L’impronta umana del turismo montano (sopra e sotto la superficie)

Le attività turistiche nelle Alpi sono fondamentali per l'economia locale, ma rischiano di alterare gli equilibri ambientali. Per diminuire l'impatto della presenza umana è importante seguire alcune regole.

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La crescente presenza di turisti negli ambienti alpini rischia di creare un grave disturbo per la fauna locale. Crediti immagine: simonsimages, Flickr

SPECIALE FEBBRAIO – Le Alpi sono una delle più vaste aree naturali del mondo a fini turistici. Vengono visitate da circa 120 milioni di persone ogni anno; il flusso turistico della regione è in continuo aumento per la diffusione di una serie di nuove attività sportive che possono essere praticate solo in questo tipo di ambiente, come l’escursionismo, il free ride, l’arrampicata sportiva, l’alpinismo e l’eliski.

L’impatto del flusso turistico sulla fauna alpina

L’ondata turistica rappresenta la principale fonte di introiti per le popolazioni che abitano questi luoghi, ma porta con sé una serie di conseguenze sull’ambiente montano. Gli animali non solo perdono gran parte del proprio habitat a causa della costruzione di piste da sci, insediamenti e vie di comunicazione, ma devono evitare  con cura la presenza umana, che penetra sempre più profondamente il loro ambiente.

Fino a pochi anni fa le attività considerate impattanti erano quelle legate alla costruzione di infrastrutture, ora invece si presta attenzione anche a quelle che verrebbero comunemente considerate “a basso impatto ambientale”. Il numero crescente di turisti è motivo di grave disturbo per la fauna selvatica e già da diversi anni sono in corso studi per valutare l’impatto di queste attività antropiche sugli animali che abitano la zona alpina, sia sulle condizioni del singolo individuo che sulle dinamiche di popolazione.

“Le specie maggiormente sensibili al disturbo causato da queste attività – spiega Luca Rutelli, biologo faunista specializzato in ambiente alpino – sono soprattutto i grandi erbivori, come lo stambecco, il cervo e il capriolo. Tra gli uccelli quelli maggiormente colpiti  sono quelli della famiglia dei tetraonidi, come il fagiano di monte, la pernice bianca e il gallo cedrone. Tra i piccoli mammiferi invece si ricorda la lepre bianca. La ragione di questa marcata suscettibilità è la preferenza per gli stessi spazi e gli stessi periodi della giornata in cui anche gli sci alpinisti sono attivi”.

L’incontro improvviso con gli esseri umani può essere motivo di forte stress per la fauna selvatica, che si trova costretta a fuggire, spesso con gravi conseguenze sulla sua condizione fisica. La fuga causa all’animale un elevato dispendio di energia, in un periodo come quello invernale dove le risorse nutritive scarseggiano.

Esposto a una serie di stress, l’animale resta in continua allerta e viene spinto spesso in luoghi poco adatti a lui.  “Le attività dello scialpinismo e dell’escursionismo possono determinare in certi casi il frazionamento, la perdita e a volte l’abbandono delle migliori aree di svernamento”, spiega Rutelli.

Nel corso della sua evoluzione, la fauna alpina ha sviluppato adattamenti anatomici e fisiologici per superare la stagione invernale, a patto però di poter disporre pienamente del proprio habitat naturale. “Il disturbo, tanto per il singolo individuo quanto per la popolazione della specie colpita, vanifica tutti i raffinati adattamenti sviluppati nel corso dell’evoluzione e determina un peggioramento della condizione fisica dell’individuo, che in casi estremi può portare anche alla morte”, conclude Rutelli.

Il Parco naturale dell’Adamello Brenta ha stilato un elenco di otto punti, per diminuire l’impatto delle attività turistiche sull’ambiente montano.

