Al vertice di Kigali per eliminare l’uso di idrofluorocarburi come refrigeranti

Spesso citato come un successo, il Protocollo di Montreal ha avuto conseguenze indesiderate per il clima alle quali l'attuale vertice in Rwanda cerca di rimediare

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Gli idrofluorocarburi usati negli impianti di raffreddamento contribuiscono all’innalzamento delle temperature medie. Crediti immagine: CWCS Managed Hosting, Flickr

AMBIENTE – In un brutto periodo per i patti internazionali che tutelano i diritti umani, venerdì scorso è stato ratificato con una rapidità insolita l’Accordo di Parigi che sostituisce il defunto Protocollo di Kyoto e ridà senso alla Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Venerdì prossimo si attende un’altra buona notizia da Kigali, in Ruanda, dove i delegati dei Paesi firmatari della Convenzione di Vienna per la protezione dello strato d’ozono stratosferico sono riuniti discutere e approvare un emendamento al Protocollo di Montreal.

(Altri buoni segnali, dati i rischi per la salute umana e animale dei raggi ultravioletti dai quali l’ozono ci ripara: sopra il polo Sud il “buco” inizia a restringersi, a Nord lo strato si rimpolpa…)

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Evoluzione del minimo, in ottobre, dello strato d’ozono sull’Antartide. Grafico NASA, 2016, dominio pubblico

Del Protocollo di Montreal si dice spesso che è una rara success story, uno dei pochi accordi mondiali che abbia raggiunto lo scopo. Dal 1987 a oggi, i firmatari hanno ridotto del 98% i clorofluorocarburi o CFC– i gas refrigeranti più diffusi all’epoca – e secondo alcune stime entro fine anno si arriverà alla riduzione del 100%.

La storia era iniziata male. Nel 1974, i chimici dell’Università della California a Irvine, Mario Molina e Sherwood Rowland (1), avevano pubblicato su Nature un modello teorico che prevedeva l’erosione dell’ozono da parte dei CFC ed è subito iniziata una campagna per discreditarli. Le multinazionali della chimica, DuPont in testa, hanno pagato chimici, politici, cronisti, istituti “scettici” per denunciare quei due catastrofisti che volevano distruggere l’economia americana, ovviamente traviati da Rachel Carson (l’autrice di Primavera silenziosa morta 11 anni prima, ma tant’è).

Con il consenso crescente delle società scientifiche e il bando del freon nelle bombolette spray deciso dal governo statunitense nel 1978, la campagna si è intensificata (2) anche grazie all’appoggio dell’Associazione europea delle industrie chimiche. I CFC forse danneggiavano poco poco l’ozono, ripetevano i produttori e i loro porta-voce, ma davano lavoro a centinaia di migliaia di persone, rappresentavano 8 miliardi di dollari di volume d’affari, sorreggevano lo sviluppo della catena del freddo che di sicuro salvava più vite dell’ozono in alta quota.

Il cui buco, tra l’altro, era “soltanto una teoria”. Come vent’anni prima le piogge acide e vent’anni dopo l’effetto serra delle nostre emissioni di gas serra.

Nel 1985, il buco fu scoperto dai ricercatori del British Antarctic Survey ed era più esteso di quello previsto dai modelli. Un guaio innanzitutto per gli abitanti dell’emisfero sud dalla pelle bianca, ma una fortuna per la neonata Convenzione di Vienna che il governo del presidente Reagan cercava ancora di fare fallire.

Il presidente preferiva infatti il Personal Protection Plan proposto dall’industria: niente controllo sulle emissioni di CFC, chi credeva alla truffa (scam) degli eco-terroristi stesse all’ombra o si mettesse crema solare, occhiali scuri e capello.

La multinazionale DuPont continuò a denunciare il complotto degli scienziati imbroglioni anche davanti al Congresso statunitense, ma come i concorrenti produceva gas alternativi, gli idrofluorocarburi (HFC e HCFC) più rispettosi dell’ozono. Appena due anni dopo il protocollo di Montreal, nei Paesi ricchi stavano già sostituendo i CFC e gli aiuti ai Paesi poveri generavano nuove catene del freddo e nuova domanda.

Il protocollo di Montreal ha giovato ai profitti, ma non al clima.

Sull’arco di un secolo gli HFC e gli HCFC hanno circa 1400 e 14 000 volte l’effetto serra rispetto alla CO2. Per ora rappresentano il 2% delle emissioni di CO2-equivalenti e influiscono poco sulla temperatura media, ma se ne usano sempre di più. Entro il 2050 potrebbero aggiungere 0,5 °C al + 1° C attuale, rispetto alla temperatura globale del 1800. L’emendamento di Kigali li eliminerebbe entro fine secolo, un bell’aiuto per contenere l’aumento della temperatura entro i 1,5-2° C come previsto dall’Accordo di Parigi.

