Una possibile connessione tra microbioma e strutture del cervello

La scoperta potrebbe aiutare a spiegare perché in alcuni casi i trattamenti farmacologici della sindrome dell'intestino irritabile non sono efficaci, anzi sono addirittura dannosi.

Nei pazienti che soffrono di sindrome dell’intestino irritabile sembra esistere un legame tra il microbioma intestinale e alcune caratteristiche delle strutture cerebrali. Crediti immagine: Public Domain

SCOPERTE – Si aggiunge un nuovo tassello alle ricerche che indagano il rapporto tra microbioma intestinale e cervello. Parliamo in questo caso della sindrome dell’intestino irritabile (SII): uno studio, condotto da un gruppo di ricercatori della University of California, Los Angeles e pubblicato sulla rivista Microbiome, ha individuato alterazioni in alcune regioni del cervello di pazienti che soffrono di questo disturbo.

Gli studi precedenti che si sono concentrati sulla sindrome dell’intestino irritabile sono stati condotti nella maggior parte dei casi sui topi: Jennifer Labus e colleghi della UCLA hanno invece evidenziato connessioni anche negli esseri umani. In particolare, lo studio ha individuato per la prima volta una relazione diretta tra il tipo di batteri intestinali e le regioni del cervello che elaborano informazioni sensoriali. Come in altre ricerche, i risultati suggeriscono che lo scambio avvenga in entrambe le direzioni: i segnali generati dal cervello potrebbero agire sulla composizione del microbioma intestinale e le sostanze chimiche prodotte dai batteri potrebbero alterare le strutture cerebrali. Una seconda e altrettanto importante evidenza di questo lavoro è la possibile connessione fra traumi infantili, strutture del cervello e microbioma.

Nello studio i ricercatori hanno osservato tratti comportamentali e clinici, campioni fecali e immagini strutturali del cervello di 29 pazienti che soffrivano di sindrome dell’intestino irritabile. Tramite analisi del DNA e calcoli statistici sono risaliti alla composizione batterica dell’intestino dei pazienti: in base al tipo di microorganismi, i pazienti potevano essere divisi in due sottogruppi, uno dei quali aveva le stesse caratteristiche del gruppo di controllo (composto da 23 soggetti sani). L’altro gruppo, invece, comprendeva pazienti che avevano subito dei traumi precoci e soffrivano di sintomi più gravi della malattia. Tra i due gruppi, i ricercatori hanno anche riscontrato differenze a livello di strutture cerebrali.

Dal punto di vista clinico, questa scoperta potrebbe aiutare a classificare i pazienti in base a nuovi parametri, legati appunto alla composizione batterica invece che ad altre caratteristiche (abitudini intestinali). La scoperta potrebbe inoltre spiegare perché in alcuni casi il trattamento con antibiotici, prebiotici, probiotici e i cambiamenti nella dieta non siano efficaci, o siano addirittura dannosi. Allo stesso modo, la diversa composizione del microbioma potrebbe rendere alcuni soggetti più predisposti a terapie che agiscono sul cervello, come la terapia cognitivo-comportamentale o le terapie di riduzione dello stress basate sulla mindfulness. Come per altre malattie che riguardano questo organo, anche per la sindrome dell’intestino irritabile l’analisi del microbioma potrebbe diventare in futuro un esame di routine nella diagnosi e nella terapia.

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