  • Evitiamo lo sci e lo snowboard fuoripista: giungendo all’improvviso dove un animale riposa, rischiamo di spaventarlo e costringerlo a fuggire.
  • Quando è possibile, non pratichiamo lo scialpinismo prima dell’alba o dopo il tramonto, così da evitare i momenti in cui molte specie si alimentano.
  • Per le escursioni, utilizziamo le strade forestali sia all’andata sia al ritorno: gli animali sono abituati a veder passare le persone in quel tratto e si spaventano di meno.
  • Se troviamo delle tracce, non seguiamole: potremmo costringere l’animale alla fuga dalla zona in cui si sta riposando.
  • Se scorgiamo un animale da lontano, non avviciniamoci: godiamoci lo spettacolo a distanza, in modo da evitarne la fuga.
  • Se ci imbattiamo in un animale, cerchiamo di allontanarci con calma, anche se pensiamo che sia malato o in difficoltà.
  • Quando ci inoltriamo nel bosco, cerchiamo di farlo in modo rispettoso verso i suoi abitanti, evitando gli schiamazzi.
  • Per le passeggiate nel bosco, lasciamo a casa il cane o teniamolo al guinzaglio. Al nostro “migliore amico” piace giocare, ma gli animali selvatici non lo sanno: per loro è un predatore.

L’impatto sotterraneo, nelle grotte

L’impatto antropico non altera solo l’habitat alpino, ma anche quello sotterraneo: anche l’ambiente grotta è fortemente interessato dall’impatto del turismo. Interessante, a questo proposito, è l’articolo di Giovanni Badino, professore di fisica generale all’Università di Torino, sul sito dell’Associazione speleologica Lunense.  Nella fraseNon turistizzare le grotte, grottizza i turisti, si sente dire”, Badino ben esprime la difficoltà di creare un equilibrio tra economia turistica – indispensabile per il fabbisogno economico delle popolazioni locali – e protezione ambientale.

Adattare le grotte al flusso turistico, spiega l’esperto, inizialmente sembrava la scelta più adeguata ma “per ottenere la protezione di zone delicate è necessaria una separazione fisica della zona dallo spettatore. In genere questa è ottenuta dalla grotta stessa grazie a fango, tratti non illuminati, salti: ma ogni tanto occorrono anche ringhiere e vetrate”. Pur adattando queste misure precauzionali nell’ambiente grotta, ci sono numerose tipologie di impatto da cui non si può prescindere: “Il rilascio di calore dovuto agli speleologi è un fattore importante ma, a causa della dispersione dovuta alla vastita dell’ambiente, non comporta un vero inquinamento termico, come invece può capitare nelle grotte turistiche. Il problema polveri è stimato marginalmente nell’attività esplorativa, che in genere opera a buone distanze dall’esterno, discreto nell’attività escursionistica e gravissimo in quella turistica data la concentrazione dei passaggi”, spiega Badino nell’articolo.

L’impatto ambientale sull’ambiente sotterraneo viene spesso sottovalutato o considerato in misura minore rispetto a quello dell’ambiente montano superficiale, ma è importante considerare l’impronta che il turismo sta lasciando in questi habitat. Badino conclude il suo articolo chiarendo che anche gli speleologi rivestono un ruolo chiave in questo delicato processo: “Anche noi speleologi dobbiamo fare la nostra parte, ampliando le conoscenze dei meccanismi di impatto dell’uomo sul mondo sotterraneo, tuttora ben lontane da un livello sufficiente, e diffondendo queste conoscenze al livello degli utenti di base”.

Leggi anche: Ghiacciai alpini, sempre più in alto per monitorare il global warming

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Informazioni su Sara Moraca ()
Dopo una prima laurea in comunicazione e una seconda in biologia, ho frequentato il Master in Comunicazione della Scienza della Sissa di Trieste. Da oltre dieci anni mi occupo di scrittura: prima come autore per Treccani e De Agostini, ora come giornalista per testate come Wired, National Geographic, Oggi Scienza, La Stampa.

3 Commenti su L’impronta umana del turismo montano (sopra e sotto la superficie)

  1. “i grandi erbivori, come lo stambecco, il cervo e il capricorno.” Forse voleva scrivere “capriolo”?

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