APPROFONDIMENTO

Dall’oppio ai videogame

Nella lista di patologie note redatta sotto la guida dell'OMS comparirà anche la dipendenza da videogiochi. Come si è evoluto il concetto di dipendenza negli anni?

Se tutti riuscissero a farsi pagare per le ore passate di fronte a un pc o a una console probabilmente l’ossessione per i videogame assumerebbe tratti meno patologici. Crediti immagine: Pixabay

APPROFONDIMENTO – Le società umane sono in continua evoluzione, e con esse cambiano molti dei costrutti che le caratterizzano: le correnti di pensiero, il concetto di arte, le tecnologie e gli strumenti a disposizione, la conoscenza del mondo circostante. Non è quindi una sorpresa che anche il concetto di malattia, di cosa sia disturbo e di cosa invece non lo sia, sia molto variabile e legato a doppio filo sia con il tipo di comunità che si sta analizzando, sia con il contesto storico in cui l’analisi avviene.

Anche per questo motivo da diversi anni un organismo riconosciuto trasversalmente a livello dei diversi Stati, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, redige una lista delle patologie conosciute: l’International Classification of Diseases (ICD). L’ICD è ormai giunto alla decima edizione e quest’anno è prevista la pubblicazione del suo nuovo aggiornamento, che contiene un’interessante novità, spunto di riflessione nell’ambito del rapporto dell’uomo con le nuove tecnologie: sembra infatti che nell’ XI edizione dell’ICD figurerà, nel contesto delle patologie psichiatriche, la dipendenza da videogiochi.

Uno spunto sicuramente interessante, questo, per riflettere e discutere sul concetto alquanto mutevole di dipendenza: “Come per quasi tutte le malattie, anche per le dipendenze i criteri diagnostici, così come la concettualizzazione stessa della patologia, è variata nel tempo- spiega a OggiScienza Stefano Canali, ricercatore presso la SISSA di Trieste, fondatore e membro della Società Italiana di Storia, Filosofia e Studi Sociali della Biologia e della Medicina- Il fatto che un comportamento sia considerato o meno una patologia, in questo caso una dipendenza, viene infatti  deciso aprioristicamente, in larga parte sulla base di condizionamenti socioculturali”.

Si pensi, ad esempio, che l’uso di sostanze in grado di alterare percezione e stato di coscienza accompagna l’uomo da millenni, ma che fino alla fine del Settecento l’uso di tali sostanze non era considerato assolutamente una patologia, quanto piuttosto un vizio. Si parlava di vizio del bere, vizio dell’oppio, o del gioco, e tale concezione non a caso è presente ancora oggi nel nostro retaggio lessicale e, per alcuni versi, culturale. Molti avevano quindi il vizio del gioco, ma pochi era dipendenti: in quell’epoca “dipendente” era infatti una persona che aveva sviluppato abitudine nei confronti dello stato di ubriachezza/alterazione da droghe, non nei confronti della sostanza.

Il concetto di dipendenza assumerà poi dei connotati di natura morale, anche grazie all’opera di società che combattevano la diffusione e l’uso smodato di alcol, come il movimento della temperanza, diffuso in Inghilterra e Stati Uniti grazie all’opera dello psichiatra Benjamin Rush: “è Rush uno dei primi a parlare di dipendenza in termini di perdita del controllo sul comportamento di assunzione di una determinata sostanza. – prosegue Canali- In questa nuova concezione, l’alcolista dipendente non ama l’alcol, e la sua non è una scelta; è costretto a comportarsi così perché ha totalmente perso il controllo volontario sui propri comportamenti, a causa dell’azione dell’alcol stesso sulla propria volontà”.

Il cambiamento del paradigma concettuale legato alle dipendenze è quindi riconducibile in massima parte a un’evoluzione del pensiero sociale, piuttosto che a un’evoluzione delle conoscenze medico-scientifiche sull’argomento:  non a caso il movimento della temperanza nasce e si espande nel periodo in cui si afferma il modello capitalista e la produzione di massa. I viziosi in questo nuovo modello di società non producono, e vanno perciò stigmatizzati a livello sociale: “è interessante notare che in questo periodo si diffonde un’equazione ideologica molto particolare, che condizionerà la percezione legata ad assunzione di sostanze fino ai giorni nostri: solo i poveri fanno uso smodato di alcol e droghe, e questo uso aumenta gli atti criminali”.

