La “vendetta sociale” nei bambini

Se una persona si comporta male, per noi è più facile restare indifferenti di fronte al suo disagio. Quando si sviluppa questa tendenza?

Un gruppo di ricerca ha analizzato la “propensione alla vendetta” nei bambini, per cercare di stabilire a quale età questo comportamento si sviluppa. Crediti immagine: Pixabay

RICERCA – Non è un mistero che il sentimento di vendetta che a volte ci anima sia il contrapposto comportamentale dell’empatia: quando vediamo qualcuno che soffre, infatti, normalmente proviamo dispiacere nei suoi confronti; l’empatia è infatti un meccanismo adattativo fondamentale per la coesione comunitaria e, quindi, per la sopravvivenza di un animale sociale quali sono i primati e l’uomo. Ma se quella persona “si è comportata male” (ossia ha tenuto comportamenti antisociali, con noi o nei confronti di chi ci è vicino) è molto più facile rimanere indifferenti alla sua sofferenza, se non addirittura compiacersene; non si tratta in questo caso di sadismo: ciò avviene perché leggiamo nella sofferenza del colpevole la giusta punizione al suo comportamento antisociale, nonché un deterrente per il futuro, valido per lui/lei e per gli altri membri della comunità.

Un gruppo di ricerca multidisciplinare del Max Planck Institute ha ora analizzato (in uno studio pubblicato sulla rivista Nature Human Behaviour) la “propensione alla vendetta” nei bambini, per cercare di stabilire a quale età questo comportamento si sviluppa e consolida nell’essere umano, e se esso sia conservato a livello evolutivo anche negli scimpanzé, che sono tra i nostri parenti più stretti. Il setup sperimentale per questo studio è stato quantomeno bizzarro: un teatro di burattini in cui prendevano vita tre personaggi, dal comportamento significativamente differente, che interagivano con i bambini attraverso un giocattolo prestato loro dai giovani partecipanti. Il primo personaggio aveva un carattere amichevole, e restituiva sempre il gioco. Il secondo se lo teneva invece per sé, dopo aver inveito contro i bambini. Al terzo personaggio era invece riservato il ruolo del “punitore”, e fingeva di percuotere gli altri due pupazzi con un bastoncino.

Ai bambini– di un’età compresa tra i 4 e i 6 anni- veniva dato un certo numero di gettoni, e ad ogni “esibizione” ognuno di essi poteva decidere se assistere alla finta punizione (“pagando” un gettone), o se scambiare il gettone in cambio di alcune figurine.

I ricercatori hanno così potuto osservare che nella maggior parte dei casi i bambini più grandi- di 6 anni- preferivano non osservare la punizione del pupazzo buono. Al contrario, spendevano volentieri un gettone per poter assistere al “giusto castigo” del pupazzo che aveva tenuto un comportamento così apertamente antisociale. I bambini erano addirittura piacevolmente impressionati dallo spettacolo della finta punizione (effetto, questo, evidenziato da un’attenta analisi delle loro espressioni facciali). Questo comportamento non era tuttavia osservabile (o quantomeno la differenza era statisticamente valida) per i bambini più piccoli.

Lo stesso disegno sperimentale è stato riproposto anche su un campione di scimpanzé, ospiti dello Zoo di Leipzig. In questo caso i burattini sono stati sostituiti da due guardiani dello zoo, che hanno simulato un ruolo sociale e uno antisociale: il guardiano “sociale” dava alle scimmie una piccola razione di cibo, quello “antisociale” invece lo gettava via. Anche per i guardiani era prevista una terza figura, quella del “giustiziere”. Per assistere alla punizione, gli scimpanzé dovevano spingere una porta pesante, per poter accedere a una stanza in cui aveva luogo la simulazione. In modo del tutto analogo ai bambini, gli scimpanzé effettuavano questo sforzo molto più frequentemente nel caso del “cattivo” guardiano rispetto al “buono”.

“I nostri risultati – spiega Natacha Mendes, studiosa comportamentale a capo del team di ricerca- indicano che sia i bambini di sei anni, sia gli scimpanzé non solo approvano la vendetta nei confronti di chi ha tenuto un comportamento antisociale, ma addirittura vogliono osservarne la punizione”: questa sembra essere una chiave di volta fondamentale nella complicata struttura sociale dell’uomo e dei primati, in cui chi si comporta male deve, per il bene della comunità stessa, essere punito.

Leggi anche: Le radici cerebrali dell’empatia

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Informazioni su Marcello Turconi ()
Neuroscienziato votato alla divulgazione, strizzo l'occhio alla narrazione digitale di scienza e medicina.

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