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La paura di un predatore può cambiare un ecosistema?

Soprattutto dalle esperienze del parco di Yellowstone, si è diffusa l'idea che il solo timore di essere predati influenzi il comportamento delle prede, tenendole lontane. Ma i dati GPS degli animali hanno mostrato dinamiche ben più complicate.

lupi attaccano cervo yellowstone
I lupi attaccano un cervo a Yellowstone. Fotografia di Doug Smith, Public Domain

ANIMALI- Nel 1995 i lupi grigi sono tornati nel famoso Parco nazionale di Yellowstone, dopo un’assenza durata 70 anni. È stato un caso di rewildling da manuale: la presenza di un predatore apicale ha “modificato” l’ambiente, sia nei termini della presenza di animali – i cervi predati hanno abbandonato alcune aree del parco – che della geografia stessa del territorio. Un effetto a cascata che ha trasformato il parco.

Vari studi nel tempo hanno riconosciuto il ruolo dei lupi grigi in questa trasformazione, invitando però alla cautela: non possiamo avere la certezza che il loro ritorno, da solo, sia alla base di ciascun meccanismo. Ed è la stessa cautela che troviamo in un nuovo studio uscito in anteprima su Ecological monographs, incentrato non sull’azione diretta della presenza del lupo bensì… sulla paura che incute.

Dopo la reintroduzione a Yellowstone, infatti, si era diffusa l’idea che i predatori potessero influenzare le prede non solo cacciandole e mangiandole, ma anche spaventandole. Un animale spaventato si tiene alla larga, abbandonando determinati territori per spostarsi in altri: territori che, magari non più soggetti al pascolo, cambiano di conseguenza.

Un passo indietro

Michael Kohl e Dan MacNulty, ecologi della Utah State University e co-autori del nuovo studio, invitano a fare un passo indietro. “Contrariamente a quanto si pensa, il lupo non è una minaccia per i cervi 24 ore al giorno; caccia soprattutto all’alba e al tramonto, il che permette ai cervi di recarsi in posti pericolosi senza problemi quando i lupi non sono attivi”, commenta Kohl in un comunicato.

Ma come, i lupi non sono creature della notte, che escono allo scoperto con il favore delle tenebre? La loro vista, in realtà, non è ottimizzata per il buio, il che renderebbe la caccia meno efficiente. E quando il lupo dorme, i cervi ballano: a confermarlo ci sono i dati raccolti da 27 cervi dotati di radiocollare GPS, nei primi anni dopo la reintroduzione dei lupi a Yellowstone, dal 2001 al 2004.

Grazie ai radiocollari, i ricercatori hanno raccolto informazioni sulla posizione di ciascun cervo ogni 4-6 ore. Finora l’enorme mole di dati non era stata analizzata nel dettaglio, e Kohl e colleghi hanno trovato qualcosa che decisamente non si aspettavano. I cervi di Yellowstone avevano iniziato a organizzare la propria giornata in base alle abitudini dei lupi.

I radiocollari hanno rivoluzionato le nostre possibilità di studio su molti animali. Prima di avere a disposizione questa tecnologia i ricercatori dovevano affidarsi alla radio telemetria, o all’avvistamento diretto degli animali (basta pensare a quanto è cambiato lo studio dei cetacei in mare aperto con i droni), sapevano dunque che cacciavano la mattina presto e la sera. Restava perlopiù un mistero come trascorressero le ore notturne. “I dati GPS hanno mostrato che i lupi erano inattivi durante la notte almeno quanto lo erano nel bel mezzo del giorno”, conferma MacNulty, esperto di lupi che a Yellowstone è di casa.

Confrontando i dati dei GPS dei cervi con quelli dei lupi, i ricercatori hanno documentato il tempo trascorso dai cervi nelle aree più a rischio, quelle dove venivano predati. Così è arrivata la conferma: i cervi le evitavano negli orari in cui i lupi sono più attivi, ma ci andavano senza problemi nel bel mezzo della giornata o durante la notte, quando non c’era pericolo. Quello che prende il nome di landscape of fear, il territorio che gli animali non utilizzano per paura di essere predati, è quindi estremamente dinamico e flessibile in base all’attività dei predatori.

E quindi?

Secondo gli autori dello studio, questi risultati spiegano perché altre ricerche non sono riuscite a trovare un’associazione stringente tra il rischio di predazione e il livello di stress, le condizioni fisiche e il numero di gravidanze dei cervi. Se questa scoperta è lo specchio del comportamento tipico di un cervo, concludono gli autori, allora è solo l’uccisione e non la paura del predatore a influenzare le attività di questi ungulati, dunque lo spazio che occupano e le piante che mangiano.

In poche parole, una conclusione diversa rispetto a quanto hanno mostrato vari altri studi sulle dinamiche preda-predatore e sul loro effetto sull’ambiente. Nel 2016 un gruppo di ricerca canadese ha mostrato che alla scomparsa di puma e lupi dalla British Columbia i procioni hanno iniziato a prosperare e cambiare comportamenti. Non solo sono aumentati di numero ma hanno iniziato a cacciare anche di giorno, pur essendo animali normalmente notturni, e a nutrirsi di specie diverse dal normale repertorio alimentare, come pesci e granchi.

“Incutendo timore”, avevano concluso gli scienziati allora, “la stessa esistenza dei carnivori può fornire un servizio essenziale agli ecosistemi che le azioni umane non possono completamente sostituire, rendendo essenziale il mantenimento o il reinserimento dei grandi carnivori a scopo di conservazione”. Ma alla luce delle nuove scoperte sembra che la situazione sia più complessa di così.

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Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

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