David Byrne presenta: Neurosociety

Nella Pace Gallery di Menlo Park, in California, è stata da poco inaugurata una mostra dedicata alle neuroscienze, immersiva e interattiva. A curarla è stato il musicista David Byrne.

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Il musicista David Byrne ha inaugurato a Menlo Park la mostra “The Institute presents: Neurosociety”. Crediti immagine: xflickrx, Flickr

CULTURA – David Byrne non sta mai fermo. In poco meno di 50 anni di carriera artistica non ha perso un briciolo dell’inquietudine creativa che lo ha sempre accompagnato. E così nel bel mezzo delle sue svariate attività (musicista, “tutor” di nuovi talenti, discografico, scrittore, fanatico della bicicletta, produttore di musical e chissà quante altre cose) ha anche trovato il tempo di visitare alcuni dei laboratori scientifici più quotati al mondo e creare, sulla base di quest’esperienza, una mostra dedicata alle neuroscienze, immersiva e interattiva – da poco inaugurata dalla Pace Gallery (negli spazi a Menlo Park) nel cuore della Silicon Valley – dal titolo “The Institute presents: Neurosociety”.

L’idea intorno a cui Neurosociety gravita è che percepiamo il mondo non per quello che è, ma per quello che siamo noi: la nostra esperienza è infatti un’immagine del mondo rielaborata, spesso semplificata e sempre modellata sulle nostre necessità di esseri umani. Non “vera” dunque, ma “veridica”, poiché nella maggior parte dei casi è perfettamente funzionale alla nostra sopravvivenza, e anche per questo non ci accorgiamo mai di questa incongruenza.

Accade che però in condizioni inusuali lo scollamento fra realtà e sensi si manifesti, ed è proprio qui che è possibile mettere a nudo i meccanismi del cervello. Queste condizioni inusuali sono per esempio quelle create nei laboratori dove si fa ricerca, ed è proprio attraverso l’esperienza diretta dell’esperimento che Byrne e Mala Gaonkar (una giovane esperta di tecnologia co-autrice della mostra) vogliono coinvolgere il visitatore. Come si legge sul sito:

“Information is available everywhere, but experience is unique and has a growing value in a digitizing world” (le informazioni sono disponibili ovunque, ma l’esperienza è unica e ha un valore sempre crescente in un mondo sempre più digitalizzato)

E così dopo aver visitato laboratori di mezzo mondo (qui trovate la lista completa) e aver fatto da cavie di vari esperimenti, Byrne e Gaonkar hanno progettato questa mostra/evento, accompagnati, come scrivono loro stessi, dallo spirito dei “dilettanti” appassionati. Che è esattamente la sensazione che resta dopo aver avuto un assaggio di Neurosociety (per esempio in questo video). Non perché si tratti di un’opera dilettantesca in sé – la mostra infatti è confezionata benissimo e i contenuti scientifici sono rigorosamente controllati (anche perché Byrne è rimasto in stretto contatto con i laboratori che lo hanno ispirato) – ma perché in fondo, nonostante l’aria chic e d’avanguardia, nonostante la piacevolezza e la stravaganza, tipica di questa iconica popstar, Byrne alla fine sembra proporre cose che si incontrano nei musei della scienza già da molto tempo.

Le installazioni interattive proposte sono tre. La prima si basa sulla realtà virtuale: i partecipanti possono vivere nel corpo di una bambola (Britta), diventando piccoli piccoli. L’illusione (nota come body-size illusion) si ottiene guardando attraverso degli occhiali per la realtà virtuale immersiva, e fa provare una sensazione di uscire dal proprio corpo anche piuttosto sconvolgente. Di cose simili nei vari musei della scienza e science centre al mondo se ne sono già viste parecchie (qui e qui un paio di esempi).

La seconda e la terza installazione sono piuttosto diverse dalla precedente: nella prima viene simulato una sorta di quiz televisivo dove un conduttore pone delle domande sulle neuroscienze, che possono toccare temi svariati, anche sociali, etici e filosofici. I visitatori si comportano come i concorrenti e devono rispondere ai quesiti premendo un bottone, il più velocemente possibile. Nella terza attività si partecipa invece a un vero e proprio esperimento dove i visitatori devono esprimere delle preferenze di voto, basandosi solo sulla fiducia che ispira il viso del candidato. Alla fine dell’esperimento i visitatori scoprono che le loro risposte erano del tutto prevedibili e manipolabili (poiché basate sul alcuni meccanismi cognitivi ben noti).

Entrambe le due installazioni non sono altro che variazioni sul tema dei discussion games (nel caso della prima forse siamo più vicini ai giochi di ruolo) usate nei  musei della scienza per stimolare l’apprendimento e la discussione sui temi scientifici da almeno almeno una decina d’anni. Qui alcuni responsabili del Science Museum di Londra lo spiegano bene.

Personalmente, forse per via della mia familiarità con le neuroscienze, anche la scelta dei tre esperimenti sembra essere fatta un po’ a casaccio (body-size illusion, decision making sotto pressione e manipolazione delle scelte attraverso stimoli visivi), non sembra esservi un fil rouge narrativo che le unisca. Anche il termine society inserito nel titolo sembra un po’ pretenzioso: questa mostra ci racconta davvero qualcosa sul ruolo delle neuroscienze nella nostra società?

Ma in fondo, oh, stiamo parlando di David Byrne, quindi che importa? Sempre premesso che non è possibile giudicare la mostra senza esserci andati fisicamente – speriamo prima o poi possa passare in Europa – se anche non contiene nessuna particolare innovazione per quanto riguarda l’animazione e le tecniche di engagement sui temi scientifici, e nemmeno nessun contenuto particolarmente d’avanguardia, ci sono certamente almeno due motivi per essere grati ai suoi creatori:

1) C’è David Byrne in mezzo, quindi io ci andrei a scatola chiusa. Al di là della fissazione personale, Byrne ha quasi sempre prodotto cose interessanti, intelligenti, stimolanti, stravaganti, ed è possibile che anche in un impianto non del tutto innovativo (almeno dal punto di vista chi è già avvezzo a musei della scienza e science center) sia capace di raccontare qualcosa di originale e suggestivo.

2) Siamo nella Silicon Valley, e in più in un museo di arte contemporanea molto quotato (http://www.pacegallery.com/) che ha sedi esclusive sparse in mezzo mondo. Insomma, se la scienza riesce difficilmente ad acquistare quel fascino che la rende interessante per i non impallinati, qui certamente ci troviamo decisamente in un ecosistema molto diverso: un evento sia pop che chic, che contribuirà ad avvicinare alle neuroscienze chi mai se ne è interessato prima, anche solo per l’effetto dell’eco mediatica.

Leggi anche: Viaggio tra i più bei musei della scienza in Europa

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Informazioni su Federica Sgorbissa (925 Articles)
Federica Sgorbissa è laureata in Psicologia con un dottorato in percezione visiva ottenuto all'Università di Trieste. Dopo l'università, ha ottenuto il Master in comunicazione della scienza della SISSA di Trieste. Da qui varie esperienze lavorative, fra le quali addetta all'ufficio comunicazione del science centre Immaginario Scientifico di Trieste e oggi nell'area comunicazione di SISSA Medialab. Come giornalista free lance collabora con alcune testate come Le Scienze e Mente & Cervello.

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