Lilli Schwenk Hornig, la chimica che vide la bomba

Laureata in chimica, è stata una delle pochissime donne coinvolte nel Progetto Manhattan. Con lei è scomparsa l’ultima persona ad aver visto con i propri occhi l’esplosione di Jornada del Muerto

Crediti immagine: Wikimedia Commons

IPAZIA – È la notte fra il 15 e il 16 luglio 1945. Una giovane donna raggiunge in macchina un punto di osservazione sui monti Sandia, in New Mexico. Si accampa con due amici per assistere all’evento, previsto per l’alba. Da lassù si gode di una vista spettacolare sulla valle circostante. L’emozione è tanta, nessuno di loro riesce a dormire. Le ore scorrono in fretta. Il sole sorge, non accade nulla. Delusi, i tre prendono i sacchi a pelo e salgono in macchina. La ragazza ha in mano la chiave d’accensione, sta per mettere in moto l’auto. In quel preciso istante l’evento si compie. Una nuvola dai colori vividi – viola, rosso, arancione, giallo – si espande dinnanzi ai loro occhi, un enorme boato squarcia il silenzio. Sono le cinque e trenta del mattino, nel deserto di Jornada del Muerto è appena esplosa la prima bomba atomica della storia. Il test nucleare, nome in codice Trinity, è stato un successo. Poche settimane dopo due ordigni analoghi devasteranno le città di Hiroshima e Nagasaki.

La giovane testimone si chiamava Lilli Schwenk Hornig. Laureata in chimica, è stata una delle pochissime donne coinvolte nel Progetto Manhattan, il programma nucleare portato avanti dal governo statunitense durante la seconda guerra mondiale.

Figlia di un chimico e di una pediatra, entrambi di religione ebraica, Lilli Schwenk nasce nel 1921 a Ústí nad Labem, nell’attuale Repubblica Ceca. Gli anni dell’infanzia trascorrono sereni in un ambiente ricco di stimoli culturali. Ogni tanto il padre la porta nel suo laboratorio, dove la piccola Lilli si innamora della chimica osservando provette e alambicchi. Nel 1929 la famiglia si trasferisce a Berlino, ma dopo quattro anni – con l’ascesa al potere di Hitler – vivere in Germania diventa troppo pericoloso. Lilli e i genitori fuggono negli Stati Uniti. Trovano casa a Montclair, cittadina del New Jersey a pochi chilometri da New York. Dopo il liceo Lilli frequenta un college privato femminile a Bryn Mawr, in Pennsylvania, dove consegue una prima laurea nel 1942.

Decide di proseguire i suoi studi ad Harvard. Nella prestigiosa università, con sua sorpresa, è costretta a fare i conti da subito con sessismo e chiusura mentale. Non solo nel dipartimento di chimica sembra che le donne non siano contemplate, tanto che non esiste neppure un bagno a loro riservato, ma durante il colloquio per accedere all’università le viene detto che le ragazze hanno notoriamente problemi con alcune materie, per esempio la chimica fisica; se una donna vuole frequentare Harvard, deve ricominciare da zero e seguire i corsi di base delle discipline più difficili. Per nulla intimidita, Lilli fa notare alla commissione di aver già conseguito una laurea e chiede di sostenere un esame di ingresso ai corsi avanzati.

È in quell’occasione che conosce Donald Hornig – giovane chimico dell’università, fresco di dottorato – che le fornisce gli appunti su cui studiare. I due si innamorano e si sposano nel luglio del 1943. Un anno dopo, Donald viene reclutato da George Kistiakowsky – professore di Harvard impegnato nel Progetto Manhattan – per entrare nell’X Division, laboratorio di Los Alamos in cui si lavora alla progettazione della bomba. Lilli interrompe gli studi e segue il marito. Qui si scontra di nuovo coi pregiudizi verso le donne. Inizialmente le sue conoscenze scientifiche non vengono riconosciute; le viene offerto un lavoro da dattilografa, che lei rifiuta, anche perché non ha alcuna esperienza nella battitura di testi.

Dopo questo spiacevole episodio, riesce a farsi assumere come chimica. Con lei c’è anche un’altra donna. Insieme si occupano di determinare la solubilità di alcuni sali di plutonio, ma dopo un paio di mesi sono costrette a interrompere brutalmente la loro ricerca: la radioattività dell’isotopo con cui lavorano potrebbe mettere a repentaglio la loro fertilità. Lilli viene trasferita nel dipartimento in cui lavora il marito. Lì si dedica allo studio delle onde d’urto provocate dalle cariche esplosive destinate a far implodere il nucleo di plutonio della bomba. Sono mesi di fervore ed eccitazione. La notte fra il 15 e il 16 luglio 1945 Donald Hornig è il responsabile del test Trinity, l’ultima persona a vedere l’ordigno prima dell’esplosione. Sua moglie, al contrario, non è formalmente invitata ad assistere, così con altri due scienziati decide di andare sui monti Sandia e osservare l’evento da 3000 metri di quota. Qualche giorno dopo Trinity, la donna è fra i 155 firmatari di una petizione per chiedere al presidente Truman di non far esplodere le bombe in Giappone. Il resto è storia.

Ripresi gli studi dopo la guerra, nel 1950 Lilli Hornig consegue il dottorato in chimica ad Harvard. Negli anni successivi è professoressa alla Brown University di Providence e direttrice del dipartimento di chimica del Trinity College di Washington. Femminista convinta, guida il Comitato per l’uguaglianza delle donne di Harvard ed entra a far parte delle commissioni per le pari opportunità di alcune tra le più importanti associazioni scientifiche americane, tra cui la National Science Foundation e l’American Association for the Advancement of Science. Sempre più impegnata in attività volte a colmare il gender gap nel mondo accademico, nel 1972 fonda HERS (Higher Education Resource Services), organizzazione attiva ancora oggi, nata con lo scopo di aiutare le donne a ottenere posizioni di leadership nelle università, infrangendo il soffitto di vetro della disparità di genere.

Lilli Schwenk Hornig è morta nel 2017 all’età di 96 anni. Con lei è scomparsa l’ultima persona ad aver visto coi suoi occhi l’esplosione di Jornada del Muerto, l’ultima testimone della prima bomba atomica. In un’intervista del 2011 descrive quella visione con queste parole: “[…] una sorta di grande ebollizione di nuvole e colori – colori vividi come il viola, l’arancione, il giallo, il rosso. È stato fantastico.”

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Informazioni su Simone Petralia ()
Giornalista freelance. Amo attraversare generi, discipline e ambiti del pensiero – dalla scienza alla fantascienza, dalla cartografia all’ermeneutica, dall’informatica alla paleontologia – alla ricerca di punti di contatto e contaminazioni. Ho scritto e scrivo per Scienza in Rete, Science on the Net, Vice Italia, Micron e altre testate. Per OggiScienza curo Ipazia, rubrica in cui racconto storie di scienziate del passato e del presente. Twitter: @Sim_Dawdler

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