Le tegnùe da pericolo per la pesca a patrimonio di biodiversità

Una ricerca pubblicata su Nature Scientific Reports ha delineato l'origine genetica delle formazioni coralligene che si estendono dalla foce del Tagliamento al Delta del Po.

Le tegnùe hanno proliferato soprattutto in prossimità degli antichi corsi d’acqua dolce che sono stati sommersi dall’acqua fino a formare una sorta di laguna. Crediti immagine: Museo delle Tegnùe, Museo di Storia Naturale di Venezia

AMBIENTE – I pescatori del litorale veneziano le chiamano in dialetto tegnùe, letteralmente trattenute, perché le reti a strascico vi restano impigliate e dalla fine del Settecento sono oggetto di studio per le loro peculiarità rispetto all’uniformità piatta e sabbiosa dei fondali del mare Adriatico. Le tegnùe si trovano unicamente in questa zona del Mediterraneo e, dal 2002, le tegnùe di Chioggia sono protette grazie a un decreto del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali: considerate oasi di biodiversità dove la pesca è interdetta, sono diventate Zona di Tutela Biologica.

La ricerca promossa dall’Istituto di Scienze Marine del Consiglio nazionale delle ricerche (Ismar-CNR), si è avvalsa delle competenze di un team multidisciplinare che dopo un’accurata analisi batigrafica del litorale nord-est dell’Adriatico, ha delimitato la sua attenzione al tratto di fondale marino che si estende al largo di Chioggia.

Attraverso oltre duecento immersioni, gli studiosi hanno rilevato e confermato ciò che si ipotizza da tempo, ovvero che le conformazioni rocciose sottomarine dell’alto Adriatico abbiano avuto origine nell’intersezione tra due livelli del fondale: quello piatto e tipico dell’Adriatico, risalente alla fine dell’Olocene, e quello alluvionale del Pleistocene sul quale si vede ancora oggi l’antica esistenza di tratti fluviali. Le tegnùe hanno proliferato soprattutto in prossimità degli antichi corsi d’acqua dolce che, dopo l’ultimo periodo glaciale, risalente a circa 20.000 anni fa, sono stati sommersi dall’acqua fino a formare una sorta di laguna.

Il successivo aumento del livello del mare ha fatto in modo che le concrezioni fino ad allora esistenti trovassero una protezione naturale data sia dall’acqua e dai fondali sabbiosi, sia dal movimento delle correnti marine. Il mix di acqua dolce e salata ha favorito la formazione di una base sulla quale hanno poi proliferato concrezioni solide divenute nel corso del tempo un rifugio per molte specie marine, come Briozoi, molluschi, Serpulidae e alghe. Queste ultime, le alghe rosse, sono state i principali organismi costruttori, alla pari dei coralli nelle barriere coralline.

“Un lastrone di sabbia cementata con inglobati gusci di molluschi ha costituito un campione fondamentale per questo studio – afferma Luigi Tosi dell’Ismar-CNR e primo autore dell’articolo –  perché ci ha consentito di determinare età e caratteristiche del paleoambiente al momento della sua cementazione. Una sorta di ‘Stele di Rosetta’ che ha permesso di giungere a una nuova visione sull’origine di queste formazioni coralligene nel golfo di Venezia. Le analisi radiometriche al carbonio 14 hanno consentito di datare a circa 9.000 anni fa l’arrivo del mare in questa parte dell’antica pianura pleistocenica e a 7.000 anni fa la sua cementazione, sulla quale i primi organismi biocostruttori hanno attecchito”.

Tanti termini sono stati coniati per descrivere questo ambiente marino unico al mondo: dal prestito inglese reef, ai dialettali trezze, pressure, lastrure, grèbeni e, ovviamente tegnùe fino a “coralli di Venezia”. Delle “anomalie rocciose”, secondo i geologi ricercatori dello studio, che sembrano aver finalmente trovato la loro origine.

Leggi anche: Plastica e idrocarburi, i grandi mali del Mediterraneo

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

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