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Il pensiero logico nei bambini

Una scoperta di un gruppo di psicologi rivela che anche i neonati, contrariamente a quanto si crede, sanno risolvere un problema ponderando e scartando ipotesi

Studiando le reazioni di bimbi tra i 12 e i 19 mesi i ricercatori hanno ipotizzato che le rappresentazioni elementari del pensiero logico sarebbero indipendenti dal completo sviluppo cognitivo. Crediti immagine: Pixabay

RICERCA – I bambini sanno usare la logica già a un anno, più o meno quando imparano a camminare e sanno appena pronunciare qualche parola. A dimostrare che una delle forme elementari del pensiero logico, il ragionamento per eliminazione, esiste a un’età così precoce sono un gruppo di psicologi, tra cui due italiani, che hanno pubblicato i risultati della loro ricerca sulla rivista Science, suggerendo che il ragionamento logico potrebbe essere una componente fondamentale della mente umana.

“Il nostro studio fornisce le prove sperimentali che almeno a partire dall’età di dodici mesi i bambini sono capaci di una forma essenziale di inferenza logica, il ragionamento per eliminazione di ipotesi”, spiega Nicolò Cesana-Arlotti, che ha portato avanti l’esperimento pubblicato su Science insieme ad altri quattro ricercatori e sotto la supervisione di Luca Bonatti, professore all’Universitat Pompeu Fabra di Barcellona e studioso dell’origine e della natura del pensiero umano.

Il ragionamento per eliminazione, anche noto come sillogismo disgiuntivo, è una forma di inferenza logica elementare che si può schematizzare così: “A o B. Se non A, allora B”. I detective, per esempio, applicano questa forma di ragionamento ogni volta che scartano ipotesi alternative per individuare il colpevole (una volta escluso l’impossibile, ciò che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità, dice Sherlock Holmes). Ma non sono gli unici. “Credo che come adulti passiamo buona parte del nostro tempo ponderando possibilità”, continua Cesana-Arlotti. “Il sillogismo disgiuntivo può essere considerato come una bussola razionale che guida il nostro ragionare attraverso il possibile”.

Per sapere se anche il repertorio cognitivo dei bambini molto piccoli è provvisto di questa bussola, Cesana-Arlotti (che ora lavora al Dipartimento di scienze cognitive e psicologiche alla Johns Hopkins University) e colleghi hanno studiato le reazioni di alcuni neonati di 12 e 19 mesi mentre osservavano vignette animate che presentavano situazioni ambigue. L’esperimento base si svolgeva in questo modo: due oggetti diversi (A e B) tranne che per la parte superiore entravano in scena; entrambi scomparivano dietro una parete; senza che il bambino sapesse quale, uno dei due (B) finiva in una tazza, che lasciava intravedere solo la parte superiore dell’oggetto; successivamente la parete si abbassava, rivelando l’identità dell’oggetto rimasto (A). A questo punto (che i ricercatori hanno chiamato “potenziale fase di deduzione”), i neonati potevano ragionare per eliminazione e indovinare l’identità dell’oggetto nella tazza (“se non A, allora B”). Nell’ultima vignetta i ricercatori hanno messo alla prova le aspettative dei neonati, mostrando loro il vero contenuto della tazza: a volte l’oggetto aspettato (A), altre volte l’oggetto inaspettato (B).

Misurando quello che i bambini sanno fare meglio a un anno, ossia fissare attentamente la cosa che più stimola la loro curiosità, Cesana-Arlotti e gli altri hanno scoperto che lo sguardo dei neonati indugiava più a lungo sull’oggetto inaspettato, un segno che i ricercatori hanno interpretato come la prova che i bambini potevano aver previsto l’identità dell’oggetto nella tazza attraverso un ragionamento per eliminazione.

Variando leggermente il contenuto delle vignette e usando altri marcatori comportamentali (i movimenti dello sguardo e la dilatazione della pupilla, oltre al tempo di fissazione), i ricercatori si sono accorti che le risposte visive dei neonati erano molto simili a quelle registrate in un gruppo di adulti a cui erano state mostrate le stesse vignette. “I nostri risultati suggeriscono che tanto i bambini quanto gli adulti reagiscono spontaneamente e rapidamente a problemi logici elementari con un ragionamento per eliminazione”, prosegue Cesana-Arlotti. “Questo potrebbe sorprendere perché è naturale pensare a un ragionamento logico come a qualcosa di conscio, lento e complicato”, cioè a qualcosa che il senso comune difficilmente attribuirebbe a un bambino.

Anche se i risultati pubblicati su Science non dimostrano affatto che i neonati hanno le stesse capacità di ragionare degli adulti, suggeriscono tuttavia che almeno le rappresentazioni elementari del pensiero logico sarebbero indipendenti dal completo sviluppo cognitivo (come sosteneva Jean Piaget, una delle voci più autorevoli nel campo della psicologia dello sviluppo). Per escludere qualsiasi ruolo del linguaggio nello sviluppo delle capacità logiche sono necessarie ulteriori ricerche, ma intanto “questi risultati sono il primo passo nello studio affascinante delle basi precoci della razionalità logica e dell’origine delle strutture del pensiero umano”, conclude Cesana-Arlotti.

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Sara Mohammad
Dopo una laurea in neurobiologia ho frequentato il master in comunicazione della scienza alla SISSA di Trieste. Oggi scrivo news e articoli di approfondimento soprattutto sulle ultime scoperte delle neuroscienze. Ho un blog dove, tra l'altro, vi porto tra i ricercatori che studiano il cervello umano. Su Twitter sono @smohammabd

2 Commenti

  1. prof Gennaro IASEVOLI – Leggendo questo estratto di ricerca, trovo molto interessanti le conclusioni riguardanti le capacità di osservazione e deduzione logica già evidenziabili nel bambino nel primo anno di vita, ma devo puntualizzare maggiormente che il bambino non va oltre la osservazione del concreto. Inoltre occorre considerare anche un suo condizionamento nel distinguere che gli proviene dall’attività onirica, già molto significativa e che gli crea un substrato fantastico di concetti semplici, che egli percepisce come reali e mescola e confonde con le osservazioni del concreto.
    A proposito del Prof Jean Piaget, che ho incontrato circa 50 anni addietro, durante una rara presenza a Napoli, in un Suo convegno accademico, ricordo che Egli, durante la lunga conferenza riguardante la psico-pedagogia infantile e negli incontri a margine di essa, ha richiamato più volte l’attenzione su un fattore importante da considerare durante l’osservazione dei fanciulli: le differenze intellettive e quindi le significative differenze apprenditive personali, dipendenti appunto dal diverso quoziente intellettivo.

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