Gli oceani e la conquista del mondo sommerso

Nonostante le numerose ricerche, sappiamo ancora poco degli oceani e della vita che contengono. Alcuni recenti studi hanno fornito informazioni importanti, che potranno essere utilizzate per rendere più efficaci gli interventi di conservazione dei mari di tutto il mondo.

Si stima che il 90% delle specie marine non sia ancora stato scoperto. Crediti immagine: Fabio Perelli

SPECIALE LUGLIO – L’estate è iniziata, e per molti significa mare. E mentre leggendo queste righe sotto l’ombrellone ammirate i giochi dei riflessi sulla superficie dell’acqua, i bagnanti che si rinfrescano, i gabbiani che solcano il cielo, provate a vedere per un attimo il mare con altri occhi. L’esplosione degli insediamenti balneari, dei viaggi in crociera, la pesca incontrollata, le piattaforme petrolifere: è vero che gli esseri umani hanno assunto sempre più controllo delle aree marine, ma il mare resta tuttora in buona parte quel mondo misterioso che è sempre apparso.

Un misterioso universo sottomarino

Gli oceani occupano i due terzi della superficie terrestre, colorandola di azzurro, rendendo il mondo quel “Pianeta blu” che custodisce qualcosa di speciale. Proprio i mari furono le incubatrici che fecero nascere la vita, e tuttora sono popolati da schiere di creature di ogni tipo, molte delle quali restano ancora completamente sconosciute. Impossibile fare una stima precisa, ma si calcola che fino al 90% delle specie marine non sono ancora state descritte. Non sorprende pertanto sapere che è con grande frequenza che nuove specie sono continuamente scoperte. È notevole il caso del First Census Marine Life, pubblicato nel 2010: un progetto di ricerca particolarmente ambizioso dedicato a tutti i mari e oceani del pianeta, e che ha coinvolto ricercatori provenienti da 80 nazioni, capace nell’arco di 10 anni di giungere alla scoperta di oltre 6000 nuove specie.

Il mare, per la sua impenetrabilità e l’aura di mistero che lo circonda, veniva considerato in passato un covo di mostri e creature mitologiche che incutevano negli esseri umani un profondo timore reverenziale. Alcuni di essi hanno trovato in età moderna interpretazioni razionali basate sull’osservazione delle creature che realmente abitano i mari. Un esempio tipico è la sirena, che ha conferito il nome a un intero gruppo di mammiferi marini, i sirenii, chiamati anche “mucche di mare”, per via delle loro abitudini vegetariane, uniche tra i mammiferi acquatici. La loro forma, con la coda orizzontale da pesce, e i loro movimenti aggraziati potevano aver tratto in inganno marinai rimasti in mare per lungo tempo. Le madri hanno inoltre l’abitudine di allattare i piccoli al petto, “abbracciandoli” con le pinne anteriori: un comportamento apparentemente umano che può avere ulteriormente stuzzicato le fantasie di antichi naviganti.

Nell’antichità il mare era considerato un mondo abitato da mostri e creature mitologiche. Crediti immagine: Fabio Perelli

Mostri marini di ieri, creature abissali di oggi

Ma esistono anche alcuni mostri marini della tradizione che affondano le radici nella realtà. I miti e i racconti dei popoli di tutto il globo sono costellati di riferimenti a creature gigantesche e munite di tentacoli: kraken, piovre giganti, calamari giganti. Fino al 1861 erano ancora considerati da molti animali mitologici, finché nel novembre di quell’anno decine di marinai a bordo di una nave di corvetta al largo di Tenerife furono testimoni diretti di un avvistamento che non lasciava spazio ai dubbi: sotto di loro c’era un calamaro gigante, e provarono perfino a catturarlo. La nuova creatura ispirò in Jules Verne la genesi di Ventimila leghe sotto i mari, e diede nuovo impulso alla ricerca scientifica sul mondo sommerso.

Negli anni seguenti gli avvistamenti si fecero sempre più comuni, e la specie Architeuthis dux divenne una realtà. Negli ultimi anni ha imperversato un dibattito sull’esistenza di più specie all’interno del genere Architeuthis, ed è solo dagli anni 2000 che siamo in possesso di immagini fotografiche e filmate di calamari giganti vivi nel loro habitat naturale.

Un lavoro recente tutto italiano ha messo insieme i dati raccolti in questi 150 anni, creando un’inedita mappa che mostra la distribuzione geografica a livello globale dei calamari giganti. La mappa informa sulle zone in cui c’è più alta probabilità di incontrarlo, e propone una timeline con la successione degli avvistamenti negli anni. L’opera è stata realizzata dall’Istituto di scienza e tecnologie dell’informazione “A. Faedo” del CNR di Pisa, e annunciata di recente in un comunicato stampa ufficiale del CNR. L’impegno degli autori non si è limitato al caso del calamaro gigante, ma ha portato anche alla creazione delle mappe di distribuzione di altre 406 specie marine, allo scopo di “monitorare i cambiamenti degli habitat da qui al 2050, legati alle anomalie climatiche in corso”.

Gli ecosistemi marini: mapparli per conoscerli e preservarli

Un’altra mappa molto utile per i lavori di conservazione degli ambienti marini è stata realizzata negli ultimi mesi: è una visualizzazione in 3D e divide le masse d’acqua del pianeta in 37 distinte categorie, sulla base delle differenze di salinità, temperatura, ossigeno e concentrazione di nutrienti. È il primo vero progetto di mappatura tridimensionale degli oceani del pianeta, tenendo conto che in precedenza potevamo avvalerci solo di mappe dei fondali e della superficie. La mappa è stata prodotta dagli scienziati dell’ESRI, un’azienda californiana specializzata in sistemi informativi geografici.

Le unità in cui i mari e gli oceani sono stati suddivisi sono state definite ecological marine units (EMUs), e sono caratterizzate da livelli differenziati dei diversi parametri adottati. La mission che ha spinto gli autori è quella di fornire uno strumento in grado di rendere più efficaci gli interventi di conservazione dei mari di tutto il mondo. Recita il sito ufficiale: “un oceano sano può ridurre la povertà, combattere la fame, limitare gli impatti dei cambiamenti climatici e migliorare l’economia in generale. Per raggiungere questi ideali e sostenere la sostenibilità degli oceani è necessario disporre di un metodo di base per la comprensione degli ecosistemi marini e di un quadro di riferimento per valutare i cambiamenti”.

Non sono più quelle distese sconfinate e abitate da mostri misteriosi, i mari. Le informazioni raccolte negli anni ci hanno permesso di tracciare un quadro organico e abbastanza dettagliato della loro geografia ed ecologia. Ma parallelamente alle esplorazioni scientifiche, il mare ha dovuto far fronte a uno sfruttamento crescente e spesso incontrollato delle sue risorse da parte nostra. Gli studi futuri andranno sempre più nella direzione di migliorare la nostra capacità di controllo e di conservazione degli ecosistemi marini di tutto il mondo.
Anche perché, tutto sommato, il mondo marino resta in gran parte un mondo inesplorato, un pianeta alieno sotto i nostri piedi. E ancora non possiamo dire di sapere del tutto cosa accade là sotto. Azioni irresponsabili possono minare delicati equilibri, con potenziali sconvolgimenti anche a discapito del nostro stesso benessere. Probabilmente non assisteremo mai a scene come quelle del best-seller Il quinto giorno, in cui l’intera vita marina mette in moto una reazione avversa contro l’umanità per arrestare il suo impatto. Ma una condotta via via più responsabile sarà un dovere e un onere per tutti noi.

Leggi anche: Una rete per il mare

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