganismi presenti nell’ambiente e dal DNA umano degli operatori che lo stanno studiando. Il materiale è poi quasi sempre presente in piccolissime quantità.

Inoltre, i fossili rivenuti in ambiente acquatico sono particolarmente difficili da studiare. Come spiega Jo Marchant su Nature, i casi in cui le analisi genomiche di questo genere di reperti possono essere considerate attendibili sono pochissimi (ad esempio, il ritrovamento di uno scheletro umano di 12 000 anni fa, rinvenuto in una cava in Messico).

Brendan Foley, uno dei ricercatori del WHOI che guida le spedizioni ad Anticitera, sostiene che l’archeologia subacquea sia uno dei modi più interessanti per far emergere aspetti del passato che ancora non conosciamo. Nel caso del relitto greco, le analisi genomiche non hanno riguardato solamente resti umani: il suo gruppo di ricerca studia da diversi anni anche il DNA che si trova sui manufatti. Un’indagine condotta sulle anfore ritrovate nei pressi del relitto, per esempio, ha fatto luce su un aspetto importante della abitudini delle popolazioni del tempo. Secondo quanto riportato in letteratura, i ricercatori si aspettavano di trovare sulle anfore DNA di uva, assumendo che venissero utilizzate principalmente come contenitori di vino. Le analisi hanno invece identificato anche DNA di olive, legumi, noci, nocciole ed erbe, facendo ipotizzare un uso diverso di questi recipienti e una diversa organizzazione del commercio nelle civiltà antiche.

Leggi anche: La storia dell’Australia nel DNA degli aborigeni

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.

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