I delegati europei parlano di “cauto ottimismo” perché questa volta gli Stati Uniti e la Cina hanno lavorato di concerto per tre anni invece di mettersi i bastoni tra le ruote. Un altro motivo è che da quando le discussioni sull’emendamento sono iniziate, nel 2009, né DuPont né i suoi concorrenti hanno minacciato sfracelli economici.

Sul sito della Commissione Europea dal quale proviene il grafico, c’è infatti un elenco di soluzioni già disponibili. Sono refrigeranti di quarta generazione come le idrofluoroolefine (HFO), meno costose degli idrofluorocarburi, con un potenziale di riscaldamento climatico fino a mille volte inferiore e poco infiammabili. Fanno risparmiare energia e in atmosfera persistono per un paio di giorni. (3)

Qualche difetto ce l’avranno, probabilmente. In attesa dei refrigeranti di quinta generazione però, l’emendamento di Kigali potrebbe giovare sia al clima che ai profitti, e il protocollo di Montreal servire da esempio per quello che nascerà dall’Accordo di Parigi.

Note

  1. Insieme a Paul Crutzen, hanno ricevuto il premio Nobel per la chimica nel 1995.
  2. C’è una ricostruzione delle campagne “scettiche” negli Stati Uniti in Merchants of Doubt, il saggio degli storici Naomi Oreskes ed Erik Conway. Il meteorologo Jeff Masters ne riassume – in inglese – il capitolo sull’ozono e cita in nota parte della documentazione.
  3. In italiano, si veda La Chimica e l’Industria, maggio 2012, p. 6, datata e un po’ pubblicitaria. Gli amici della Società Chimica Italiana non scriverebbero una voce su Wikipedia con le ricerche recenti?

Leggi anche: Come siamo riusciti a raggiungere lo storico Accordo sul Clima

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

3 Commenti su Al vertice di Kigali per eliminare l’uso di idrofluorocarburi come refrigeranti

  1. Rinaldo Sorgenti // 13 ottobre 2016 alle 15:15 // Rispondi

    Come si usa dire: “non tutte le ciambelle escono col buco”, che mi pare molto assonante con la questione.

    Ben altra cosa è il “Protocollo di Kyoto” che evidentemente è stato un grande fallimento, causa le fuorvianti teorie su cui è stato costruito.
    Ora, per coprire quel fallimento, si cerca di addirittura rilanciarlo ancora più in alto (ed ancora più costoso), perché il giochino deve continuare, altrimenti sai il botto!

    Nella speranza che il Clima non ci riservi brutti scherzi (a prescindere da quello che predicano i catastrofisti, forse è arrivato il momento di sgonfiare questa bufala tremenda, costosa e per gli sperperi di risorse che ha comportato, ben poco etica e morale, se si considerano i veri grandi problemi dell’umanità: la FAME nei paesi sotto sviluppati, nonchè la mancanza di accesso all’energia di oltre un terzo della popolazione mondiale, dove quelle risorse avrebbero certo dato un ben diverso ed utile contributo, nell’interesse peraltro di tutti.

  2. signor Sorgenti,
    a prescindere da quello che predicano i catastrofisti, forse è arrivato il momento di sgonfiare questa bufala tremenda
    molto divertente. Lei non si accorge di ricopiare da vice-presidente di Assocarboni le menzogne pagate da DuPont & Co .Ancora più divertenti sono le sue lezioni di morale quando tutti sanno che gli affamati non mangiano carbone per cui Assocarboni non ha mai fatto nulla per aiutarli.

    la mancanza di accesso all’energia di oltre un terzo della popolazione mondiale
    “Oltre un terzo” nel senso del 17% nel 2013, con un calo stimato 80-85 milioni di persone all’anno da allora, coincidente con quello delle centrali a carbone in tutto il mondo.

    quelle risorse avrebbero certo dato un ben diverso ed utile contributo
    Lo hanno dato ed è stato più utile nei paesi poveri, nonostante la vostra opposizione. Erano risorse ridicole rispetto ai sussidi statali di $5,3 trilioni/anno dati ai combustibili fossili.
    Per un confronto, gli aiuti alimentari pubblici e privati ammontano a $5 miliardi/anno.

    i veri grandi problemi dell’umanità
    è il suo solito refrain. Nella realtà fanno più vittime della fame o della malaria, l’aria inquinata dalle centrali a carbone e dai generatori a diesel.
    Nella realtà, la fame è causata dalle guerre e dalle carestie conseguenti agli eventi meteo estremi come siccità e alluvioni, resi più intensi dal riscaldamento globale – che lei chiama bufala, guarda caso.

    Ma chi rinuncerebbe volentieri a $5,3 trilioni/anno?

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