Le radici sociali e culturali del cervello dei cetacei

Alcune specie di cetacei, come delfini e balene, hanno comportamenti sociali e comunicativi molto sofisticati e complessi. Questa ricchezza comportamentale sembra essere associata alle grandi dimensioni del loro cervello.

I cetacei con cervelli più grandi hanno comportamenti sociali e comunicativi più complessi rispetto a quelli con dimensioni cerebrali minori. Crediti immagine: sheilapic76

ANIMALI – Il mondo terrestre e quello marino sono agli antipodi: l’uno è condizionato fortemente dalla gravità, l’altro dalla scarsità di punti di riferimento. Se sulla terraferma il massimo grado delle capacità cognitive è stato raggiunto dagli esseri umani, negli oceani sono i cetacei a troneggiare. Certo è che si tratta di forme di vita completamente diverse, imparentate solo alla lontana e con cammini evolutivi distinti. Eppure, in comune c’è tanto, a cominciare proprio dalle funzionalità del cervello, alla base di comportamenti sociali paragonabili, come spiega su Nature Ecology & Evolution un gruppo internazionale di ricercatori guidato da Susanne Shultz, biologa evoluzionista presso la Scuola di Scienze della Terra e Ambientali dell’Università di Manchester.

I ricercatori hanno compilato una lista dei comportamenti osservati in 90 specie di cetacei, che coinvolgono attività sociali e capacità comunicative, mettendo in evidenza una correlazione diretta con le dimensioni del cervello. Nei gruppi con cervelli più grandi, cioè, sono presenti comportamenti più complessi rispetto a quelli con cervelli di dimensioni minori.
Delfini, balene e focene si chiamano per nome, educano i piccoli, creano rapporti matriarcali, organizzano battute di caccia di gruppo, provano empatia e non si lasciano nemmeno mancare i “pettegolezzi”.
Le loro abitudini sociali sono insomma molto simili a quelle dei primati, e addirittura sono stati riconosciuti diversi “dialetti” nei vocalizzi, per esempio di branchi di capodogli che vivono in areali diversi.

Al punto che gli autori hanno per la prima volta provato a mettere a confronto i dati raccolti con due teorie evolutive formulate per spiegare l’origine dei grandi cervelli nei primati e in altri mammiferi terrestri con capacità cognitive sviluppate.
Secondo le due teorie, rispettivamente l’ipotesi del cervello sociale e l’ipotesi del cervello culturale, i grandi cervelli si sono sviluppati grazie alle forti pressioni di ambienti circostanti carichi di fattori limitanti. I ricercatori sostengono che anche l’ambiente marino in cui vivono i cetacei ha messo dinanzi a loro simili pressioni selettive, operando sul cervello in un modo simile. Si può dunque parlare di coevoluzione, o evoluzione parallela, che ha portato primati e cetacei ai vertici dello sviluppo cognitivo nel mondo emerso e in quello sommerso. “L’evidente coevoluzione di cervelli, struttura sociale e ricchezza del comportamento dei mammiferi marini fornisce una similitudine unica e straordinaria con i grandi cervelli e l’enorme socialità degli esseri umani e di altri primati sulla terraferma”, ha commentato in un comunicato Susanne Shultz.

Ma se esseri umani e cetacei hanno un cervello paragonabile, qualcosa che fa la differenza c’è, ed è il pollice opponibile. L’elemento liquido durante l’evoluzione ha privilegiato una struttura idrodinamica e adatta al movimento, ma non alla manipolazione. La specie umana ha modificato a suo piacimento il paesaggio intorno a sè, ha preso la materia naturale grezza e ha creato un mondo materiale complesso. Questo delfini e balene probabilmente non potranno mai farlo, per evidenti limiti strutturali. “Hanno sviluppato diverse conoscenze”,  puntualizza Shultz, “ma non potranno mai imitare competenze e tecnologie umane perché non hanno i pollici opponibili”.

E tuttavia l’intreccio tra esseri umani e cetacei non termina qui. Secondo i ricercatori, i mammiferi marini fanno proprio al caso nostro anche come gruppo di controllo. Per capire sempre meglio quali sono gli aspetti che ci rendono così “speciali”, occorrono infatti gruppi animali che possano essere messi a confronto con noi, ma che allo stesso tempo siano abbastanza distanti filogeneticamente da permettere un’interpretazione più oggettiva.

“Dobbiamo capire che cosa rende gli esseri umani diversi dagli altri animali e per farlo abbiamo bisogno di un gruppo di controllo: rispetto ai primati, i cetacei sono un gruppo più alieno'”, ha dichiarato Michael Muthukrishna, della Scuola di economia e scienze politiche di Londra, tra gli autori dello studio.
Tra le cose da chiarire meglio in futuro c’è l’anatomia del cervello: i comportamenti sono simili, così come lo sviluppo del linguaggio, ma la struttura anatomica alla base presenta notevoli differenze. Si potrebbe quasi dire che il software è simile, ma l’hardware è diverso. “I cetacei hanno molti comportamenti sociali complessi, simili a quelli degli esseri umani, ma hanno strutture cerebrali diverse dalle nostre”, ha affermato Kieran Fox, neuroscienziato dell’Università di Stanford, “La domanda pertanto è la seguente: come possono strutture del cervello molto diverse dar vita a comportamenti sociali e cognitivi molto simili?”.

A questa e ad altre domande non siamo ancora in grado di dare una risposta. Ma è più chiaro a questo punto che la strada verso una maggiore comprensione di ciò che ci rende umani non ci porterà più soltanto a scavare tra gli strati del passato paleontologico, né nel cuore delle foreste tropicali abitate dai nostri più stretti cugini.
Nuove risposte arriveranno dagli abissi e dai vocalizzi dei mammiferi marini.

Leggi anche: Una nuova tecnica di caccia per le balenottere

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

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