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Cancro ovarico: una proteina per inibire le recidive

Ricercatori dello IEO hanno condotto esperimenti con un anticorpo che ha bloccato il funzionamento della proteina inibendo sia l’attecchimento delle cellule di tumore ovarico, sia l’ulteriore espansione di tumori già formati.

Identificare le cellule stminali cancerose e capirne i meccanismi biologici può essere l’arma per inibire definitivamente la ricomparsa del tumore ovarico. Crediti immagine: Wikimedia Commons

RICERCA – Il problema principale del cancro ovarico è che nonostante sia relativamente frequente un ottimo risultato chirurgico, riuscendo a rimuovere con successo tutto il tumore, in molti casi il cancro si ripresenta con la caratteristica di essere particolarmente resistente alle cure. Molti ipotizzano che a guidare sia la ricaduta che la chemioresistenza sia un sottogruppo di cellule staminali cancerose (CSC) che rimangono nascoste e che a un certo punto riprendono piede e danno origine alla recidiva refrattaria ai trattamenti.

Identificare queste cellule nascoste e capirne i meccanismi biologici può essere quindi l’arma per inibire definitivamente la ricomparsa del tumore ovarico, e oggi l’Istituto Europeo di Oncologia grazie anche al supporto di AIRC, ha posto un nuovo importante tassello in questa direzione, identificando una proteina – CD73 – che si è rivelata non solo essere marcatore delle CSC, ma anche un driver. In altre parole questa proteina è sempre coinvolta nell’attività pro-tumorale di queste cellule staminali cancerose che rimangono “nascoste” e sfuggono dunque all’azione di chemioterapia e radioterapia. CD73 è localizzata sulla superficie delle CSC, e può essere un facile bersaglio terapeutico delle terapie molecolari contro il cancro dell’ovaio. Lo studio è stato pubblicato su Stem Cell Reports.

“A livello applicativo questa è una scoperta che apre una nuova possibilità per la ricerca sul tumore ovarico – spiega a OggiScienza Ugo Cavallaro, direttore dell’Unità di Ricerca in Ginecologia Oncologica dello IEO – poiché abbiamo osservato che inattivando CD73 è possibile prevenire l’inizio del tumore.” I ricercatori hanno condotto esperimenti con un anticorpo che ha bloccato il funzionamento di CD73, inibendo sia l’attecchimento delle cellule di tumore ovarico, sia l’ulteriore espansione di tumori già formati.

Quello che i ricercatori hanno fatto è stato studiare i tessuti tumorali prelevati dalle stesse pazienti (che hanno dato il loro consenso), dai quali è stato possibile isolare le cellule staminali cancerose e “fotografare” i loro geni e le proteine che esprimevano, confrontandoli con quelli dei tessuti sani. “Studiando il cosiddetto trascrittoma, cioè l’insieme dei geni attivi in queste cellule che codificano delle proteine, ci ha colpito in particolare il gene CD73 e la proteina che codifica (che si chiama sempre CD73) che è ben conosciuta, ma che non era mai stata studiata all’interno delle cellule staminali tumorali” continua Cavallaro. “Osservandola abbiamo capito che questa proteina è sempre coinvolta nell’attività cancerosa e che anzi, ne è promotrice.”

Ma c’è un altro aspetto che potrebbe essere implicato in questa scoperta: la speranza che in futuro il tumore ovarico potrebbe essere un altro tumore a beneficiare dell’immunoterapia. “Al di là delle cure tradizionali come chirurgia e chemioterapia, oggi la medicina sta aprendo una nuova strada che per alcuni tumori, in primis il melanoma, sta mostrando risultati interessanti: la possibilità di sconfiggere il cancro “insegnando” al nostro stesso sistema immunitario a riconoscere e distruggere le cellule tumorali.” Si tratta di un approccio opposto a quello tradizionale della chemioterapia e della radioterapia, che prevedono invece un “bombardamento” dall’esterno che distrugga il tumore.

“Sono diversi i tumori che potrebbero facilmente essere debellati dall’organismo tramite il sistema immunitario, ma questo non avviene, appunto perché il tumore diventa molto più furbo del nostro sistema immunitario, riuscendo ad aggirarlo. Ebbene, CD73 rappresenta appunto uno di questi meccanismi di contrasto al sistema immunitario, tanto è vero che al momento le aziende impegnate nello sviluppo di farmaci contro CD73 sono concentrate soprattutto sugli aspetti legati all’immunoterapia.” Al momento però si tratta solo di ipotesi che rimangono da verificare in modelli preclinici, nella speranza che si arrivi poi ad una sperimentazione clinica.

“Attualmente puntiamo più realisticamente sulla prima delle due strade, quella cioè di riuscire a inibire l’azione tumorale di CD73, studiando meglio il suo ruolo sulle staminali del tumore ovarico, con l’obiettivo di mettere a punto strategie di sinergia con la chemioterapia convenzionale.

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Cristina Da Rold
Giornalista freelance e consulente nell'ambito della comunicazione digitale. Soprattutto in rete e soprattutto data-driven. Lavoro per la maggior parte su temi legati a salute, sanità, epidemiologia con particolare attenzione ai determinanti sociali della salute, alla prevenzione e al mancato accesso alle cure. Dal 2015 sono consulente social media per l'Ufficio italiano dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. Il mio blog: www.cristinadarold.com Twitter: @CristinaDaRold

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