Tundra, dove il mercurio si accumula nel suolo

Nella tundra artica il mercurio si sta accumulando a livelli allarmanti: ogni anno nell'oceano Artico ne finiscono decine di tonnellate.

La concentrazione di mercurio è molto elevata anche laddove le emissioni sono basse. Per anni i ricercatori hanno cercato di mapparne il “viaggio”.

SPECIALE NOVEMBRE – Le buone notizie viaggiano veloci ma anche gli inquinanti non scherzano: è sempre più evidente che negli ambienti artici, ghiacciai ma anche altri habitat a basse temperature, molte sostanze tossiche e dannose rimangono “intrappolate” e si accumulano, con conseguenze per gli animali e per gli esseri umani. Le emissioni dell’Artico sono decisamente basse, eppure il livello di contaminazione per il mercurio è tra i più alti del globo.

Uno dei meccanismi più noti che muove e immobilizza gli inquinanti è la condensazione fredda: le sostanze evaporano dalle zone più calde dove vengono utilizzate e si spostano nell’aria come fossero gas, anche attaccandosi al particolato atmosferico, per poi arrivare nelle aree fredde del pianeta. Lì, complici le temperature rigide, la loro volatilizzazione è ridotta e il viaggio si conclude.

Le aree fredde come la tundra diventano così veri magazzini per contaminanti, atmosferici e non. A destare particolare preoccupazione tra gli scienziati, in base agli ultimi studi, c’è il mercurio: seppur sia naturalmente presente nella crosta terrestre (ed emesso per esempio con le eruzioni vulcaniche) la principale fonte del mercurio che viene riversato nell’ambiente sono le attività umane come la combustione di carbone per cucinare o riscaldare le case, i processi industriali e le attività minerarie per l’estrazione di oro o argento.

Nella tundra artica il mercurio si sta accumulando a livelli allarmanti ma resta da chiarirne la provenienza, e tra i grandi punti interrogativi ci sono gli effetti dei cambiamenti climatici, che con temperature sempre più alte potrebbero mobilitare gli inquinanti rimasti finora imprigionati. Il riscaldamento globale è già stato causa di un cambiamento che è difficile definire come positivo o negativo: costretti a spingersi sulla terraferma per cercare cibo, mentre la copertura dei ghiacci crolla a un tasso senza precedenti, gli orsi polari hanno cambiato la dieta e si nutrono sempre meno di specie come le foche, la cui carne è ricca di mercurio. Se la concentrazione di mercurio nel corpo degli orsi polari è calata non significa che l’inquinamento si è ridotto, sottolineano gli scienziati: la ragione sta tutta negli adattamenti degli orsi che devono cercare nuove fonti di sostentamento.

Sulle pagine di Nature, qualche tempo fa, una collaborazione coordinata da Daniel Obrist della University of Massachusetts Lowell ha pubblicato un ampio studio sull’accumulo di mercurio nel suolo della tundra, dal quale il contaminante finisce poi dilavato nell’acqua. Ma la vera domanda è un’altra: come ci arriva tutto questo mercurio nell’Artico?

Obrist e il suo gruppo internazionale hanno lavorato sul campo per due anni interi, trascorsi in Alaska, dove hanno scoperto che il mercurio gassoso nell’atmosfera è l’origine del 70% degli inquinanti che finiscono nel suolo. Viene assorbito dalle piante come l’anidride carbonica ma torna al terreno una volta che la pianta muore o perde le foglie. Il mercurio che arriva a terra tramite le piogge o quando a primavere la neve si scioglie, invece, conta per appena il 2% dei depositi nella regione, anche se finora la maggior parte delle indagini vi si era concentrata.

Lo scienziato Daniel Obrist al lavoro sul campo in Alaska. Crediti immagine: UMass Lowell

“Ora abbiamo capito come un sito tanto remoto possa essere così esposto al mercurio”, ha commentato Obrist in un comunicato. Aver circoscritto la provenienza del mercurio nella tundra ha implicazioni ben più ampie, prosegue lo scienziato, perché ora abbiamo una spiegazione per i due terzi del mercurio che finisce nell’oceano Artico, tra le 50 e le 85 tonnellate ogni anno.

Un’esposizione prolungata a elevati livelli di mercurio può causare problemi neurologici e cardiovascolari, un rischio molto sentito da popolazioni umane come gli Inuit, che si affidano alla pesca e alla caccia per il sostentamento. Il problema non è nuovo, e dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso la salute di alcune popolazioni, come i circa 12 000 Inuit che vivono sul territorio di Nunavik (nel Quebec settentrionale), viene monitorata dagli scienziati.

Così si è avuta la conferma che gli effetti del mercurio possono iniziare molto presto e colpire i bambini già nell’utero e nei primi anni di vita: nel 2015 i ricercatori hanno mostrato che i piccoli Inuit avevano bassi quozienti di intelligenza proprio a causa della dieta materna durante la gravidanza e della loro, a base di carne di cetacei come balene e beluga, di pesci e di altri alimenti contaminati dagli inquinanti che si accumulano nell’Artico. I livelli di mercurio riscontrati nelle donne in età fertile e nei bambini erano ben superiori rispetto a quelli stabiliti dal governo canadese che, per queste due categorie particolarmente vulnerabili, ha posto la soglia a 0,20 microgrammi di mercurio al giorno per chilo di peso corporeo.

Secondo il neuroscienziato di Harvard Philippe Grandjean, tra gli esperti che da anni studiano questo tema, è un’ulteriore prova che il mercurio (quando l’esposizione è continuativa e ad alti livelli come nel caso degli Inuit) può compromettere lo sviluppo cerebrale dei bambini.

Il livello di mercurio in animali come i beluga è particolarmente alto perché il contaminante ha risalito tutta la catena alimentare in quella che viene chiamata biomagnificazione. Il processo non riguarda solo il mercurio, ma la maggior parte degli inquinanti che minacciano l’Artide tra i quali si annoverano i POP, gli inquinanti organici persistenti. Dal plankton al pesce, dal pesce alle foche, dalle foche agli orsi polari: gli inquinanti risalgono la rete trofica e si accumulano concentrandosi sempre di più. I beluga sono il cuore della contaminazione da mercurio per gli Inuit perché sono tradizionalmente considerati una prelibatezza culinaria grazie al contenuto di proteine e ferro; per via della biomagnificazione sono responsabili dei due terzi dell’apporto di mercurio anche se la loro carne – cruda o bollita – viene consumata più di rado rispetto a quella di foche, renne, trichechi e oche.

@Eleonoraseeing

Leggi anche: Filtrare l’acqua salata con i nanotubi di carbonio

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Informazioni su Eleonora Degano ()
Giornalista scientifica freelance e traduttrice editoriale specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; dal 2013 collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e il magazine OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro, «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

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