Questa concezione ha retto per quasi due secoli, fino ad arrivare agli anni ’60 del Novecento, momento in cui la dipendenza viene delineata come un disturbo fisiopatologico: in questo contesto assume un ruolo cruciale il lavoro di Marie Nyswander e Vincent Dole, che scoprono e descrivono l’effetto del metadone nel trattamento della dipendenza da oppiacei. “Si può dire che i due ricercatori abbiano inventato il concetto di disturbo somatico cronico dovuto a uno scompenso della fisiologia del sistema nervoso (causato da una sostanza): gli effetti di tale scompenso possono essere mitigati, nel soggetto dipendente, solo dall’assunzione della sostanza – in questo caso, l’eroina- o di suoi sostituti- il metadone”. La dipendenza era perciò diventata una patologia come molte altre, da trattare a livello cronico con un’opportuna cura farmacologica, così come per il diabete, o l’ipertensione.

L’evoluzione del concetto di dipendenza ha poi subìto una repentina svolta negli ultimi decenni, grazie all’avvento di nuove tecniche di analisi dell’anatomia e funzionalità cerebrale: tali avanzamenti della conoscenza hanno portato a sviluppi quantomeno inattesi, in una sorta di di ritorno alle origini con la prospettiva morale. Si pensi che “ad oggi addirittura non c’è una condivisione unanime sul fatto che la dipendenza sia una patologia. Ma a differenza di altri fenomeni, questa discordanza non è dovuta a una diversa visione del problema da parte di branche della sociologia o della psicologia: per quanto riguarda le dipendenze, anche molti esperti che partono da un radicato background medico non riconoscono lo stato di malattia, ma la considerano piuttosto una condizione associata all’apprendimento; è quasi un controsenso parlare però di patologia dell’apprendimento in questo contesto, perché anzi il cervello di una persona dipendente impara e apprende in maniera molto efficiente le ricompense associate a determinati comportamenti”.

La dipendenza, in questa visione, è qualcosa che si acquisisce reiterando o meno un comportamento sulla base di rinforzi negativi e positivi che avvengono sulla base di scelte. La condizione di scelta non è mai completamente abolita, e un grado di controllo – a differenza di altre patologie psichiatriche – c’è sempre. Il celebre monologo del giovane eroinomane Mark Renton in Trainspotting (“Scegliete la vita. Scegliete un lavoro. Scegliete una carriera. Scegliete la famiglia…”) esplica- in modo dissacrante, iconico e pop- questa concezione. “La dipendenza è una compulsione che si è appresa attraverso l’associazione reiterata tra ricompensa legata alle sostanze e comportamenti associati al loro consumo; essa però mima una condizione che potremmo definire naturale di scelta, su cui agiscono diverse pulsioni e incentivi, a cui il dipendente associa un determinato valore”.

Cosa quindi rappresenta una dipendenza oggi e cosa no? In ultima analisi il discorso si può ricondurre a una questione di valori: “per la nostra cultura ci sono dei comportamenti che, anche se eccessivi, non sono da stigmatizzare: lavorare troppo non è mai un disvalore, anche se i comportamenti assunti dai cosiddetti workaholic, o dai grandi artisti, assomigliano alla perdita del controllo riscontrabile nei dipendenti: tante ore al giorno dedicate alla reiterazione di un comportamento, isolamento, mancanza di interesse verso le altre attività”. In altre parole se tutti riuscissero, come fanno alcuni gamer professionisti, a farsi pagare per le ore passate di fronte a un pc o a una console, molto probabilmente l’ossessione per i videogame assumerebbe tratti meno patologici, senza bisogno di disquisire sul suo inserimento nell’ICD.

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Marcello Turconi
Neuroscienziato votato alla divulgazione, strizzo l'occhio alla narrazione digitale di scienza e medicina.

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