Il regno dei ghiacci

La vita dei Sami e dei Nenezi, un sodalizio millenario tra uomini e renne.

La penisola di Yamal, nel nord-ovest della Siberia, è per i Nenezi il territorio di elezione per l’allevamento delle renne. Ma il cambiamento climatico sta accelerando la fusione del permafrost della penisola, rendendo sempre meno accessibile l’area durante la stagione estiva. Crediti immagine: Pixabay

SPECIALE NOVEMBRE – Ci sono popoli che vivono là dove la notte può durare per mesi e l’unico mezzo di sostentamento è la renna. I Sami della Scandinavia e i Nenezi della Siberia, con i loro colori variopinti, i riti sciamanici e la strenua resistenza al freddo e all’isolamento hanno molto in comune e rimandano un’immagine forte della vita nel regno della tundra e della taiga.
Al centro della loro esistenza c’è un animale, un simbolo di quegli ambienti, e spesso anche l’unica risorsa su cui possono fare affidamento: la renna.
Il racconto della vita in quel mondo inospitale è affascinante, e non può che sollevare dibattiti sul problema della sopravvivenza delle popolazioni indigene, tanto preziose in termini di patrimonio culturale, quanto minacciate da tanti fattori, primi fra tutti l’industrializzazione e il cambiamento climatico.

I Sami della Scandinavia: l’ecoturismo natalizio e il film-denuncia sulle persecuzioni razziali

I Sami sono un’etnia scandinava che abita l’area artica di Sápmi, che ricopre parte del nord della Norvegia, della Svezia e della Finlandia, spingendosi leggermente in terra russa, nel Murmansk Oblast. Spesso vengono chiamati ‘Lapponi’, ma questo nome ha un significato dispregiativo nella lingua locale.
Pur avendo tratti anatomici prettamente caucasici, alcune indagini li vorrebbero imparentati con alcune popolazioni mongole, da cui forse avrebbero tratto origine. La presenza in alcuni individui di presunte pliche mongoliche sugli occhi sembrerebbe avvalorare questa ipotesi. Certo è che parlano lingue del ceppo ugro-finnico, che presentano maggiore affinità con le lingue uraliche che con quelle europee.
I sami sono l’unica popolazione indigena scandinava riconosciuta e protetta dalle convenzioni internazionali sui popoli indigeni, e questo ne fa una delle popolazioni indigene più settentrionali d’Europa.

I Sami vivono di allevamento di renne e transumanza nel nord della Scandinavia da generazioni, in una perfetta fusione con il paesaggio della tundra. Persino il personaggio al centro delle festività natalizie di milioni di persone nel mondo nasce da lì. Sì, perché il panciuto protagonista del Natale di oggi pare ispirarsi a un antico mago del folklore locale, che vestiva di un abito rosso clericale e che faceva volare le renne. Le renne, appunto. Non esisterebbero i Sami senza le renne e probabilmente le renne, senza i Sami, non sarebbero le stesse. Questo ben riuscito connubio tra uomini e animali è la quintessenza della vita nella Scandinavia settentrionale, dove regna la ‘wilderness’ glaciale dell’ambiente della tundra.
Dalle renne ricavano cibo, materiale da costruzione per le capanne e per la produzione dei capi di vestiario locale, nonché imprescindibili mezzi di trasporto in un mondo quasi del tutto congelato.
In passato i loro territori dovevano essere molto estesi in tutto il nord della Scandinavia, oggi gli allevatori di renne rimasti in attività possono ancora godere di aree a loro concesse a titolo esclusivo per perpetuare l’antica tradizione di allevamento semi-nomade della renna. Solo il 10% dei Sami oggi ancora pratica questa attività, con 2.800 allevatori che occupano territori riservati a loro, mestiere a cui i più affezionati non rinuncerebbero per nulla al mondo (vedere per credere).
La grande maggioranza dei Sami sono però oggi quasi del tutto mescolati con la popolazione svedese, e il rischio di perdere la loro identità è forte.

Ad aggravare la situazione è la presa di potere sempre maggiore della destra in politica, in particolare in Svezia, dove gli esponenti del partito Sverigedemokraterna contestano la concessione di diritti speciali ai sami, e soprattutto il monopolio dell’allevamento della renna, sostenendo che tutti i cittadini dovrebbero avere uguali diritti.
Un film uscito all’edizione 2016 del filmfestival di Venezia porta però all’attenzione di tutti la situazione dei Sami, e in particolar modo le persecuzioni da loro subite fino alla prima metà del secolo scorso, in cui erano discriminati e considerati l’emblema di una razza inferiore, al cospetto di quella nordica, ritenuta superiore e meritevole di una più alta considerazione. La pellicola, dal titolo Sami Blood, denuncia apertamente i maltrattamenti subiti dal popolo Sami nel periodo tra le due guerre mondiali, in cui la Svezia anticipò la Germania nell’aprire un centro statale per lo studio dell’eugenetica, con l’obiettivo di dimostrare l’inferiorità della razza sami e iniziando una campagna di sterilizzazione forzata.

Oggi i Sami si stanno integrando nella popolazione locale, e la loro preziosa cultura rischia di essere fagocitata, eppure sta diventando una pratica sempre più diffusa quella di vivere un’esperienza ‘wild’ in mezzo al popolo Sami, in una versione moderna di ecoturismo. Si può dormire nelle loro tende nel bel mezzo della tundra, per poi essere deliziati dagli antichi canti ‘joyk’ e dal ritmo ipnotico dei tamburi degli sciamani: un paradosso, dato che erano stati vietati dai governi per secoli, a seguito di un’intensa caccia alle streghe.

I Nenezi della Siberia: una sopravvivenza difficile tra alcolismo, industrializzazione forzata e cambiamento climatico

La Scandinavia è uno scrigno che racchiude ciò che resta delle tradizionali popolazioni indigene nordeuropee, ormai quasi del tutto assorbite dalla forte spinta globalizzatrice. La gran parte delle popolazioni della tundra e della taiga che ancora oggi continuano a praticare il loro stile di vita è insediata nella grande Siberia, dove le temperature invernali sono al limite della sopportazione umana, ma i suoli sono ricchi di risorse minerarie, e la contesa con il governo russo per la loro sopravvivenza sembra sempre più delicata.

In Siberia e in Russia nordoccidentale esistono attualmente almeno 40 gruppi etnici che possono essere distinti culturalmente e linguisticamente. Recentemente è stato compiuto anche un vasto studio di genetica di popolazioni, che ha permesso di stabilire una principale suddivisione genetica, tra i popoli occidentali e quelli orientali. Mentre infatti le popolazioni dell’ovest mostrano un’affinità genetica maggiore con gli antichi abitanti dell’Eurasia del nord, quelle dell’est sono di discendenza orientale, condividendo progenitori comuni con popolazioni dell’Estremo Oriente da cui si sono separate 10.000 anni fa. Inoltre sono stati individuati mescolamenti genetici tra i siberiani e le antiche popolazioni di cacciatori-raccoglitori dell’Europa dell’est e della Svezia, e persino con gli attuali abitanti del nord-est dell’Europa. È esistito insomma un cospicuo flusso genico tra i siberiani e l’Europa orientale.

Tra tutti i popoli siberiani, uno dei più importanti è senz’altro quello dei Nenci, o Nenezi, conosciuti anche come Samoiedi, da cui prende il nome la razza canina, da loro selezionata per la pastorizia e per il traino delle slitte. Nell’ultimo censimento operato nel 2010 risultavano quasi 45.000 Nenet nella Federazione Russa, che abitano soprattutto le due riserve della ‘Yamalo-Nenets Autonomous Okrug’ e della ‘Nenets Autonomous Okrug’.
La loro lingua è il Nenec, che si differenzia nelle due varietà locali di ‘foresta’ o di ‘tundra’, proprio sulla base delle loro abitudini di vita legate rispettivamente alla taiga o alla tundra. Il Nenec, appartenente come la lingua sami al ceppo uralico, è però a rischio di estinzione, ed è inserito nel ‘Libro Rosso’ dell’Unesco tra le lingue minacciate.

Anche al centro della vita dei Nenezi figura la renna, ma questo vale soprattutto per le popolazioni della tundra, mentre quelle della taiga vivono in gran parte di caccia e pesca.
Il governo russo non è mai stato particolarmente rispettoso nei riguardi dei Nenezi, e con la diffusione delle comunicazioni e dell’industrializzazione in tutto il paese all’alba dello scorso secolo, questo popolo ha iniziato a risentire fortemente della loro presenza. Un elemento disequilibrante è stato soprattutto l’alcol, che ha generato problemi di dipendenza e un forte indebitamento con il governo. Anche oggi l’alcolismo è un problema, che unito agli altri fattori di criticità riduce l’aspettativa di vita media ad appena 45 anni.

I rischi maggiori per il futuro dei Nenezi sono legati alla crescente industrializzazione e al cambiamento climatico su vasta scala. Le attività estrattive di oli e gas naturali stanno riducendo fortemente i territori di pascolo delle renne e, per via dell’aumento crescente delle temperature, alcune aree rimangono accessibili solo d’inverno.
Per i Nenezi la possibilità di muoversi su vasti spazi è alla base delle loro tradizioni di transumanza, e tra la stagione invernale e quella estiva possono compiere fino a mille chilometri al comando delle loro renne.

C’è un’area che è diventata oggetto di interesse delle azioni di conservazione, e in particolare di Survival International: la penisola di Yamal, nel nord-ovest della Siberia, una vasta zona di tundra che si regge su uno strato di permafrost. Per i Nenezi ‘Yamal’ significa “fine del mondo”, ed è il loro territorio di elezione per l’allevamento delle renne da oltre mille anni.
Il permafrost della penisola sta andando incontro a una fusione sempre più accelerata per via del surriscaldamento globale, rendendo sempre meno accessibile l’area durante la stagione estiva.
Parallelamente, le attività estrattive del governo russo minacciano gravemente tutta l’area, per via dello Yamal Megaproject, sviluppato dalla grande compagnia Gazprom, che si pone l’obiettivo di sfruttare le risorse di gas naturale della penisola, da esportare nell’Europa Occidentale, e in particolar modo in Italia.

Si renderà necessario nel prossimo futuro monitorare la situazione dei Nenezi ed eventualmente intervenire in caso di necessità, per mantenere sempre viva la loro ‘fine del mondo’ e le altre loro roccaforti, perché, nelle parole di una donna Nenezi, “le renne sono la nostra vita e il nostro futuro”.  

Leggi anche: Tundra, dove il mercurio si accumula nel suolo

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